Il male che abita nel bosco – 06

Strinsi gli occhi aspettando la mia sorte. Alzai le mani a proteggere il viso; per istinto, non perché pensavo potesse servire. Sentii il freddo di qualcosa che spingeva contro le mie mani. Poi un liquido caldo. Una piccola bocca. Una lingua.

– Ma che cazzo!

Aprii gli occhi. Giacomo rideva come uno stronzo, a tre metri da me, mentre Ercole cercava di leccarmi la faccia, tutto contento per avermi ritrovato.

– Ecco la bestia! Ecco il male che abita nel bosco! – Mi prese in giro indicandomi mentre mi rimettevo in piedi. La caduta non mi aveva fatto male, la figuraccia, un po’, sì.
– Che ne sapevo? Eppoi sei scappato anche tu! In tre secondi hai scalato un albero per la paura!
– Dai, scherzavo! Non te la prendere…
– Che cazzo ci fai qui, Ercole?

Era molto raro che il mio cane mi seguisse per più di qualche metro fuori da casa nostra. L’avevamo addestrato a rimanere lì, e lui eseguiva il suo compito. Anche le poche volte che era corso dietro a qualche gatto di passaggio non si era mai spinto così lontano, e ora era addirittura oltre il fiume. L’acqua non gli piaceva molto, eppure quel giorno aveva le zampe e il pelo tutti bagnati. Come mi aveva trovato? Di certo non mi aveva pedinato di nascosto…

– Dai, torna a casa! Non puoi stare nel bosco con noi, la nonna ti starà cercando!

Ercole non si muoveva. Dopo la gioia di avermi rivisto, ora sembrava che la stanchezza della lunga corsa gli fosse piombata addosso all’improvviso. Ansimava con la lingua di fuori, e si guardava intorno nervosamente.

– Dai, andiamo. Ci può seguire o può tornare a casa, faccia lui. – Mi disse Giacomo.
– Un attimo! È che è strano!
– Lo dici sempre che è un cane strano.
– Sì, però…
– Dai, Dobbiamo ancora percorrere tanta strada.

Mi misi le mani sui fianchi, guardai Ercole e sospirai. Forse aveva ragione Giacomo, dovevo continuare ad andare avanti e lasciare che ci seguisse o tornasse indietro, come voleva lui. Anche se avevo un po’ paura che non ritrovasse la strada di casa. Non era un cane da caccia abituato al bosco. Mi girai e feci due passi in avanti. Ercole rimase fermo ed abbaiò.

– Zitto, Ercole! – Mi voltai verso di lui.
– Allora, andiamo o no? – Giacomo era già qualche metro più avanti.
– Un attimo, arrivo! – Mi voltai di nuovo e feci un altro passo. Ercole abbaio di nuovo. Un altro passo e un altro abbaio, più forte. Un altro passo, e un altro ancora. Sentii muoversi alle mie spalle, voltai la testa senza fermarmi e vidi il mio cane correre indietro da dove era venuto.
– Hai visto? Ha preso la sua decisione. – Giacomo mi guardava mentre stavo per raggiungerlo.
– Già, pare di sì. Chissà che gli è preso.
– È un cane. Magari ha inseguito un gatto fino al fiume, poi quando gli è sfuggito ha sentito il tuo odore e ha provato a raggiungerti.
– Sarà così. Quanto manca?
– Dipende da dove vogliamo arrivare.
– Quanto manca al posto dove mi stai portando?
– Intanto direi al dirupo. Dobbiamo salire ancora un bel po’. Almeno mezz’ora.
– Dovevamo portare una bottiglia d’acqua. È caldo.
– Non moriremo certo di sete.
– Già, ci ammazzerà il cinghiale nero.
– Dai! Cretino! I cinghiali non sono pericolosi, il mio babbo mi dice solo che bisogna stare attenti quando hanno i piccoli.
– Una volta ho letto su un giornale della mia mamma di un cacciatore ucciso da un cinghiale.
– E dove sarebbe successa questa cosa?
– Non me lo ricordo, forse in Sicilia.
– Vai a capire che cinghiali strani hanno, in Sicilia. Magari hanno la lupara anche loro, per difendersi dai cacciatori mafiosi. Minghia, tu mi spari ammìa e io ti sparo attìa! – Lo disse nel peggior accento finto-siciliano che possiate immaginare, ma mi fece ridere lo stesso. Gliene fui grato, per un attimo mi consentì di smettere di pensare a dove eravamo, a cosa stavamo cercando. Ma durò solo qualche secondo, visto che di nuovo sentimmo un rumore provenire dalle nostre spalle.
– Cazzo! – Mi voltai. – Ercole?

Il mio cane stava tornando, di corsa. Stavolta aveva qualcosa in bocca. Arrivò di fronte a me, si mise seduto e mi guardò fiero. Sembrava uno di quei cani bravissimi che obbediscono a qualsiasi ordine dai loro. E invece non aveva mai ascoltato nulla di quello che gli veniva detto. Fino a quel giorno, almeno.

– Cos’ha in bocca? Fa’ vedere! – Giacomo mi aveva raggiunto e stava guardando da sopra la mia spalla, curioso.
– Sembra uno straccio.
– O un fazzoletto. Uno di quelli che si portano al collo, come si chiama?
– È una kefiah. – Mi abbassai e la tolsi dalla bocca di Ercole, che lasciò andare senza protestare. Era molto sporca, ma la fantasia era familiare. – Amina ne aveva una che portava spesso.
– Sei sicuro?
– Sì.
– Come facciamo a sapere se è la sua?
– Non lo so. Ti ricordi se l’aveva al collo quando l’hai vista passare l’altro giorno?
– Non me lo ricordo. Non ci ho fatto caso.
– Dovremmo portarla alla polizia per esserne sicuri. Magari ci sono tracce di DNA o cose del genere.
– Tracce della bava di Ercole, più che altro.
– Se è veramente la sua lo capiranno in qualche modo. Ci potrebbero essere dei capelli o delle cellule della pelle.
– Sì, come se fossimo su C.S.I.
– In qualche modo faranno.
– Però bisognerebbe dire che l’abbiamo trovata qui, e allora arriverebbero in forze, con i cani e tutto quanto. Dovremmo rinunciare a cercarla noi, alle nostre ricerche segrete.
– Dovremmo dire anche del messaggio nel capanno.
– Non lo so se è il caso, ci prenderebbero in giro.
– Io andrei avanti, comunque. Almeno oggi. Poi stasera quando torniamo la portiamo alla polizia, e decideranno loro cosa fare. Va bene?
– Va bene…

Proseguimmo in silenzio, faticosamente. Il percorso si faceva sempre più stretto, meno segnato, ma Giacomo avanzava sicuro, e io cercavo di rimanere al suo passo. Ercole ci aveva squadrato per qualche istante, aspettando di sapere cosa avremmo deciso, poi aveva cominciato a seguirci, e ora procedeva accanto a me, rimanendo sempre vicinissimo alle mie gambe. Mezz’ora passò, e la meta sembrava sempre lontanissima. Solo alberi, cespugli, l’umidità di una giornata afosa come mai si era vista quell’anno, e un sentiero che saliva sempre di più, sempre più ripido, quasi invisibile per me se non ci fosse stato Giacomo a precedermi, a porre sicuro un piede dopo l’altro. Avevo sete. Anche Ercole aveva sete, ansimava con la lingua di fuori e mi guardava con aria interrogativa.

– Quanto manca?
– Poco.

Ma mezz’ora divenne quaranta minuti, poi cinquanta, e solo allo scoccare dell’ora qualcosa cambiò nell’ambiente che ci circondava. Gli alberi si diradarono all’improvviso, passammo di fianco ad alti cespugli di ginestre fiorite e continuammo.

– Ci siamo quasi. Attento a dove metti i piedi.

Una puzza tremenda invase le mie narici. Nell’aria c’era qualcosa di marcio che mi fece piegare le ginocchia. Era odore di morte.

“Amina”, pensai, e feci per correre in avanti. Ma se quel tanfo fosse venuto davvero dal suo cadavere a cosa sarebbe servito affrettarsi? Un morto è un morto. Il bosco l’aveva presa? Sapevo che non avrei dovuto correre, ma non riuscivo a fermarmi.

– Patroclo, fermo! Aspetta!

Mentre Giacomo mi chiamava Ercole mi superò, abbaiando all’aria davanti a sé, tagliandomi la strada. Mi costrinse a rallentare e forse fu quello che mi salvò. Dopo un ultimo cespuglio, improvviso, ecco il dirupo. Mi fermai a mezzo metro dal bordo. Giacomo mi raggiunse, mi mise entrambe le mani sulla schiena, ebbi la sensazione che mi avrebbe spinto giù.

– Che cazzo fai? – Urlai voltandomi di scatto, smanacciando verso di lui. Non avevo intenzione di colpirlo e fargli male, solo di allontanarlo, ma lo sfiorai con le dita sotto l’occhio, e un’unghia gli graffiò la pelle. Si portò una mano al viso. Sanguinava lievemente.
– Volevo afferrarti! Avevo paura che cadessi!
– Si ma cazzo, stai attento! Fai piano!
– Sei tu che hai cominciato a correre, io ti avevo detto di aspettare!

Mentre ci urlavamo uno contro l’altro a meno di un metro dal dirupo, Ercole dimostrava di non soffrire di vertigini. Sporgeva la testa di sotto, e abbaiava con tutte le sue forze contro qualcosa. La sua insistenza mi distolse dallo stupido litigio in atto, e mi ricordò di quella puzza che ora era ancora più forte, che quasi mi faceva vomitare.

– Io… scusa Giacomo. Sono nervoso e…
– Non importa. Va bene. Che… che facciamo?
– Dovremmo guardare.
– Ho paura.
– Anche io.
– Chi si sporge, prima?

Avrei voluto rispondere “tu”, ma sentii che era una mia responsabilità. Non so perché, non conoscevo neppure così bene Amina, non avevo avuto con lei quelle esperienze che Giacomo millantava e non mi ero mai neppure sognato di immaginarle. Eppure sentivo lo stesso che era compito mio. E dovevo far smettere di abbaiare Ercole.

– Vado io.

Feci due passetti in avanti, arrivando all’ultimo centimetro che ritenevo sicuro. Non mi erano mai piaciute le altezze, anche le volte che i miei genitori mi avevano portato al Luna Park avevo sempre evitato le giostre che salivano troppo in su. Mi voltai indietro a guardare Giacomo, che era sempre lì dove l’avevo lasciato. Avevo ancora la sensazione che il pericolo si trovasse alle mie spalle. Mi inginocchiai, e allungai le mano a recuperare Ercole, tirandolo per il collare. Si lasciò portare più indietro e smise di abbaiare, ma ancora ringhiava nervosamente.

– Vedi niente?
– No, non ancora.
– Vai più avanti!

Più facile dirlo che farlo. Gattonai verso il dirupo, arrivando con le mano oltre il bordo, e mi tirai ancora più avanti. La puzza era quasi insopportabile.

– Vedi niente?
– Ancora no, ho detto!
– Distenditi e sporgiti meglio!

Feci come diceva Giacomo. Il cuore mi batteva fortissimo nel petto, ma aveva ragione. Era il modo più sicuro. Deglutii, sentivo un riflusso acido risalirmi su per la gola e mi sforzai di non pensarci. Pancia a terra mi mossi con una lentezza che mi sembrava esasperante, centimetro dopo centimetro, finché gli occhi non furono oltre il bordo, e finalmente potei vedere cosa c’era sotto.

– E adesso?

 

CONTINUA…

 

Michele Borgogni


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