Rosso mannaro

Rosso. Rosso Cremisi, Rosso Vermiglio, Rosso Scarlatto…quanti aggettivi per questo colore! Tutti cercano una parola che possa definire le sue molteplici sfumature. Ma la verità è che non esiste, non c’è alcun vocabolo in grado di descrivere la sua potenza. La luna è alta nel cielo ed il Mutamento sta per arrivare. I miei occhi neri stanno cedendo il posto a quel rosso che, insieme, temo ed anelo. Ho imparato ad accettare che dentro di me alberga la Bestia, quell’essere ibrido fra uomo e animale e che mi porta a scorrazzare per le strade in cerca di vittime in grado di soddisfare la sua bramosia di sangue caldo e corroborante. Il mese scorso ho provato una strana sensazione mentre le mie zanne affondavano nella giugulare di un volgare spacciatore; mi sono sentita potente, un’autentica macchina di morte. Peccato che il saporaccio del suo sangue, contaminato da quelle schifezze che assumeva regolarmente, mi abbia rovinato la festa. Tuttavia, mi sono rifatta le papille gustative assaporando la carne di una florida vecchina che veniva sempre a rompermi le scatole con le sue iniziative di beneficenza per questa o quell’altra causa. L’ho aspettata dietro il tronco di una grossa palma delle Canarie che si trova prospiciente la sua villetta in stile ispanico. Sapete, il pasto “offertomi” dallo spacciatore non mi aveva saziata, era tutto pelle e ossa, e stavo vagando come una matta in preda ad una fame del diavolo – è proprio il caso di dirlo! Era quasi mezzanotte e stavo pensando di assalire la famiglia che abitava di fianco a me e con la quale non ero mai stata in buoni rapporti, quando la signora Williams è passata dall’altro marciapiede. Il mio olfatto, super acuito, ha subito colto il suo odore, un misto di sudore e deodorante dozzinale. Quell’afflato fece rumoreggiare il mio stomaco e mi lanciai al suo inseguimento. Mi mossi lenta come un felino e, quando capii che era diretta a casa, corsi a perdifiato e mi nascosi. Benedissi quella palma e l’aspettai. Non dovetti aspettare molto. Benché fosse anziana, era comunque davvero agile e svelta. Vidi il suo svolazzante abito bianco a fiorellini e mi concentrai sulla sua gola, impreziosita da un girocollo dorato. Udii i battiti lenti del cuore che pompava il sangue a tutte le arterie e…non ci vidi più. Spiccai il salto e fui davanti a lei. Ella, incredula, sbatteva gli occhi in continuazione e fece per portarsi le braccia sul collo, ma era troppo terrorizzata e non ci riuscì. Non l’aggredii subito perché mi piace fissare le mie vittime negli occhi. Quegli occhi, di un caldo color marrone, affondarono nei miei e vi lessi una sorta di muta preghiera: Perché vuoi farmi del male? Io non ti ho fatto nulla. Sono solo una povera vecchia. Lasciami andare, te ne prego…L’odore della sua paura mi colpì le narici come un pugno ed io risposi con un inquietante ululato. Avvertii il suo corpo afflosciarsi, ma credo abbia sentito i miei canini che le squarciavano la morbida carne del ventre prima di perdere i sensi. Lanciai un urlo ed immersi il muso in quel lago di sangue e viscere fumanti. Ah, che bella cenetta! Non avrei mai creduto che una cattolica praticante potesse essere così succulenta. Evidentemente, i dolci che fagocitava durante le riunioni, le avevano conferito quell’ottimo sapore. Anche se sapevo che, una volta riacquistate le mie sembianze umane, avrei vomitato tutto, continuai a grufolare fra i suoi resti, spolpando le ossa e leccando il sangue sull’asfalto. L’Alba incipiente mi costrinse a smettere ed in pochi secondi raggiunsi il giardino incolto che fungeva da mia dimora dove aspettai che il Cambiamento volgesse al termine. Guardai la luna, bianca e spettrale, cedere il posto al sole e mi addormentai. Mi svegliai alle quattro del pomeriggio, nuda e intirizzita. Corsi nella casa abbandonata che avevo occupato e mi fiondai in bagno, feci in tempo a rigettare tutto quello che avevo ingurgitato. Poi mi preparai un bagno caldissimo e mi accinsi a togliere tutto il sangue incrostato che ricopriva il mio corpo. Mi strofinai con una spugna ruvida ed in breve l’acqua assunse una sfumatura rossastra, fino a divenire un autentico fiume di sangue quando mi lavai i capelli lunghi e ricci. Dopo parecchi minuti riuscii a pulirmi alla perfezione così, mi alzai dalla vasca e mi diressi in camera da letto. Il grande specchio padronale che troneggiava di fronte al letto con baldacchino, rimandò l’immagine del mio corpo nudo e grondante d’acqua. I pensieri mi si accavallarono vorticosamente e dovetti appoggiarmi al tavolino da toeletta per non cedere ai capogiri. Ripensai a quel pomeriggio d’estate di un anno prima, quando ricevetti la maledizione – o il dono- dipende dai punti di vista, della Licantropia. Anche quella volta mi specchiavo dopo il bagno e ricordo tutto: il sole che entrava con prepotenza dalle finestre spalancate, il dolce fruscio prodotto dai girasoli, coltivati dalla famiglia Solomon e lo sciacquio delle onde del Pacifico, in lontananza. Quel pomeriggio ero particolarmente felice dato che, con il mio gruppo teatrale, composto da sole donne e tutte soprano, avevo vinto un concorso nazionale per i nuovi talenti della lirica. Ci saremmo esibite il mese prossimo a Broadway con la nostra rivisitazione del Barbiere di Siviglia. Lasciai cadere l’accappatoio, rimanendo nuda davanti allo specchio, ed iniziai a provare la mia parte. Immaginai di essere Maria Callas ed il cuore mi si gonfiò di orgoglio. Accesi lo stereo a tutto volume e feci partire la base della Carmen di Bizet e di Largo al Factotum, celebre aria del Barbiere di Siviglia di Rossini. Provai per circa quattro ore beandomi della mia voce e degli acuti che venivano fuori dalla gola. Quando fui soddisfatta, mi lasciai cadere sul letto e mi dedicai a soddisfare le voglie del mio corpo… Mi rilassai e rimasi a fissare i rosoni di stucco del soffitto e stavo per addormentarmi quando un sommesso bussare e grattare sui vetri, mi riscosse da quel dormiveglia e mi misi l’accappatoio. Pensai fosse quella rompipalle della Williams che voleva soldi per il mercatino degli Scout, così presi un dollaro e mi preparai ad una delle sue interminabili prediche sull’importanza della solidarietà. Rimasi col braccio alzato davanti alla porta finestra, quando mi accorsi che non c’era nessuno. Pensai si fosse scocciata e ne fui felice: un sermone in meno! Mi tolsi l’accappatoio e mi distesi di nuovo. Stavo per addormentarmi e udii di nuovo quel knock knock di poco prima. Sbuffai e mi girai dall’altro lato. Feci finta di non sentire, ma quella non demordeva e, anzi, bussava ancora con più violenza. Era come se stesse usando una mazza, al posto delle nocche.

«Questa volta mi sente!», urlai infuriata, infilandomi i jeans ed una maglietta. Ma, dico, come si permetteva di disturbare così le persone?

«Senta, signora Williams, è pregata di lasciarmi stare. Ha cap…». Le parole mi morirono in gola poiché anche stavolta non vi era nessuno. Ma quel bussare non era cessato; adesso proveniva dal piano di sopra. Il cuore prese a balzarmi forte nel petto: forse non stavano bussando, era rumore di passi. E se vi fosse uno sconosciuto in casa? Rimasi pietrificata per alcuni secondi, poi la rabbia ebbe la meglio. Qualcuno si era introdotto in casa mia? Bene, gli avrei dato il fatto suo! Afferrai una scure e salii le scale con circospezione, guardandomi le spalle. Il rumore si era spostato e proveniva di nuovo dall’ingresso. Feci un rapido dietrofront ed anche lì non vidi anima viva. Controllai casa da cima a fondo, scesi pure in cantina ma non vidi nessuno. Pensai di aver immaginato tutto poiché stavo vivendo un periodo particolarmente stressante e, talvolta, quando attraverso delle fasi pesanti dal punto di vista fisico, la mia fantasia galoppa e produce situazioni che io poi trascrivo sulla carta. A quanto pareva, questa era una di quelle. Gettai la scure nel ripostiglio e andai in cucina a prepararmi un sandwich. In quella, fui investita da una corrente di aria gelida che mi fece accapponare la pelle e non fu solo una sensazione fisica, bensì… morale. Sentii lo stomaco affondare fra le viscere, mentre un velo nero mi calava sugli occhi…

«Mariah, Mariah. Cara, come si sente?» La voce della signora Williams mi giungeva ovattata, come se provenisse da un altro continente. Le sue mani fresche e morbide mi tastavano la fronte, mi carezzavano i capelli per tranquillizzarmi.

«C… cosa è successo?», balbettai, tentando di mettermi seduta.

«Credo lei sia svenuta. Ero passata per lasciarle la rivista Campane in Festa, ma dopo aver ripetutamente bussato senza risposta, avevo deciso di andarmene. Tuttavia, l’intuito mi diceva che qualcosa non quadrava, così sono passata dalla cucina e l’ho vista stesa sul pavimento. Dio mio, era così rigida da farmi pensare che fosse morta stecchita…»

Ma vaffanculo, vecchia cornacchia!

«Come ha fatto ad entrare?», gracchiai.

«Oh, la porta della cucina era socchiusa».

Mi porse un bicchiere d’acqua che tracannai, sentendomi davvero meglio. Evidentemente, lo stress delle ultime settimane aveva avuto la meglio sul mio fisico. Mi alzai, rifiutando il suo aiuto. Non so perché, ma non la sopportavo; mi infastidiva il suo modo da buona samaritana, dato che la sua era solo una facciata che celava una persona pettegola e maligna.

«La ringrazio signora Williams, ma adesso sto molto meglio e vorrei continuare le mie faccende».

«D’accordo, cara. Sicura di stare bene? Se ha bisogno, non esiti a chiamarmi», mi esortò, dopo aver squadrato con aria di disapprovazione il disordine della cucina.

Non appena se andò, chiusi tutte le porte e andai in camera da letto. Lo stomaco era in subbuglio e temetti di dover vomitare. Ero esausta e mi lasciai cadere sul letto, chiusi gli occhi e mi addormentai.

 

Crrttt, crrrt, knock knock, crrrt…

Quei rumori mi svegliarono nel bel mezzo della notte. Di nuovo, fui investita da quella corrente di aria gelida e nelle orecchie mi rimbombava quel suono crrt, crrt, crrt, simile a quello delle unghie che graffiano il vetro. Balzai dal letto, il cuore in gola e gli occhi spalancati per lo spavento.

Knock knock, crrrt, crrrt, plop, plop…

A quei suoni si era aggiunto un sinistro gocciolio. La stanza e tutto il quartiere erano immersi nella più totale oscurità e ciò fece accrescere il mio terrore. Sapete, fin da piccola ho sempre temuto il buio e non credo di aver superato del tutto le mie paure. Grosse gocce di sudore gelato iniziarono a colarmi dalla fronte, accecandomi. Intanto, gli strani rumori si moltiplicavano e non riuscivo assolutamente ad identificarne la fonte né la provenienza.

Crrtt…crrt…crrrt…Mariah…Mariah.

Una voce indefinita sussurrava il mio nome e compresi che l’origine dei suoni era lo specchio. Il respiro mi si mozzò quando la superficie dello stesso si crepò e dalle fessure iniziò a stillare un liquido rosso e denso. In breve la stanza fu satura del caldo odore di ozono mentre delle ossute mani uscivano dallo specchio sventrato come un corpo sul tavolo autoptico. Una nebbia densa ed opalescente si formò ed iniziai a distinguerne i contorni della figura che si stava stagliando davanti a me. Aveva una vaga forma antropomorfa ed era abbigliata con un mantello lungo fino alle caviglie. Il volto era una cosa indistinta e cambiava forma in continuazione. Ora sembrava il muso di un cane, ora quello di una pantera. L’unica cosa immutabile erano gli occhi. Rossi e liquidi, emanavano un fascino magnetico. Un fascino al quale era impossibile resistere. Cercai di fuggire, ma i piedi erano come incollati al pavimento. Nonostante mi opponessi con tutte le mie forze per non farmi soggiogare, il mio corpo non ubbidì ai comandi della mente…forse perché non avevo abbastanza volontà. Ricordo chiaramente che le voltai le spalle, ma essa avvolse un braccio scheletrico attorno alla mia gola e mi costrinse a girarmi. Ricordo nitidamente la figura spettrale dinanzi a me; non era che uno scheletro da cui pendevano brandelli di carne ancora rossi ed umidi. Il lungo mantello era in realtà un sontuoso abito da sposa intessuto di cristalli ed impreziosito da un velo di tulle finemente ricamato che le occultava il volto, ma non riusciva a nasconderne gli occhi. Tuttavia, intuii che non vi era alcuna faccia, ma solo un teschio scarnificato. Tutto intorno a me perse i contorni ed iniziai a vedere dei fiori neri che mi ballonzolavano davanti agli occhi, quindi avvertii un senso di pesantezza al basso ventre ed udii un sommesso scrosciare provenire dal mio corpo. In quella, l’essere eruppe in una fragorosa risata che provocò l’esplosione di tutte le finestre e degli specchi. Poi mi sfiorò una guancia e, benché fossi atterrita, iniziai a provare un certo piacere… che non aveva nulla a che fare con il risveglio dei sensi. Era piuttosto una calda corrente d’amore come quella che si prova quando si viene accarezzati dalla propria madre ed io, che ho perso la mia quando avevo solo dodici anni, non vidi più il terribile teschio foriero di morte; al suo posto vi era l’amorevole volto di colei che mi aveva donato la vita. Tutte le mie paure svanirono e caddi in ginocchio ai piedi dell’apparizione. Una parte del mio cervello cercava di mettermi in guardia, ma ignorai la voce della coscienza e del buon senso ed ascoltai quella del cuore. Il mio cuore inaridito da anni di solitudine imposta, ma anche voluta e cercata. Nelle mie orecchie si diffuse la voce stonata, ma amatissima della mia mamma che cantava la mia ninna nanna preferita:

Dormi, dormi bimba bella, stanotte diventerai una stella…

E a quel punto tutte le remore che avevo si sciolsero come gli ormeggi che tengono la nave ancorata al porto e mi lasciai cullare da quegli occhi profondi e frementi. La paura divenne gioia ed affondai in quell’abisso di dolcezza ed eternità.

 

Al mio risveglio mi sentii come se avessi corso per miglia, ma anche straordinariamente calma e felice. Non passarono che pochi minuti ed una telefonata della mia collega mi avvertii che eravamo state ingaggiate per esibirci alla festa di compleanno di un noto ristoratore; Le Farfalle della Lirica, stavano finalmente volando… Avremmo cantato la celebre aria della Traviata, Libiamo nei lieti Calici. Piansi come una bambina perché il mio sogno si stava avverando: cantare un’aria resa celebre dal mio idolo, la Callas. Mi rimirai allo specchio con quell’abito sontuoso e… iniziò a succedere qualcosa. Avvertii una fastidiosa sensazione di calore che si diffondeva dai piedi fino alla radice dei capelli. La luna splendeva alta nel cielo e fendeva l’oscurità, il tenore che si esibiva prima di noi aveva quasi finito di esibirsi nella Donna è Mobile; tra poco sarebbe toccato a noi. Le mie amiche erano agitate e felicissime, io ero preoccupata perché quello strano malessere non accennava a diminuire. Quando ci invitarono sul palco, capii che quella sera avrei fatto meglio a starmene a casa. Mi sentivo ardere come se sotto la pelle bruciassero migliaia di tizzoni ardenti e, quando partirono le note di Libiamo i Lieti Calici, il grande Cambiamento avvenne ed io non potei oppormi. Le mani si deformarono, assumendo una forma adunca, mentre le unghie crescevano a dismisura; i denti divennero grossi e lunghi e non mi permettevano di chiudere la bocca. Cercai di cantare, ma invece di un acuto emisi un lungo e disperato ululato. Le gambe e le braccia si allungarono e vidi il mio meraviglioso abito ridotto a brandelli. Udii indistintamente le urla di terrore degli astanti allorché una benda sanguigna mi calò davanti agli occhi ed iniziai a soddisfare il mio appetito. Mi misi carponi e spalancai le fauci, afferrando una delle mie colleghe; le mie zanne le frantumarono le ossa, mentre il sangue sprizzava dappertutto. Le persone correvano come schegge impazzite in cerca di una via di fuga. Un tenore, forse per la paura, iniziò ad eseguire Largo al Factotum, che divenne la colonna sonora del mio banchetto. Non ho idea di quanta gente io abbia divorato, ma tutto divenne rosso. Rossi erano i tendaggi, rossi gli strumenti dell’orchestra. E rossa era pure la luna, beffarda luna, che si tuffava nei miei occhi ferini. Le tenebre stavano lasciando il posto alla luce ed il tenore era ancora lì, pazzo di terrore, eppure continuava a cantare. Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono e… decisi di risparmiarlo anche perché non potevo ingurgitare più nulla. Con un balzo fui fuori ed udii la sua voce che eseguiva ‘O Sole Mio, stava festeggiando il trionfo dell’Aurora che sconfiggeva i demoni della Notte. Le sirene della polizia mi lacerarono le orecchie e mi nascosi nel bosco che circondava la casa, dove aspettai che si calmassero le acque. Trovai una grotta, nascosta da un’immensa Dicksonia Antarctica, e mi gettai sulle pietre umide di rugiada e ricoperte di muschio. I raggi del sole annullarono l’incantesimo di cui ero vittima e notai che le zampe ridiventarono mani e che la Bestia dopo aver ghermito la mia esistenza fatta di sogni e speranze, lasciava il posto ad una donna arida e disincantata.

Era pieno giorno ed io ero vestita solo di sangue e brandelli di carne: non potevo lasciare il mio nascondiglio in quelle condizioni. Avrei dovuto aspettare le tenebre per scappare e non tornare più. La mia carriera era stata distrutta sul nascere e la mia vita non sarebbe più stata la stessa. Da allora vago nelle periferie in cerca di prede e dimoro nelle case abbandonate. Naturalmente, nessuno crede che Mariah Mann, astro nascente della lirica, sia una Licantropa, quindi per la Legge e per tutti sono morta anche io quella notte divorata da una Bestia enorme. Casa mia è stata messa all’asta dalla banca ed è stata acquistata da una bella famiglia che ama la lirica. Non nascondo che spesso mi nascondo in giardino e li ascolto cantare; qualche volta mi unisco a loro, ma mi guardo bene dal farmi udire. La mia voce è migliorata, divenendo più potente e, chissà, se imparerò a controllare l’istinto animalesco forse potrò cantare in qualche locale. Non so perché sia toccata a me questa cosa, né perché quello spettro sia sbucato dal mio specchio. L’unica cosa certa è che ho accettato la mia nuova condizione e, prima dell’alba, ululo alla luna morente e fingo di essere sul palco ad eseguire un concerto.

A proposito, nei giorni in cui sono umana mi diletto a scrivere un’opera sulla mia nuova condizione; una specie di Carmen in versione lupesca. Ho già completato il libretto e sto pensando di spedirla ad un noto produttore, in forma anonima.

Il titolo? …Rosso Mannaro.

 

Diana J.Stewheart


 

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