Kill Pills

“Hai ancora intenzione di andare fino in fondo, allora?” Gli chiese lei.

“Sì.”  Annuì lui.

Erano seduti nella dinette dell’angolo cucina della loro piccola roulotte, bevendo caffè e fumando sigarette. Lei indossava l’uniforme dell’Esercito della Salvezza e si stava preparando ad affrontare l’ennesimo doppio turno, per la terza volta questa settimana. Lui aveva abbandonato il ruolo di lavoratore subordinato ormai da diverso tempo ed era ancora in mutande.

“Quando pensi di farlo?” Chiese dopo una pausa.

“Forse domani. Probabilmente intorno all’ora di pranzo.”

“Naturalmente avrai anche già deciso come?”

“Con le nuove kill pills. Credo siano la soluzione migliore. Ti addormenti dolcemente e ti risvegli da qualche altra parte. Tutto molto semplice. Le ho ordinate su Amazon, erano in offerta: prendi due e paghi uno. Mi sono arrivate giusto ieri pomeriggio mentre eri al lavoro. Pensa, col servizio Prime non ho neanche pagato la spedizione. Se vuoi ce n’è una anche per te.”

Lei si accese un’altra sigaretta facendo finta di non aver sentito l’ultima parte delle sue parole. Mentre guardava fuori dal finestrino, buttò fuori più fumo possibile.  

“E se ti ritrovassi in un posto immondo?”, sottolineò. “Cosa faresti?”

“Vuoi dire come l’inferno?” Disse con un piccolo sorriso. “Lo sai che non credo in quelle cose.”

“E se esistesse veramente?”, insistette. “E se fosse tutto vero, e la tua determinazione a commettere un peccato mortale ti portasse lì?”

Sospirò e versò due caffè. Era il loro terzo bicchiere quella mattina. “Se esistesse una cosa come la dannazione eterna, allora io, probabilmente, sono destinato ad andarci lo stesso. Quindi il suicidio mi ci porterà direttamente tagliando fuori tutte le fermate intermedie.”

Lei lo fissò incredula, con gli occhi spalancati per alcuni secondi, poi scosse la testa.

“Stai versando nel cesso tutta la tua vita. Ogni goccia di essa.”

Lui si strinse nelle spalle. “Alcune persone semplicemente non sono tagliate per questa vita. Credo di essere uno di loro.” Lei cercò di interromperlo, ma lui alzò la mano per fermarla. “Pensaci. Non ho mai avuto degli amici stretti, nemmeno da bambino. Da adulto, non ho mai avuto alcuna motivazione per la mia vita. È come se io stessi sempre aspettando: che accada qualcosa, quel qualcosa mi porti via da tutto questo e che mi dia finalmente uno scopo. Purtroppo non succede mai. Oppure queste kill pills sono ciò che stavo aspettando. Saranno il veicolo per il mio cambiamento.”

“Quelle cose sono una maledizione. Sai quanta gente incontro, che si sta buttando via con quelle? Ma dico io, sai che lavoro faccio, cerco di salvare la gente dalla follia del suicidio per futili motivi e proprio tu ti convinci che non avresti altra soluzione alla tua fantomatica “depressione”?”

“Ma io non sono depresso. Ho deciso di esplorare il dopo. Comunque le Kill Pills sono state autorizzate dal Governo quindi non capisco tutta questa demonizzazione che si sta creando intorno. Sai che da quando le hanno messe in commercio, l’azienda che le produce sta facendo affari a palate?!”

“Chiediti il perché? Autorizzare l’eutanasia e il suicidio facile è stata una mossa furba dello Stato. È ingegneria sociale. Vogliono liberarsi dal peso della gente che viene considerata in eccesso e, come ben sai, mi sono arruolata per combattere questa politica farneticante. Non stiamo parlando solo di persone malate ma di chiunque abbia da recriminarsi qualcosa. Anche la motivazione più stupida.”

“Mi meraviglio che tu non te ne renda conto” disse lui, “in realtà il tuo lavoro che consiste nel cercare di convincere gli aspiranti suicidi a ripensarci, non è altro che un modo per mettere a posto la coscienza collettiva nei confronti di chi sceglie autonomamente di suicidarsi. Converrai con me che la tua funzione è analoga a ciò che succedeva nei tempi passati con il fumo o il gioco d’azzardo. Anziché abolire il gioco si creavano dei corsi contro la ludopatia. Anziché abolire le sigarette si facevano dei corsi per smettere di fumare. In pratica non volevano risolvere il problema sul quale campavano e sul quale campi anche tu. Perché ora succede la stessa cosa. Se non ci fosse questa fantomatica “emergenza suicidi”, come la chiamate voi, saresti a spasso, disoccupata.”

“Ma cazzo! Vedi che proprio tu, aspirante suicida inutile, mi stai spiegando perfettamente la questione e nonostante tutto ti ostini a portare avanti il tuo progetto…”

“Comunque è un mio diritto”, affermò lui.  

“Ecco la stronzata che aspettavo di sentir dire. Ormai pensate di avere il diritto per qualsiasi cosa.  C’è un eccesso di diritti garantiti. La situazione è sfuggita di mano. Non è possibile venga addirittura riconosciuto il diritto a morire a chiunque ne abbia voglia.” Stava aumentando il tono della voce. Si stava alterando decisamente.

“So come la pensi, ma devi accettare come la penso io. Sui diritti non si discute”, le disse con calma. Lei si zittì.

Scese un silenzio gelido e solo dopo qualche minuto lei si allungò attraverso il tavolino e afferrò la sua mano. Era ferma e asciutta, notò, mentre lei si sentiva fredda e sudata.

“Siamo ancora così giovani” gli disse. “Potremmo trovare uno scopo stando insieme. Potremmo sposarci. Viaggiare. Andiamocene ora. Basterebbe che tu non lo facessi. Non adesso almeno. Aspetta un anno. Forse appena sei mesi. Rifletti sulle possibilità del nostro futuro insieme.”

“E dopo mi sentirei esattamente come mi sento ora.” Sospirò per la frustrazione. “Questa è l’unica soluzione.”

Ritirò la mano. “E se fossi incinta?” tentò una carta vincente. Lui alzò gli occhi dalla sua tazza di caffè.

“Lo sei?” Per un attimo fu tentata di mentire. Ma se ne sarebbe accorto. Era una bugiarda terribile.

“No!” ammise. “Ma potrei esserlo. Potremmo avere una famiglia nostra. Com’è come motivazione?”

Sospirò per la frustrazione. “Sarebbe un cambiamento positivo solo momentaneo. Lo so già”. Il suo viso si fece duro.

“Posso fermarti”, disse lei con rabbia. “Posso sedermi qui e guardarti. Forse anche chiamare la polizia e farti arrestare fino a quando questa follia non ti passa.”

“Tesoro non potrai stare seduta con me per sempre” disse con un tono di voce esasperato. “E anche se riuscissi a farmi internare in qualche manicomio, quando il medico verrà a controllarmi basterà che io gli faccia un sorriso e lo ascolti ossequioso. Poi farò finta di riconoscere quanto io abbia sbagliato e allora tutti ci faremo una grande risata. Alla fine, prima o poi mi lasceranno andare.” Si chinò verso di lei. “Non sarebbe più facile se mi lasciassi fare a mio modo? Senza coinvolgere nessun altro?”

“Ma dannazione, perché non vuoi accettare che qualcuno ti possa aiutare?” singhiozzò. Non pensava che avrebbe avuto ancora lacrime da piangere, ma ora una cascata in piena le scendeva lungo le guance. Lui si alzò si sedette accanto a lei.

“Tesoro, non mi puoi aiutare”, le disse, e prendendole il mento la costrinse a incontrare il suo sguardo. “Nessuno mi può aiutare, perché non ho bisogno di aiuto. Lo sai che ho già visto alcuni dei migliori medici e terapisti. Tutti dicono che non sono depresso o delirante. Non sento le voci e non credo di essere Dio. In pratica sono sano e razionale come te.”

“Vuoi dire… a parte il fatto che hai deciso di suicidarti!” sputò fuori di botto e allontanando repentinamente da sé le mani di lui.

“Guarda, te lo ripeto semplicemente, penso di non essere adatto a questa vita, soprattutto a come si aspettano che noi dovremmo viverla”, disse, e per la prima volta a lei sembrò di rilevare una traccia di impotenza nella sua voce. “Sei mai stata in ritardo per un appuntamento, ma hai mille altri luoghi da visitare prima di arrivare a destinazione? Come quando stai per arrivare allo studio del medico, ma prima senti il bisogno di fermarti al negozio di alimentari a comprare qualcosa per la cena. Poi passi in edicola perché ti hanno messo da parte i fumetti del mese. E infine ti fermi in biblioteca per restituire alcuni libri prima che scada il termine.”

“Certo, lo so perfettamente.” Sbottò lei interrompendolo. “A tutti capitano simili giornate.”

“Ma questo è quello che sento come ogni giorno. In pratica, ogni secondo che passo qui mi toglie da dove dovrei veramente stare.” Sentenziò.

Si alzò e uscì dalla roulotte. Si fermò a due metri dalla porta con le lacrime che gli rigavano il viso contratto in un’espressione di rabbia. Guardò l’orologio e si rese conto che era tempo di andare al lavoro. Non ne aveva voglia. Si girò, lui era sulla soglia della porta e la guardava impassibile. Troppo impassibile.

Infine, si avvicinò a lui ed egli fu sorpreso di vedere che le lacrime si erano fermate. Ora lei aveva uno sguardo di deferenza calma sul suo viso. Quando parlò, il suo tono era freddo come il ghiaccio e gli occhi socchiusi come lame di rasoi.

“Bene!” disse, “tu sei convinto che questa sia l’unica opzione possibile. Così sia. Io non pretendo di sapere quello che ti senti. Certo che no. Ma se vuoi fare sta cosa, se davvero vuoi farla, devi prendere tutte le tue cose con te.” Lui la guardò confuso per un momento.

“Hai capito bene! Voglio che tutto quello che possiedi, sia fuori di qui per quando tornerò a questa specie casa. Poi potrai fare tutto ciò che stai desiderando.”

“Ma… perché?” chiese.

“Perché, quando torno, se la tua roba non sarà più qua, forse potrò far finta che tu sia sparito. Penserò che mi hai tradito con qualcun’altra e te ne sei andato con lei. Allora forse non sarà poi così male accettare la tua assenza.”

La sua voce s’incrinò di nuovo e per un attimo lui ebbe paura che stesse per ricominciare a piangere. Ma lei lo guardò solo per un momento con un’espressione che gli spezzò il cuore; poi, dopo essere rientrata nella roulotte e aver raccolto il cappotto, se ne andò.

Lui prese le kill pills dalla tasca le guardò: una era rossa, l’altra blu. Le mise in un bicchiere appoggiato sul tavolo. Andò a fare le valigie.

Nel frattempo lei salì in macchina promettendo a se stessa che questa era stata la prima e ultima volta che aveva ceduto alla confidenza intima con una pratica di tentato recupero da suicidio futile previsto dal protocollo di tutela governativa per la verifica finale delle decisioni autonome. Per esperienza sapeva che queste cose non finivano mai bene, e infatti la Pratica SKP25846 si poteva dire verificata e conclusa: soggetto irrecuperabile.

Premuto lo starter, il visore dell’abitacolo si animò. “Karen, sei in ritardo, ti è stato affidato un nuovo caso da verificare. Pratica suicidio futile nr. 78659, sbrigati che sembra che non stia nella pelle. Ha appena ritirato le pillole”.

“Agli ordini capo” disse con voce rotta dalla tensione.

“Cosa fai? Piangi?”

“No, no, era solo un bruscolino nell’occhio” disse non troppo convinta.

“Non puoi farti vedere così, datti una sistemata. Mai cedere all’emozione. Sangue freddo e determinazione. Ti inoltro la destinazione al gps.”

“Certo Signore, non si preoccupi.”

Spense il visore, accettò l’indirizzo della nuova pratica e inserì il pilota automatico. Aveva una vita da vivere, altre vite che potevano essere salvate. Uno stipendio da salvaguardare.   
 

 

Luca Pennati


 

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