La maschera della Peste

Un esperimento di speedwriting del nostro Pietro Giovani

 

 

 

Di seguito, la trascrizione del testo:

 

Will l’Onesto, così amichevolmente chiamato da quella combriccola ch’egli frequentava a causa della sua propensione nel barare al gioco, era malato. Molto malato.

Tutta la città – e, per quel che se ne sapeva, tutto il mondo – era affetta da quel terribile morbo, dai sintomi così dolorosi e disturbanti per la vista, meglio conosciuto come Peste.

Will, al pari di pochi altri, era sopravvissuto ai primi giorni, abbandonato come un cane rabbioso nella sua piccola stanza. Qualcuno, durante la notte, alla luce di una fiaccolata, aveva inchiodato delle assi al portone d’accesso della sua abitazione, tentando così d’isolare maldestramente alcuni degli infetti dal mondo circostante, nella vana – ingenua! – speranza che ciò bastasse ad arginare quel flagello indubbiamente mandato da Dio in persona.

E proprio di Dio, in particolare, Will l’Onesto si trovò a ragionare mentre moriva di fame e di sete, scosso dai brividi e ricoperto di bolle purulente, nel suo lurido letto infestato di pulci. Lo maledisse, lo condannò per la sua ingiustizia, in un primo momento, per la sua crudeltà. Ma man mano che la malattia avanzava e lo consumava ed il delirio si impossessava della sua mente, giunse a supplicarlo, a chiedere perdono per la sua condotta orribile, per i suoi modi e le sue abitudini a dir poco discutibili.

Accadde però, come ho detto poc’anzi, che Will l’Onesto sopravvivesse alla Peste. Era uno tra pochi e, soprattutto, uno dei primi. Tra i primi, infatti, era stato infettato, tra i primi era sopravvissuto. Quale fosse la ragione di una simile fortuna, toccata ad un così ristretto numero di sue conoscenze, non era dato saperlo. Ma in cuor suo Will pensava che le suppliche al Signore a qualcosa dovessero pur essere servite.

In un primo momento, almeno.

Evaso, debole e tremante, dalla sua stanza, in pochi giorni il piccolo imbroglione si rimise completamente, potendo accedere – grazie alla sua immunità alla malattia – ad ogni luogo, anche fosse di lusso, dove poté trovare pasti lasciati a metà, dispense piene, acqua, vino, pane ed ogni sorta di delizia che quasi sempre gli era stata preclusa a causa della sua condizione sociale… e fors’anche morale. E più le forze gli tornavano, più il mondo attorno a lui bruciava; maggiormente l’idea che fosse stato Dio a salvarlo e non la sua semplice tempra svaniva, sostituita dalla più affascinante tesi della propria forza di spirito e del proprio fisico ferreo.

Così, trovandosi a non doversi più preoccupare del cibo e delle comodità almeno per un po’, si guardò attorno e vide che altri sopravvissuti come lui si erano dati ai più disparati mestieri, il più popolare e diffuso dei quali era quello dei raccoglitori dei cadaveri. Essi, facendosi annunciare da una campanella, percorrevano lentamente le strade trainando carretti ricolmi di corpi abbattuti dalla Morte Nera, fermandosi ad ogni porta e sotto ogni finestra per raccogliere i miseri resti che venivano consegnati loro da amici e parenti, desiderosi di sbarazzarsi il prima possibile dei maleodoranti cari estinti. Ricevevano una paga, per il loro servizio, ma nulla che Will ritenesse proporzionato alla fatica di trainare un carro e sollevare cadaveri.

Molto più interessanti, invece, erano i medici. Si aggiravano con i loro inquietanti mantelli, cappelli e maschere diaboliche dalle fattezze d’uccello, con occhiali scuri ed un lungo becco, forse con l’intento di dare il colpo di grazia agli sventurati infetti facendoli morire di paura. Nei becchi essi bruciavano erbe ed essenze, il cui scopo era proteggerli dall’aria corrotta dalla peste. Se il metodo funzionasse o meno, non era chiaro, ma Will vide in quelle maschere, in quei volti e quei corpi camuffati, un’occasione.

Era forse sempre stato un uomo ignorante, insensibile alla bellezza e all’arte, imbruttito dalla sua condizione, e di certo non istruito né intelligente. Ma ciò non significava che non fosse furbo, dato che intelligenza ed astuzia ovviamente non procedono di pari passo nella mente degli uomini. Così, trovato un medico morto – forse quelle erbe non servivano proprio ad alcunché – gli sottrasse mantello, cappello, guanti, stivali, maschera… insomma ogni cosa; si camuffò a sua volta da esperto di medicina e prese ad aggirarsi solamente nei quartieri più ricchi, spacciandosi per conoscitore del morbo.

Quel che realmente faceva, però, era entrare in palazzi e belle case, ormai scarsamente controllate da servitori o guardie di sorta, fare una piccola scena al moribondo ed agli eventuali parenti superstiti e poi, forte dell’assenza di controlli e della fiducia nei medici che gli veniva conferita, si aggirava con calma per le abitazioni aprendo cassetti, frugando tasche, scassinando bauli e così via. Poi, per non dare nell’occhio, infilava tutte le monete ed i gioielli di cui era entrato in possesso nel lungo becco della maschera, ché mai ad alcuno sarebbe venuto in mente non solo di fermarlo conciato in quel modo, ma addirittura di toccare quella spaventevole appendice rapace. Così, se qualcuno nel silenzio gli si fosse potuto avvicinare, avrebbe udito un lieve tintinnio mentre passeggiava, il capo leggermente inclinato in avanti, di certo per le riflessioni in cui era immerso, e non certo per il dolce peso di oro ed argento che gli gravavano sul collo.

Così, nei mesi, Will l’Onesto mise da parte un piccola fortuna e quando alla fine, dopo alcuni anni, apparve chiaro che la peste era ormai estinta, cambiò aria. Lasciò la città che aveva conosciuto, la regione stessa che aveva conosciuto, che aveva girato completamente per non interrompere i suoi comodi furti, si trasferì in un luogo lontano dove la sua faccia non era affatto nota e, acquisito un nome fasullo ed altisonante, poté permettersi di rilevare un palazzo i cui abitanti erano stati completamente sterminati e di cui non vi erano apparentemente eredi che potessero pretenderne il possesso o la proprietà. Con un nome nuovo ed una bella casa nuova, ciò che rimaneva da fare era assicurarsi un futuro roseo.

Così, data la scarsità di popolazione e la sovrabbondanza di beni abbandonati, si mise ad assumere operai, ad acquistare terreni, a creare lavoro e in pochi anni un piccolo impero era sotto di lui. A molti pareva talvolta strano il comportamento del nobiluomo, che si esprimeva e si comportava in maniera più consona ad un tagliagole che ad un magnate quale lui era, ma siccome Will portava chiari in viso i segni della peste tutti, alla fine, convennero che quel grand’uomo dovesse aver perso un po’ del suo cervello durante i terribili anni in cui il morbo imperversava, e tale era la fortuna che le sue capacità portavano in ogni dove che tutti gli perdonarono alcune sue singolari eccentricità.

Era tanto ammirato che gli fu data in sposa l’unica figlia superstite del marchese del luogo, che per rispetto del buon nome della famiglia non vado a citare, così che non venga infangato dalla vicinanza con un essere spregevole qual era Will, ma fatto sta che ancora oggi, nei libri di storia, viene studiata un’importante personalità del tempo. Non starò a dirvi di chi si tratti, poiché il suo nome non fu certo “Will”, ma se siete stati sufficientemente attenti al mio racconto capirete bene di chi sto parlando.

I giusti avrebbero certamente voluto un diverso epilogo per questa mia breve novella e non posso dire di non averci pensato. Sarebbe stato interessante se, per esempio, il collo gli si fosse spezzato per il troppo peso dell’oro contenuto nella maschera, così da poter inserire qui, nelle ultime righe, una morale sull’avidità. O se banalmente fosse stato scoperto durante i suoi furti, finendo di certo appeso alla forca. Ma la vita, purtroppo, non è altro che il continuo susseguirsi di ingiustizie e casi fortuiti, così non posso darvi la soddisfazione di una punizione finale per il malvagio. Egli visse infatti fino a tarda età, si sposò nuovamente dopo la morte della prima moglie ed ebbe numerosissimi discendenti.

Chissà, potreste persino essere voi.

 

Pietro Giovani


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