Il cappello rosso

Il Presidente pare assente, come assorto in chissà quale ricordo nella solitudine del suo ufficio. Osserva una vecchia foto che ritrae una madre con in braccio una bambina, entrambi con un cappellino rosso delle forze coloniali, entrambi sorridenti. Uno degli attendenti bussa in maniera appena accennata alla porta lasciata leggermente aperta. Il Presidente ha un leggero sussulto, solleva lo sguardo e annuisce. Si alza quasi a fatica dalla poltroncina, sistema ancora una volta la giacca prima di uscire. Avanza verso il palco, scuro in volto. Il silenzio è quasi irreale, migliaia e migliaia di persone riempiono le piazze davanti ai maxi schermi eppure non vi è alcun vociare, nulla.

La mano inavvertitamente fruga ancora nella tasca quasi come non volesse staccarsi ancora da quell’immagine, poi un profondo respiro.

 

…3…2…1…ok, in onda

«Cittadini, come ben sapete l’ultima epidemia ci ha inflitto danni enormi, perdite enormi. Ognuno di noi porta ancora dentro di sé i segni, profondi e indelebili, di questa battaglia.

Con il cuore spezzato, purtroppo, devo farmi portavoce di altro dolore: è stato emanato l’ordine di rientro in rotta per le Pattuglie 6 e 7. Il Blocco Coloniale 3, a partire da questo momento, è ufficialmente considerato perso. Lo sforzo richiesto per un ulteriore tentativo di contatto sarebbe troppo grande e il rischio di contagio metterebbe ulteriormente in pericolo tutta la spedizione. Sapevamo fin dall’inizio che non sarebbe stato facile. Ebbene, nonostante tutto andremo avanti e presto troveremo una nuova casa. Ce la faremo, non possiamo arrenderci. Dobbiamo farlo per chi è rimasto, dobbiamo farlo per onorare l’estremo sacrificio di coloro che mai saranno dimenticati.

Il livello di allarme scende a Giallo 1. Rientrate nei vostri alloggi adesso, state vicini ai vostri cari…il viaggio continua».

 

La sala è enorme, i segni della devastazione sono ovunque. Quasi tutti i sopravvissuti, o almeno quelli in grado di muoversi sono radunati in una delle poche zone non infestate. I pochi tecnici e ufficiali rimasti sono ammassati vicino all’unica consolle ancora funzionante.

L’operatore radio sfila le cuffie, le appoggia lentamente sulla piccola tastiera illuminata, la scritta ”Blocco 3” lampeggia in un piccolo display a fianco di quella ”Plancia di Emergenza”.

Si volta, non dice nulla. Il silenzio è rotto solo dal vociare di un ragazzino con un cappellino rosso delle forze coloniali, troppo grande per lui: «Mamma, cosa succede? Mamma, perché stanno tutti zitti? Stanno arrivando vero?»

Molti distolgono lo sguardo, qualcuno accenna un sorriso stentato, nessuno risponde.

‘«Vieni qui tesoro, abbracciami…»

 

Le luci sono fioche nella cabina dove il Capitano siede silenzioso. Con un gesto stanco, pesante, toglie il cappello rosso da ufficiale e lo posa sul tavolino. Rimane immobile, la testa pesante fra le mani, gli occhi chiusi nel vano tentativo di trovare una risposta che forse una parte di lui rifiuta di cercare. Si strofina il viso, quasi a scacciare gli ultimi dubbi ancora rimasti, infine si alza e si dirige verso la sala comando.

Cammina lentamente, ogni soldato che incrocia il suo sguardo non proferisce parola, si limita semplicemente ad un cenno col capo. Probabilmente nessuno del suo equipaggio lo aveva mai visto senza quel vecchio e consunto cimelio calato sulla fronte.  Le porte si aprono con un bassissimo ronzio, tutti sono ai loro posti, le dita svelte sugli schermi, le bocche serrate, gli sguardi decisi.

Il Capitano fissa lo spazio vuoto dinanzi a sé, l’ufficiale addetto alla rotta abbozza una specie di sorriso, annuendo.

 

L’incrociatore ”Kestrel” delle forze coloniali rompe la formazione e, contravvenendo agli ordini, effettua una virata in direzione dell’ultima posizione conosciuta del Blocco Coloniale 3.

Nel centro comando gli schermi radar segnalano l’anomalia, nella sala controllo l’unico suono è quello dei cicalini di allarme. Il personale non proferisce parola, gli occhi sono puntati sul Comandante delle Forze Coloniali in attesa che dia l’ordine di intercettazione.

 

Viene aperto il contatto, per un tempo indefinito i due ufficiali si fissano silenziosamente in un dialogo dove ogni parola suonerebbe vuota e futile. Il Capitano non più giovanissimo ha la fronte corrugata, lo sguardo provato ma non domo. I pensieri schiacciano e tentano di soffocare la luce nei suoi occhi, inutilmente. Il Comandante invece pare di pietra, se esistono emozioni sono ben nascoste sotto una scorza impenetrabile temprata da anni di scelte pesanti e difficili. Sta in piedi di fronte allo schermo con le mani conserte dietro la schiena, tutti attendono spasmodicamente un cenno. Il suono acuto degli allarmi crea nella testa quasi un fischio continuo quando, ad un certo punto, il Comandante alza la mano e con un gesto lento e fluido la porta alla tesata del cappello rosso come in un marziale saluto.

”Li riporti a casa Capitano, questo è un ordine…buona fortuna.”

 

Pier Melidori

 


 

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