La stanza morta

Non fissarmi.

Avevi dei begl’occhi, un tempo. Esprimevano il magnetismo, il carisma di cui eri in possesso. Quando entravi in una stanza, ti bastava un’occhiata e tutti ti prestavano attenzione. Come ti invidiavo questa capacità.

Adesso, quando la luce è sufficiente da illuminarti chiaramente, vedo che le cornee sono ingiallite, piene di capillari esplosi, e l’iride è velata da una nebbia lattiginosa. E sono sempre, sempre, sempre fissi su di me, ininterrottamente. Potrei anche sopportare lo sguardo, se si trattasse solo di quello. Ma il rumore. Quell’ansito continuo, inframezzato da grugniti e gorgoglii, mi fa diventare pazzo. Non mi fa dormire la notte.

Provo, per la centomilionesima volta, a forzare le manette. Niente. Ho le dita sanguinanti e le unghie spezzate, a furia di provare. Maledetto pazzo, mi ha condannato ad una morte orribile!

Ormai sono tre giorni che sono qua, assicurato al calorifero. Il mio polso destro è escoriato per il continuo sfregamento contro l’anello di metallo e la spalla mi fa un male del diavolo a furia di stare tirata verso l’alto, ma cosa posso farci? Le chiavi sono là fuori, chissà dove, probabilmente a spasso nelle tasche di un poliziotto non-morto. Io e Bill, invece, siamo qua dentro al sicuro, protetti da porte blindate, grate alle finestre ed un armamentario da paura.

Peccato che non posso gioire di alcuna di queste cose.

Quando è scoppiato il casino, mi trovavo con Bill nei paraggi del commissariato. Un tizio, sbucato dal nulla, ci si era avventato contro ed aveva morso il mio amico ad una mano. Roba da idrofobi, da pazzi. Un tossico, abbiamo pensato lì per lì. Non avevamo idea di cosa si trattasse realmente. Ci siamo precipitati nel commissariato e, nel marasma generale, tra le urla e Bill che schizzava sangue dappertutto, un poliziotto particolarmente nervoso ci ha sbattuti qua nell’archivio, ci ha ammanettati ai caloriferi ai due lati opposti della stanza e, dopo averci praticamente strillato in faccia “non provate a fare i furbi!” è schizzato fuori, chiudendosi la porta dietro.

Non l’abbiamo più rivisto.

Le condizioni di Bill sono peggiorate rapidamente. Prima è diventato ceruleo, poi ha cominciato a tossire – ma che dico, a vomitare – sangue, una cosa da rimetterci il pranzo. Ho urlato, chiedendo aiuto, ma nessuno è venuto in nostro soccorso. Nel giro di poche ore, il mio amico era morto. Tempo che calasse la sera, era tornato.

Zombie. Ma ci credereste? Chissà cosa direbbero quei fanatici che hanno siti internet e pagine facebook dedicati ai morti viventi, ora che l’apocalisse z è scoppiata per davvero. Ora che le loro famiglie saranno probabilmente morte, se non lo sono anche loro, che non c’è più corrente, che quei mostri vagano per le strade, e la civilità probabilmente è scomparsa. Mentre io me ne sto qui, ammanettato ad un calorifero. Magari qualcuno di loro è pure contento. Magari qualcuno ritiene sia persino una bella cosa, un repulisti in stile diluvio universale, solo un po’ più splatter.

E intanto Bill mi osserva. In tre giorni si è decomposto ad una rapidità incredibile, ma non ha mai smesso di fissarmi e di tirare il polso con la manetta. L’anello di metallo gli è affondato un bel po’ nella carne. Ho bevuto qualche sorso d’acqua dallo sfogo del calorifero, forse un paio di bicchieri in tutto, ma ho fame e brucio di sete. Presto morirò disidratato, ammorbato dall’odore stesso del mio piscio e della mia merda, che ho dovuto fare ad un passo da dove mi trovo. Per non parlare dell’olezzo agrodolce del mio amico che marcisce.

Ma spero di morire in fretta. Non mi importa più della sofferenza. Perché se Bill dovesse riuscire a liberarsi dalle manette prima di ciò, sarebbe peggio.

Molto peggio.

 

Pietro Giovani


 

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