L’egoismo del respiro – recensione

 

Sinossi

 
Cuoco in una tavola calda a Sacramento, ottimo amico per i colleghi e quasi un figlio per i titolari. Una vita normale e soddisfacente se non fosse per l’innato istinto omicida e un personale senso di giustizia: Colton Miller è un’anima selvaggia, che ama uccidere i peccatori e che si diverte a cercare lo sgomento negli occhi delle sue vittime, decifrandone gli ultimi inutili pensieri; un’ombra tormentata dagli orribili e confusi ricordi d’infanzia, in cui la violenza tocca gli apici dell’inconscio e si mischia all’angoscia più profonda. Ma il passato non è l’unica cosa da cui scappare. C’è qualcos’altro, lì fuori: una minaccia. Un’entità che inizia a tormentarlo; qualcuno disposto a schiacciare chiunque si metta sulla propria strada. In tutto questo chi è la vittima e chi il carnefice? Ma soprattutto, dove finisce l’agonia e inizia il piacere?!
 

 

Biografia

 
Giada Strapparava nasce il 21 Giugno del 1994, in provincia di Verona dove lavora come operatrice del benessere. È una grande appassionata di criminologia, mentalismo, medicina legale e naturopatia. Profondamente amante della scrittura e della lettura sin da bambina. Pubblica la nuova edizione de “L’egoismo del respiro” il suo romanzo d’esordio scritto nel 2012 e pubblicato nel 2016 con “SensoInverso Edizioni.” Sempre con questa Casa Editrice a Febbraio 2016 rientra nei vincitori del concorso “LuceNera” con il suo “ Sorriso Affamato” il quale viene pubblicato in un’antologia di racconti. A Febbraio 2017 frequenterà il corso base di psicologia criminale e sempre in questo anno frequenterà il percorso di “Psicologia del disegno infantile.” Mentre il suo secondo romanzo ( concluso a Maggio 2016 ) è preso in carico da un’agenzia letteraria, per la sua collocazione. Attualmente è impegnata nella stesura di una bozza iniziale per quanto concerne il terzo romanzo.

 

 

Recensione di Joe Oberhausen-Valdez

 
Il titolo di questa recensione potrebbe essere Nessuna pietà, e probabilmente persino del libro stesso, perché i personaggi descritti sono veramente privi di misericordia, compassione e umanità, ammesso che killer, serial killer, assassini in genere possano averne.

Il thriller si sviluppa tra giorni di ordinaria vita quotidiana di esseri qualsiasi (chiamarli uomini sarebbe un plurale apocrifo), flashback, crimini efferati, sprofondando in un sadismo spinto al di là del semplice compiacimento, che diviene goduria disumana, a tratti erotica, a tratti semplice perversione quasi soprannaturale. Il mondo descritto è una fogna lurida e pericolosa dove l’homo homini lupus è un’espressione superata, una concezione realistica e per niente filosofica portata ai massimi livelli, raggiunti e travalicati abbondantemente. I personaggi sono mostri con sembianze umane, e, quandanche abbiano parvenze estetiche, normali, sublimi, dell’uomo comune, in verità nascondono una brutalità che nessun animale predatore pericoloso potrebbe raggiungere. La differenza tra l’istinto del rapace e la volontà del killer sta appunto nella razionalità, nel programmare a tavolino le atrocità da compiere solo per il gusto della prelibatezza di uno scopo agghiacciante.

Ma da cosa nasce la determinazione di tanta crudeltà? Forse da un istinto di sopravvivenza senza freni, tramutato in una passione degenerata, ormai divenuto tout court eccitazione della ferocia primordiale; forse semplicemente da una sofferenza interiore che si esplica come sfogo depravato e malato di chi ha oltrepassato l’umanità, la morale, e tutte le altre invenzioni della società che costringono l’uomo-belva a essere veramente quello che è all’apparire del vero: una creatura orribile, ormai sprofondata nell’annichilimento della comparsa irrefrenabile delle paure e della solitudine. Quindi in preda alla sensazione terribile che è solo a questo mondo, in una vita unica e inutile, illuminata solamente da pochi attimi di gioia effimera, perduto per sempre nel suo egoismo e nella caducità del suo respiro. La temporaneità e la debolezza creano mostri.

Lo stile è agile, scorrevole, disinvolto, lavorato con un impegno estremo e una consapevolezza che manifestano l’attenzione e l’aspirazione della perfezione. Nella prima edizione si notano alcuni refusi che sono stati corretti nella seconda, dopo un lavoro di revisione portato a termine magistralmente.

Il romanzo è crudo, spietato, brutale, a volte edulcorato da pillole di parvenza di gioia che hanno il sapore delle ciliegie, ma che in realtà nascondono l’amarezza del cianuro. Sembrerebbe scritto da un criminale all’ergastolo, da un pazzo maniaco, da un gerarca nazista, e invece è il frutto dell’immaginazione fervida di una giovane e bella scrittrice, che ha raggiunto il suo scopo: interessare superbamente il lettore, coinvolgendolo in una trama e in una storia spietate e intriganti.


 

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