Post Mortem

In una Campania apocalittica, tra bombe atomiche, zombie e scarafaggi umani, il Punitore e Bukowski combattono una guerra assurda e surreale nell’imperdibile racconto di Max MIRANDA.


 

POST MORTEM, 

(UNA STORIA DEL PUNITORE CON BUKOWSKI)

di Max Miranda

 

 

“Sì, avete capito bene”, disse Parzanese.  “Vi voglio tutti qui, al massimo tra dieci minuti. Non abbiamo più tempo. Nicol’ ‘o Piecuro è già partito per prendere le armi. Dovete scendere nella Catacomba, e ammazzarli tutti. Non deve uscirne vivo nessuno, da là sotto. Chiamm’ a chi cazz’ vuò tu, ma soprattutto chiamm’m  a Piscitiello, ‘o killèr. Digli di armare pure le sentinelle. Dategli un ferro a testa e un po’ di soldi, per tenerseli buoni.”

“Che sta succedendo, Don Salvato’?”, chiese tremando Carlino Sepe. Era il ragioniere dei clan, solitamente freddo e impassibile, contava e ricontava i soldi, e anche oggi tra le mani aveva fogli di carico e scarico, c’era merce di ogni tipo in giro, dal cinese alle droghe, centinaia di pasticche, “p’ammuscià e p’ ‘ntustà”. E soldi, soprattutto soldi. Peccato che non gli sarebbero serviti più a niente.

Carlino tremava e sudava. Ogni tanto toccava il calcio della Beretta 9 millimetri parabellum, perennemente a portata di mano, perché non sapevi mai con chi potevi avere a che fare. Nonostante portasse lenti a culo di bottiglia sapeva usarla, quella pistola, e a tre metri un buco in fronte normalmente riusciva a fartelo.

“C’è che non abbiamo più tempo, Carlì”, gli rispose Parzanese.

“Quei bastardi hanno dato l’ordine. Siediti e bevi qualcosa.”

“Ma…è sicuro?”, piagnucolò Sepe.

“L’amico nostro a Roma mi ha detto che hanno appena interrotto i negoziati a Parigi. I Russi volevano che le truppe Nato sgombrassero i territori, ma intanto tutti avevano già fatto una marea di stronzate. A quanto pare la Storia non gli ha insegnato nulla, a questi qua. Le 90 testate nucleari in Italia possono già essere in volo. Non c’impiegheranno tanto per raggiungere Mosca, steppa, siberia, e dio. E lo stesso tempo credo che occorrerà ai missili russi per arrivare qui. Aspetta, adesso, fammi finire con loro.”

Parzanese si mise a posto sulla sedia, si toccò il pesce e continuò.

“Voglio un gruppo di fuoco nella Catacomba. Ci siamo divertiti, con loro. È da due settimane che non vengono fuori, ma avranno capito quel che sta succedendo. D’altra parte, come si dice? ‘Voce ‘e popolo, voce ‘e Dio’. State a sentì a Nicola, è ‘o Piecuro che cumanna, nisciun’ adda sgarrà. E poi ognuno per sé.”

Carlino cominciò a piangere.

“Vai da tua moglie, Carlì.”

“L’aggia mannata a Formia, a muglierem’”, disse Carlino Sepe. “Pensavo fosse più sicuro là.”

“Nessun posto ormai è sicuro. Fac’mm’c nu whisky, e aspettamm’ a morte.”

 

—ooo—

 

Sotto, il gruppo di fuoco ne aveva già ammazzati una quindicina.

“Gesucristo, che lavoro di merda.”

“Già. Finiamolo in fretta, allora, questo lavoro.”

Piscitiello sputò per terra. “Fra poco là sopra non si capirà più niente”, disse, “ma se farete come vi dico io, ce ne andiamo e raggiungiamo un altro rifugio, in tutta sicurezza. È un bunker, là c’è del cibo, e da bere, e pariamm’.”

“A che serve? Siamo fottuti comunque”, ansimò quello che chiamavano tutti il Lupo.

“Vafanculo, u Lu’. Abbruciatill’ tu, ‘o culo. Je voglio campà. Per cui finiamo il lavoro per Don Salvatore e andiamo.”

“Gli altri sono già scappati. Cardamone, Celiento, Della Volpe, ‘o Sgorbio…vulevan’ stà cu ‘e femmen’.”

“Io l’ho lasciata dov’era, a mia moglie. Ma primm l’aggia tirat’ ‘na palla miez’ ‘e cosce a chillu chin’ ‘ e corna ro’ cumpariello”, disse Piscitiello.

Qualcuno rise, ma poco.

Là sotto era caldo, e si soffocava.  Gli uomini della camorra nella Catacomba ci tenevano chiusi i peggiori pezzi di merda a parer loro. Per esempio gli sbirri che gli avevano dato filo da torcere, i depravati, gli infami, i pedofili di Caivano. Ogni tanto ne davano qualcuno da mangiare al giaguaro. L’animale lo tenevano chiuso là sotto, era il quarto, da quando avevano iniziato il gioco. Gli altri si erano fatti prendere dalla depressione ed erano schiattati. Nessuno si meravigliava più di niente. I livelli di depravazione umana ormai avevano superato ogni vetta. Nessuno si meravigliava neanche delle bombe che stavano per arrivare. Ci avrebbero pensato nell’esatto momento in cui le avrebbero viste cadere.   Comunque, quei prigionieri li facevano combattere tra di loro, erano combattimenti all’ultimo sangue, e ci scommettevano su.  Erano rimasti solo i più duri.

E poi c’era LUI.

“Ormai è vecchio e sfiatato”, esclamò Nicola.

“Sarà pure vecchio. Ma tutte le volte che lo hanno fatto combattere, o che lo hanno messo nella gabbia del giaguaro, ne è sempre venuto fuori. Quanti ne ha ammazzati? Trenta? Cinquanta? Per non parlare di quelli che ha “schiattato” nelle celle, sempre a mani nude, strangolati, sbattuti come cosce di pollo sulle mura. Dicono che un paio di settimane fa ne ha fatti secchi otto in un giorno solo. Insomma, è nel “suo”, stando quaggiù…”

“Mi avete rotto il cazzo. Basta. Facciamola finita”, sibilò Nicola.

Girarono l’angolo. Il cartello storto li mise in guardia.

 ATTENTI AL “CANE”. NON GUARDATELO NEGLI OCCHI.

“Ma perché non li hanno lasciati friggere qua sotto?”

“E che cazzo ne so”, rispose lo Scimmione. “Pare che l’ordine a Don Salvatore sia arrivato proprio da Rione Traiano. I capi si sono cacati sotto più delle bombe, al pensiero di rivedere il PUNITORE libero, che li andava a cercare.

“Il vecchio…è il Punitore?”, chiese sbiancando in viso una giovane sentinella.

“Già.”

Un silenzio di morte scese all’improvviso.

“Chist’ so’ pazz’ “, disse qualcuno.

“Là for’ nun resta manc’ ‘o cazzo, e loro pensano accirere ‘o Punitore ‘e sta minchia…”

“Je me voglio sul’ ‘mbriacà ca rumena, mò che fernimm’ “, disse il Lupo.

 Ma in quel momento la luce andò via e tutto cominciò a tremare.

“Che r’è?”

“Ramm’ ‘o kalashnikov, Piscitiè!”

“Non ce l’ho io il tuo fucile, strunz’, ora ti perdi pure le armi?”

“Che cazz’ è, ‘o terremoto?”

“Dov’e il mio AK?”

“L’ho preso io!”, disse Castle.

“Oh, Gesucristo!!!”

Era iniziata: le bombe stavano cadendo.

Il kalashnikov, particolare inutilmente interessante tra i milioni di umani che crepavano in quel momento, era finito nella cella del Punitore che li avrebbe ammazzati tutti, quei figli di una zoccola e della camorra….

 

—ooo—

 

SEI MESI DOPO.

Sbucarono fuori da un tunnel. Con un calcio, Castle fece saltare via la griglia dell’aria.

“Dio santo”, disse BUKOWSKI. “Cos’è successo al cielo, Frank?”

“Non ne sono sicuro. Ma pare che le nuvole stiano bruciando.”

Il cielo era viola e lampi elettrici arrostivano l‘aria che sapeva di fogna.

“In ogni caso saremmo morti”, disse il Punitore.

Non avevano più acqua, nella gabbia. Il cibo era finito. Le speranze pure. Avevano fatto cose assurde, là sotto, per tirare avanti durante quei mesi.

“Qui fuori arrostiremo in meno di 48 ore, stando al livello di radiazioni che mi segnala questo aggeggio.”

Sarebbero stati necessari perlomeno 10.000 anni affinché la Terra potesse essere riabitata da una qualche forma di vita.

“Quanti chilometri sono, Frank?”

“Quasi trenta. Ci tocca una bella passeggiata nel deserto nucleare. Sei sicuro di voler venire con me?”

“Non ho impegni, per oggi”, rispose Bukowski.

Infatti, tre ore dopo, cominciarono a sboccare sangue.

Di sera videro qualcosa. Ombre che si muovevano veloci, velocissime?

“Che cazzo sono?!”

“Non lo so. Probabilmente sono zombi. Dormi. Domani ci aspetta una lunga vomitata sotto il sole. Quindi tanto vale godercela, stanotte.”

“Che possa il cielo fulminarmi il culo, se mi sentirai mai parlare di stelle, di mare e d’amore”, concluse Bukowski.

Alle prime luci dell’alba Frank si rimise in cammino. Era più che mai determinato ad ammazzare il porco col branco che aveva premuto i bottoni.

Da quel che sapeva, si erano rintanati lui ed i suoi generali nel bunker che avevano fatto costruire sotto il Palazzo reale di Caserta, vallo a sapere tu, il perché, e perché proprio lì.

l’America non era abbastanza sicura, per loro, e l’Italia era bella, ma Caserta era un vero e proprio cesso.

Avevano ammazzato Putin e il cowboy, ed erano rimasti in pochi, di quella setta, oramai.

Erano l’elite, la crema della merda. Erano gli artefici di tutti i colpi di stato degli ultimi otto secoli. Di generazione in generazione loro scremavano e tramavano. Scremavano e tramavano, sacrificavano di tutto, in onore del Molok.

Ora però erano andati un po’ troppo oltre, forse. Ma forse pensavano che comunque avrebbero potuto ripopolarsi con quelle quattro troie al seguito. Ibernazione, tecnologia, manufatti alieni, stronzate. Non avevano fatto però i conti con Castle.

“Io ho la combinazione giusta per entrare là sotto”, disse il Punitore. “Lo sbirro corrotto mi ha sussurrato le paroline magiche un attimo prima che gli strappassi la lingua.”

“Io invece credo che ti aspetterò al bar. E comunque credo pure che tu ti sia profondamente ammalato, nel tempo. Anni fa, a modo tuo eri un duro e puro. Ora cosa è rimasto, del vero Punitore?”, sorrise Bukowski, zampa d’elefante.

Castle si rabbuiò. Bukowski aveva ragione, come sempre.

Si erano incontrati anni prima, al tempo della prima guerra contro gli zombi.

“Quelli che abbiamo visto stanotte erano diversi dai nostri, Frank.”

“Già. Chissà che non sia successo qualcosa, nel frattempo, vero?”

 

—ooo—

 

BUKOSKI NON È MORTO, È UNO ZOMBI.

…Era questo il titolo del suo ultimo libro, l’ultima biografia. C’erano molte buone poesie, ed una riedizione della famosissima “Brucio all’inferno. L’inferno di me stesso”.

Ma ce ne erano anche molte di nuove, tirate di zecca contro la middle class, la classe media, “quelli là”, li chiamava Chinaski, il suo alter ego. Con le loro pance gonfie, i loro sorrisi e le facili certezze, contenti per le otto-dieci ore di lavoro quotidiane, non pensare, e ringraziare, vivevano la morte in diretta, la loro pazzia, ed i visi gli si disfacevano.

Comunque, a farla breve, nel 1994 si registrarono i primi casi di resurrezione.

Zampa d’elefante non è che volesse “tornare” ma qualcuno decise per lui. Tutto cominciò a Los Angeles, primo focolaio d’infezione, Bukowski aveva appena scritto Pulp e poco dopo aveva stirato le zampe per una leucemia fulminante.

Nel frattempo la seconda possente epidemia zombi si ebbe a Casoria, nei pressi di un sovraffollatissimo campo Rom. Chi l’avrebbe mai detto. Ma le cose andarono proprio così, i cani s’inculavano ed il mondo stava impazzendo.  Tutti contro tutti, e sotto, i più poveri, che morivano comunque; ma comunque avrebbero avuto la loro vendetta.

Molti morivano nelle traversate in mare, altri morivano di guerra e di fame. Fuggire. Fuggire comunque. Dal Messico alla California, dall’Africa alla Sicilia, alla Campania, a Casoria, Afragola, Caivano. Morivano e portavano il virus. Il virus della “beatificazione”. Morte e resurrezione.

Il virus fu di due tipologie: c’era quello che faceva risorgere e basta. E c’era quello che riportava in vita i morti come zombi affamati di carne umana.

Bukowski disse: andate affanculo. Lasciatemi qui. Io, la birra e le bombe sul culo.

Furono le prime parole che gli vennero fuori dopo la sua resurrezione di tipo “A”: innocuo, non famelico. Col tempo si diventava secchi come il ramo tagliato di una pianta.

Ci fu una guerra, e si fu ad un passo dall’estinzione.

Si aprirono portali dimensionali, subentrarono vampiri e supereroi, dalla Svizzera caddero giù quintalate di merda.

Qualcuno disse che il Cern aveva interconnesso la Terra con il grosso sedere di Lucifero. Stronzate.

In ogni caso, titolò un giornale rompendo gli argini della comune educazione, “Non si scherza col buco del culo di un Dio”.

In effetti sparare materia alla velocità della luce, poteva far incazzare qualcuno sensibile, dall’altro lato dello Spazio.  Comunque, di vero c’erano: 1) gli zombi di tipo “B”, voracissimi ed affamati di carne umana e 2) Bukowski, che si ritrovò in un condominio a Caivano, in via Aldo Moro, al numero 9.

Solo il padreterno sa come da Los Angeles Bukowski fosse arrivato in Campania, pare che comunque i servizi americani si fossero rotti le palle di vederselo comparire ovunque, e per di più in versione zombi.

Castle intanto aveva conti in sospeso da regolare con i Savastano di Napoli e si ritrovò a combattere la camorra in Italia. Ma poi si ritrovò pure con le spalle al muro a causa degli zombi.

Il Punitore sparava traccianti e cazzi lungo tutto il palazzo, e fuori, ma la storia non poteva durare più di tanto, e la situazione apparve da subito disperata. Gli zombi divennero migliaia e chiusero ogni via d’uscita.  Solo Parzanese poteva salvarli. Il don aveva un debito di sangue con Castle. Arrivò con l’ultimo elicottero disposizione e li portò via dal tetto.

Più di quello non poté fare. I boss di Rione Traiano, di Secondigliano e gli scissionisti di Scampia pretesero che Castle scendesse nella “Catacomba”. E là, Bukowski e Castle rimasero fino a quando non scoppiarono le bombe atomiche.

La fine del mondo, ma veramente.

Gli zombi erano stati pasticcini e antipasti. Gli umani avevano eliminato quella minaccia ma poi si erano cagati addosso smerdandosi in guerre di religione, terrorismo e stronzate varie.

 

—ooo—

 

George Soros respirava a fatica.

Aveva progettato lui stesso il meccanismo che lo avrebbe portato all’ibernazione prima ed alla clonazione poi. Solo di alcune parti, però. Cervello e cuore.

Il tutto sarebbe stato condito da un rito magico, satanico, con sangue innocente da versare. Il miliardario ormai non si faceva mancare niente.

Il suo cervello sarebbe stato inserito in un supercorpo giovane, sostituibile, eccetera, qualora questi avesse dato segni di cedimento, cuore compreso, con innesti vari.  Insomma, Soros aveva risolto il problema dei ricchi che invecchiavano, creando una plausibile forma di immortalità. Peccato che per ottenere tutto ciò avesse mandato il mondo a puttane.

L’inglese era il punto di forza delle sue guardie del corpo.  Dylan era identico ad un eroe del fumetto italiano: pluridecorato in Iraq, ora nella Police International a proteggere un vero pezzo di merda: complimenti. Con lui c’erano un irlandese, ‘OBrady, uno scozzese, Sully, ed il “mangiarane”: il francese Paul Henry Mathieu.

Le cose andavano male. Dylan si era reso conto di una realtà molto semplice da afferrare, in tempi normali: il suo capo era pazzo da legare.

In ogni caso da fuori arrivavano ancora persone necessarie alla sopravvivenza del gruppo dentro il bunker sotto la Reggia, per cui, in quel momento le sue attenzioni erano per la prevenzione e la difesa dalle eventuali contaminazioni, di ogni genere.

Dal portale d’ingresso entrò, dopo la perquisizione, Gregorio.

Il semplice Gregorio, per tutti, era l’essere più mite e innocuo di quel che restava del mondo dopo la catastrofe…

LA STORIA DI GREGOR SAMSUNG, DETTO PIÙ SEMPLICEMENTE, GREGORIO.

Una mattina, svegliatosi dopo una notte di incubi tormentosi, Gregor Samsung, detto Gregorio, si ritrovò trasformato in un orrendo scarafaggio. Scese in garage imbracato di fasce, quasi strisciando, il cuore gli batteva forte e ad ogni battito il petto sembrava squassarglisi, poi mise le sue cose in macchina e si recò al lavoro. Ma il lavoro continuava a tramare contro di lui, allontanandosi e allontanandolo chilometro dopo chilometro. I suoi pezzi si trasformavano. Il cuore era una polpa nera, gli artigli cambiavano le marce, gorgogliava. In gola si sentiva come un tamburello impazzito, le orecchie avevano peli a ciuffi, pisciava a fiotti sui sedili.

L’ufficiale giudiziario intanto citofonava per notificargli l’avvenuta morte, e così, invertendo il senso di marcia, dopo l’uscita dall’autostrada, o di quel che ne rimaneva, Gregorio fermò l’auto.

“Che cazzo sto facendo””, si chiese. “Io ORA MUOIO, devo andare in ospedale. “Non c’è nessuno? Niente?”. Come al solito doveva fare da solo. Nessuno gli avrebbe dato una mano. Era la storia di una vita.

Maraja gli avrebbe detto: “ti voglio bene, lo sai”, ma solo poi. E solo dopo averlo lasciato. Così si rimise in auto e la ruota venne giù di botto. Anche quella era una costante. Le ruote rotte. In tutto questo, Gregor pensava all’orario, la prima ora, la seconda, l’ottava, stare seduto, stare in piedi? gli occhi! “Nascondere gli occhi…”

Si lasciò andare, stremato. Sognò che qualcosa dal finestrino era entrato strisciando e lo avesse azzannato alla giugulare, ora, prima? Cominciò a piovere. Piovve così forte e irregolare da fargli uscire degli spuntoni dalle mandibole. E gli occhi potevano esplodergli da un momento all’altro.

“Sono l’ufficiale giudiziario”, gli disse la voce. “Devo notificarti l’avvenuto abbandono di dio. Perché dio non c’è, siamo nella matrice. “

Un tentacolo sbucò dalle scapole, e Gregor non ebbe nessuna risposta, nessun chiarimento a quelle parole.

“Non mi devi cacare il cazzo!”, era la voce di Maraja, stavolta, quella che sentiva. La sentì dritta tra le tempie, come un laser, quindi morì…

 

E invece no.

Lo portarono in ospedale, al San Giovanni Marziano di Orte. Il Pronto soccorso del Marziano sembrava l’anticamera dell’inferno. Il posto era quello giusto per far andare chi ancora poteva a suicidarsi con le proprie gambe nel cesso.

Per il resto, tutti erano buttati in quello spazio soffocato, chi sulle sedie, chi sulle lettighe. In molti non avevano neanche più la forza per lamentarsi. Il sospetto era che quel buco fosse stato costruito a bella posta in quel modo.

Gregorio lo misero in piedi faccia al muro. Gli ficcarono un ago nella zampa, mentre un bambino lo guardava stranito. 10 minuti, un quarto d’ora. Magari arriva una sedia. Magari no. Una guardia gli dice che per telefonare bisogna uscire dal reparto.

  • L’inferno.
  • “Pronto? Vienimi a prendere.”
  • “Non posso.”
  • “No.”
  • “Esco tardi.”
  • “Niente.”
  • “Basta che non mi rompi il cazzo.”
  • “Muori.”

“Va bene”, pensò Samsung. Rientrò nei locali del Pronto Soccorso e diede di matto, chiedendo di essere dimesso. “È per questo che si dice: dare le dimissioni!”, e urlò. Mise la firma per essere dimesso senza cure.

C’era un medico con una barba e la bava, un altro dottore emerito, si vedeva da come stava sulla sedia, diceva: “Questo è un falso in atto pubblico”, ai lati due infermieri muovevano le mani, sì, ma non avevano gli occhi.

Gregorio pensava alle nuvole dei fumetti. Il petto gli andava però su e giù. All’altezza dello sterno sentiva una protuberanza nuova spingere verso l’esterno, come il cazzo dello xenomorfo. Con la zampa destra si toccò all’altezza della sesta costola, ma un nuovo dolore gli venne fuori dal fianco sinistro. Continuò a premere.

 

Poi uscì dal pronto soccorso. C’era un bar. Tutti lo guardavano mentre si trascinava in avanti coi suoi piedi biforcuti. A breve si sarebbe trascinato a terra come lo scarafaggio qual era diventato… gli occhi, da mostruosi erano diventati supplicanti. L’uomo del bar chiamò l’amico, che arrivò con una punto grigia.

“Sono venti euro. Ti accompagno alla macchina. Dov’è?”

“Bisogna ripararla, ha una ruota che non va.”

“Cazzo mi fotte. Cazzofiga. I soldi.”

“Ecco, venti euro, pronti.”

“Già. Riguardati.”

Venti euro per due chilometri col navigatore.

 

“Non è la ruota, è il cerchio”, disse il gommista.

Intanto, l’ufficiale giudiziario, uno dei morti viventi della matrice, stava sciogliendo i cani.

Gregorio mise gli occhiali per vedere la realtà nel suo colore di merda.

Comunque la cosa peggiore non fu lo spuntone che gli uscì dalla narice o il fatto che il petto gli si stesse spaccando in due, bensì l’incredulità che lo prese all’improvviso, di sera.

“Ricordo, era di martedì, e non era previsto. Ritrovarsi senza più sentire. Sentirsi morto. Guardarsi intorno e non trovare più niente a cui appigliarsi. Solo un vuoto cosmico, le gambe che scoppiano e annegarci dentro. Chiamare qualcuno, non avere nessuna risposta. Uscire per andare alla ricerca di un battito, di una emozione, ma il bancomat segna sei euro, e tu ti consegni alla vita, oppure alla morte come Gesucristo a Barabba.

 

Nei vicoli certo, si ammazzavano, ma erano le banche a fotterne di più.

 

Gregorio scese dalla finestra lungo la parete come uno scarafaggio per non farsi vedere e si recò al lavoro. Puzzava di fanghi tossici e termonucleari   ma riuscì a mettersi in macchina. Prima controllò le ruote poi esplose un peto micidiale per verificare che non si sarebbe cacato addosso.

L’altro suo problema era la frizione, ormai la macchina aveva superato abbondantemente i 100.000 chilometri e le marce grattavano. Comunque tutto regolare, si disse, pisciandosi sui calzoni.

Arrivò al bunker. Si decontaminò, Dylan lo fece passare…

“Buongiorno”, disse.

Poi azzannò l’irlandese, lo scozzese ed il francese, che non ebbero nemmeno il tempo di dire “Ah”, perché non era una barzelletta.

“L’irlandese, lo scozzese ed il francese”, rise lo scarafaggio, velocissimo.

I tre si trasformarono a loro volta in un momento, si rialzarono e sfondarono pazzi di sangue il bunker. Dylan mantenne il suo sangue freddo e disse solo un “Che cazzo, era nell’aria.”

 

—ooo—

 

Nel frattempo, Castle arrivò al bunker. Digitò il codice d’accesso e si rese subito conto che le cose stavano andando a puttane.

Bukowski lo disse chiaramente “Siamo andati a puttane, Frank!”

Ma Frank aveva il suo da fare. Si ritrovò al fianco di Dylan, e all’unisono spararono al centro del cranio di Soros.

BANG!

Fuori e dentro, gli scarafaggi velocissimi e impazziti premevano per mangiarseli tutti.

 

 

FINE

 

 

“…Nati così, in mezzo a tutto questo, tra facce di gesso che ghignano e la signora Morte che se la ride. Mentre gli orizzonti politici si dissolvono, mentre i pesci sporchi di petrolio sputano la loro preda oleosa. Nati così, in mezzo a tutto questo, tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire, tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli, in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi sono chiusi, in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo. In mezzo a tutto questo ci muoviamo e viviamo, a causa di tutto questo moriamo. Castrati Corrotti Diseredati per tutto questo. Le dita vanno in cerca di un Dio insensibile. Le dita cercano la bottiglia, le pillole, qualcosa da sniffare. Siamo nati in mezzo a questa morte che incombe. Ammazzarsi in pieno giorno non sarà più un crimine, resteranno solo pistole e folle di sbandati, la terra sarà inutile, il cibo diventerà un rendimento decrescente, l’energia nucleare sarà in mano alle masse, il pianeta sarà scosso da un’esplosione dopo l’altra, uomini radioattivi si nutriranno della carne di uomini radioattivi, la puzza delle carcasse di uomini e di animali si propagherà nel vento scuro e il più bel silenzio mai ascoltato nascerà da tutto questo, il sole nascosto attenderà il capitolo successivo…”

Charles Bukowski, Dinosauria

 


 
 

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