La briglia della strega

Per la serie NONSOLOZOMBIE” un racconto stregonesco, grondante sangue di DIANA J. STEWHEART.


 

1 Olivia, New York, Upper East Side,31 Ottobre 2013

 

 

Olivia osservò con gli occhi sgranati dallo stupore l’enorme pacco appoggiato sul tavolo rettangolare colmo di scalpelli e blocchi di creta. Il mittente era Laura Bai e l’ingombrante  collo proveniva  da Siena, Italia.

“C’è riuscita, c’è riuscita!!” Olivia iniziò a saltellare di gioia lungo tutto il perimetro della stanza. Quell’involto conteneva un oggetto che probabilmente le avrebbe fatto vincere il concorso per aspiranti scultori che si teneva alla Hudson University, la sera di Halloween. Mancavano circa quattordici ore, ma se avesse lavorato alacremente sarebbe riuscita a creare una scultura da lasciare tutti a bocca aperta. Con cautela, iniziò a togliere la carta ed il nastro da imballaggio che ricoprivano l’involucro e finalmente, l’oggetto tanto agognato fu tra le sue mani. Si trattava di una  Mordacchia o Briglia della Strega, uno strumento di tortura usato dal 1500 fino al 1800. Era una maschera di ferro, dalla foggia simile al morso dei cavalli. Solo che questa,a differenza del morso recava un uncino che si conficcava nella lingua del condannato il quale era poi costretto ad ingurgitare il proprio sangue. Questo trattamento era riservato alle donne litigiose e, soprattutto, a quelle accusate di stregoneria. Il tema del concorso artistico era Metodi e Strumenti di Tortura; non a caso si era deciso di far svolgere la gara durante la notte di Halloween. Il primo classificato avrebbe vinto una borsa di studio del valore di circa cinquemila dollari ed uno stage artistico a Siena. Olivia sperava di arrivare al primo posto per partecipare allo stage in Italia, Paese che lei adorava. Il tema della sua scultura era Stregoneria e rappresentava la testa di una donna racchiusa nella Mordacchia. Osservò ancora quella maschera ed un brivido di terrore le serpeggiò lungo la spina dorsale. S’immaginò imprigionata in quell’aggeggio infernale e dovette premersi una mano sulla bocca per bloccare l’urlo che stava per scaturire. Con mano tremante, prese un CD dalla sua collezione e lo inserì nel lettore. In pochi secondi, la stanza fu invasa dalla voce eterea di Doris Day mentre le dolci note di Que Sera, Sera ebbero un effetto calmante su Olivia. Si scrocchiò le dita di entrambe le mani  e raccolse i lunghi capelli castani in una coda di cavallo, scoprendosi il viso. Olivia era molto dotata anche in quanto a bellezza: i grandi occhi nocciola illuminavano la carnagione olivastra e rivelavano la sua bruciante ambizione di diventare una scultrice famosa in tutto il mondo.Con lo scalpello iniziò a dare forma all’intonso blocco di creta. In poche ore quella massa informe iniziò ad assomigliare ad una testa umana. Ecco i capelli, abilmente intrecciati sulla sommità del capo; gli occhi grandi ed una bocca perfetta. Non erano passate che cinque ore e la scultura poteva dirsi quasi completa. Olivia tolse la creta in eccesso dalle orbite e vi inserì due occhi di vetro dalle iridi azzurre come il cielo. Poi colorò i capelli di un nero corvino ed infine limò le labbra e diede loro un bel tono di vermiglio. La sua maestria nel creare volti umani era tale che, quando esponeva dei manichini sulla porta del suo atelier, i passanti li salutavano credendoli persone reali. Ciò la inorgogliva e terrorizzava allo stesso tempo; purtroppo non sapeva fare altro se non scolpire. Le mani erano il suo strumento e la sua vita. Cosa avrebbe fatto se i sintomi dell’artrite reumatoide, malattia da cui erano affette tutte le donne della sua famiglia, si fossero manifestati? Non riusciva ad immaginare il suo futuro lontano dalla creta. Scosse la testa per scacciare quei tristi pensieri e canticchiò Que Sera, Sera la sua canzone preferita. Aveva una voce sgraziata quando intonava qualche nota, ma non le importava. Lei era una scultrice, mica una cantante! Quindi poteva permettersi di stonare quanto voleva. Diede un ultimo sguardo alla sua creazione e si compiacque di se stessa: quella testa era perfetta! Sembrava viva, viva come lei che si beava della sua arte.Era strano, ma per tutto il tempo le sue mani avevano lavorato da sole come se una forza invisibile le stesse guidando nel creare quel viso dai tratti perfetti. Adesso non restava che posizionare la Mordacchia. Prese la maschera, ma non l’afferrò bene perché le scivolò dalle mani. Per evitare che finisse a terra con chissà quali conseguenze, la strinse con forza e così facendo l’aculeo le trafisse un dito. Il sangue cadde copioso sulla maschera e si trasferì sulla scultura quando lei ve la posizionò. Olivia non si accorse nemmeno di essersi ferita, se ne rese conto solo dopo aver visto le macchie di sangue a terra.

“Oh, merda!” imprecò e si avvolse una benda sulla ferita. “Come minimo dovrò farmi l’antitetanica. Spero di non beccarmi qualche malattia…” Mormorò un po’ preoccupata. L’orologio a parete segnava le dieci meno un quarto; era sveglia da oltre quindici ore. Poteva permettersi un sonnellino. Controllò la scultura ed accese un piccolo calorifero in modo che la creta si seccasse abbastanza in fretta. Spense le luci e si gettò sul letto, sfinita. Se fosse rimasta ancora pochi minuti avrebbe notato che gli occhi di vetro avevano iniziato a muoversi e dalla bocca stava iniziando a colare un liquido rosso come il sangue. 

 

 

2)  Caterina, Siena, 31 Ottobre 1513

 

 

La luce obliqua del tramonto imminente si filtrava attraverso le imposte semichiuse, illuminando a stento un grande stanzone. Gli oggetti di arredamento erano ben pochi. Un lungo tavolo in legno occupato da sacerdoti; alcune sedie ed un braciere sul quale alcune donne anziane e dall’aspetto solenne gettavano in continuazione legna profumata da ardere. L’aria era permeata dall’odore di benzoino che, però, non riusciva a camuffare il tanfo di sangue e di morte che aleggiava. Nella stanza il silenzio vi regnava sovrano fino al momento in cui il velo di quiete fu lacerato dalle urla isteriche di una giovane donna. Era trascinata da un uomo basso  e tarchiato che la guardava con odio e concupiscenza. La giovane aveva un viso molto bello sormontato da una treccia di capelli nero corvino. Gli occhi azzurri e le labbra rosso vermiglio non facevano nulla per celare la sua fierezza. Non si sarebbe mai piegata davanti a loro. Che la rinchiudessero pure nella Vergine di Norimberga: sarebbe morta come è vissuta. Con dignità.

“Il tuo nome è Caterina Ristori?” Le chiese uno dei sacerdoti.

“Si, lo è”

“Sai perché ti trovi qui?”

“Sì, lo so.”

“E dimmi come ti dichiari?”

“Non colpevole.”

A quelle parole, il tizio grasso iniziò ad urlare.

“Sta mentendo! L’hanno vista tutti mentre invocava il Demonio. Io stesso, ho notato che sul ventre ha un segno. Quello è il simbolo che il Diavolo imprime ai suoi accoliti. E’ una strega! Deve morire sul rogo!”

Anche le donne anziane si misero a gridare: ” Al rogo! Al rogo!”

“Spogliatela!” Ordinò il prete. Le vecchie si accalcarono attorno a lei e le strapparono il vestito di canapa che indossava, lasciandola completamente nuda. Sulla pancia bianca, spiccava un segno rosso. Prova inequivocabile, secondo la stupidità popolare, del suo legame con i demoni.

“Caterina Ristori, io ti riconosco colpevole di stregoneria e ti condanno alla pena di morte mediante il rogo. La sentenza sarà eseguita domani mattina alle ore nove. Ma per aver dichiarato il falso ti condanno inoltre al supplizio  della  Mordacchia. Così rifletterai bene sul tuo operato prima di presentarti al cospetto di Dio! Infilatele la maschera!”

Le donne l’afferrarono e la legarono sul tavolo che presentava macchie di sangue coagulato e frammenti sanguinolenti di carne umana, mentre l’uomo grosso teneva fra le mani sporche un aggeggio in ferro, simile al morso dei cavalli, che recava un grosso ed affilato uncino che andava conficcato nella lingua del condannato. Caterina offrì il suo volto al carnefice, ma prima che questi le infilasse la mordacchia urlò:

“Siate voi maledetti, miscredenti. Il mio sangue diventerà un fiume che vi annegherà; i miei occhi saranno stelle che vi osserveranno in continuazione e questa mordacchia sarà maledetta fino alla fine del mondo! Guai a colui o colei che la userà: il mio  spirito condannerà tutti gli empi atti compiuti attraverso di essa!” Il boia le infilò l’infernale maschera squarciandole la lingua con l’uncino. Caterina ingurgitò il proprio sangue e tacque per sempre…

 

 

3) New York, Queens, 31 Ottobre 2013

 

 

Le strade di New York erano un tripudio di musica e risate. In ogni vialetto di accesso grosse e succulente zucche intagliate annunciavano che la notte più  attesa dell’anno era finalmente arrivata. Tutti i quartieri dal più disagiato come il Bronx e fino all’opulento Upper East Side risuonavano delle urla dei bambini travestiti  da fantasmi od orrorifici mostri che pronunciavano la fatidica frase “dolcetto o scherzetto?” quando bussavano alle porte delle case in cerca  di caramelle e leccornie varie. Un gruppetto di tre ragazzini mascherati da zombie si aggirava per l’Upper East Side e capitò davanti alla porta spalancata dell’atelier di Olivia.

“Dolcetto o scherzetto?”   dissero in coro. Da una stanza, proveniva una musica in sottofondo ed il più grande riconobbe le note di Que Sera, Sera. Una voce femminile, dolce e suadente li invitò ad entrare.

“Dolcetto o scherzetto?” ripeterono non trovando nessuno. Fu un attimo. Una donna, con una maschera di ferro sul volto, si avventò su di loro. Le mani ossute ed artigliate squarciarono gole, mentre la bocca imbrigliata nella Mordacchia si spalancava mettendo in mostra denti che sembravano aculei. Essi strapparono la tenera carne infantile, ma non per fame; solo per la voglia di smembrare.

Poche ore dopo, Jenny Wilson, una delle compagne di corso di Olivia, si recò all’atelier. L’aveva chiamata parecchie volte, ma lei non aveva mai risposto. Voleva sincerarsi che stesse bene. La porta era aperta e tutto sembrava in ordine. Tuttavia, c’era qualcosa che a Jenny faceva accapponare la pelle. Forse era quella calma apparente, oppure l’odore pesante che rendeva l’aria quasi irrespirabile. Lavorava come assistente anatomopatologa da quattro mesi per mantenersi e riconobbe senza ombra di dubbio a cosa appartenesse  quel puzzo che le si appiccicava alla pelle come un’invisibile calzamaglia: era il fetore del sangue rappreso. Il cuore prese a batterle all’impazzata; temeva di trovare Olivia morente per mano di qualche pazzoide. Di questi tempi, i serial killer spuntavano  come funghi. Ne aveva visti di cadaveri crudelmente straziati sul tavolo settorio e sperava che la sua amica non fosse mai fra questi. Poi udì le note di Que Sera, Sera e si rincuorò. Forse quell’odore apparteneva a qualche vernice usata per dipingere la creta. Seguì la direzione della musica e si diresse nel grande stanzone. Si stampò un gran sorriso sulla faccia rotonda e rubizza e disse:

“Eccoti qui, finalm…” Le parole le morirono in gola. Di Olivia non vi era nessuna traccia e l’unica presenza oltre alla sua era quella di un enorme busto di donna che sembrava fissarla beffardamente con quegli occhi di vetro di un azzurro maligno. La faccia, ingabbiata nella Mordacchia, era imbrattata di sangue. Jenny cacciò un urlo da squarciarsi le vene del collo e fece per scappare via, ma avrebbe dovuto essere più lesta. Un soffio di aria gelida le investì il viso e la statua fu sopra di lei. Il lucchetto che bloccava la Mordacchia era stato spezzato e lei poté vedere l’enorme bocca morta spalancata a pochi centimetri dal suo collo. Pochi attimi prima che gli acuminati uncini le lacerassero la giugulare, Jenny udì la voce, adesso metallica, di Olivia chiederle:

“Dolcetto o Scherzetto?” mentre la voce di Doris Day veniva coperta dalle sue urla e dallo sferragliare della Mordacchia…

 

 

Diana J. Stewheart

 


 

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