Rainbow torna sempre – capitolo 2di2

Per la serie NONSOLOZOMBIE, la seconda parte del racconto animalesco e allucinante di: Diana J. Stewheart – RAINBOW TORNA SEMPRE!


CAPITOLO 2

 

Chi non ama gli animali,

non è degno di essere chiamato uomo

 

Il ragazzo non obiettò e si sedette. Non mangiò quasi niente, limitandosi a sbocconcellare qualche biscotto.

Intanto, il tempo era peggiorato; forti raffiche di vento scuotevano la casa come le mani di un gigante e la pioggia stava iniziando a cadere con improvvisi scrosci regolari e violenti.

Timo era attaccato con il viso alla finestra e pregava affinché non succedesse nulla al suo migliore amico.

Emma era nella sua stanza a fingere che tutto sarebbe andato benissimo, nonostante sapesse che con quel tempaccio di sicuro avrebbe dovuto rimandare la partenza.

Non ce la fece più a marcire nell’incertezza, così chiamò l’Agenzia per avere dei ragguagli. Con una cocente delusione, seppe che i voli erano stati cancellati e sarebbero ripresi non appena le condizioni meteorologiche fossero migliorate.

A giudicare dalla pioggia e dal vento, le previsioni dell’impiegata si sarebbero avverate a partire dall’indomani o giù di lì.

Scese per dare la notizia a Timo, ammonendolo a non uscire con quel tempo da lupi per cercare Ranny, altrimenti si sarebbe ritrovato con un barile al posto del sedere.

Si sentì stanca e si buttò a letto, dove si addormentò subito.

Sognò di trovarsi in una strada sconosciuta in piena notte. Non era nemmeno a Berlino giacché conosceva la capitale palmo per palmo. C’era freddo e vagava senza meta. In lontananza poteva udire lo sciabordio di un fiume. Camminava lungo una carreggiata resa sdrucciolevole da una mota rossiccia e appiccicosa.

D’un tratto una luce lampeggiò davanti a lei, a circa tre chilometri e decise di seguirla. Un vago senso d’inquietudine stava impadronendosi del suo senso pratico. Le sembrava di essere spiata, ma quando si girò a guardare in tutte le direzioni non scorse altro che tenebre.

Seguiva quella luce come ipnotizzata. Le sue gambe sembravano essere dotate di una volontà propria. Riuscì a scuotersi da quel torpore psichedelico e si sedette sull’orlo di un muretto; la fonte luminosa era sempre più vicina e contava di arrivarci in pochi minuti. Ma non ora. Sentiva un assoluto bisogno di riposare.

L’atmosfera gravitante intorno a lei era pesante ed avvertiva un senso di oppressione al petto e la sensazione di essere spiata non l’abbandonava un attimo.

Non passarono neanche cinque minuti e l’aria si riempì di un insistente chiacchiericcio infantile. Emma si girò e si accorse che quattro bimbi di età compresa tra i cinque ed i sette anni erano comparsi alle sue spalle.

“Ciao bambini, cosa ci fate qui?”

“Noi abitiamo in questo posto” disse la più grande con un bel sorriso.

“Mi sapete dire dove ci troviamo.”

“Questa è la città delle cose indesiderate” rispose un bel bimbetto con enormi occhi dorati.

“Cosa significa?”

“Te lo dice il nome stesso; qui finiscono tutte gli oggetti o presunti tali che ci stanchiamo di possedere.”

“Veramente io non ci capisco niente.”

“Oh, capirai, capirai. Siamo qui per questo motivo. Vieni ti accompagniamo fino alla luce: troverai altri come noi e comprenderai il senso delle nostre parole” dichiararono in coro.

Gli occhi di Emma si spalancarono per lo stupore. E la paura, quella paura che le era quasi sconosciuta, bussò alla sua porta ed irruppe con violenza nella sua vita.

Le sue gambe si rifiutarono di muoversi ed ella ne fu contenta.

“Io non voglio venire. Lasciatemi qui.”

“No. Tu verrai con noi.”

“Voi non potete obbligarmi a fare una cosa che non desidero. Perciò levatevi dalle palle e lasciatemi in pace!” gridò.

“Quando noi diciamo che devi fare una cosa, tu devi ubbidire Emma Lohmann!” ordinò la ragazza più grande che sembrava essere il capo.

Alle parole seguirono i fatti e così circondarono la donna e, con una forza incredibile per dei bambini della loro età, l’afferrarono per i polsi e la costrinsero a seguirli.

La bimba camminava davanti a lei, gli altri due l’affiancavano quasi volessero evitare che fuggisse dalla direzione opposta.

La mente di Emma era affollata di domande: chi erano quei bambini e cosa volevano da lei? Poi una folle risata proruppe dalle sue labbra. La parte raziocinante dei suo IO stava prendendo il sopravvento ed in breve si rese conto di essere la protagonista, suo malgrado, di un sogno.

“Non illuderti, Emma. Anche se sembra un sogno, possiamo garantirti che ti renderai ben presto conto di essere finita nel peggior incubo della tua vita.”

Dissero ancora una volta in coro.

“Ecco, siamo arrivati.”

La luce proveniva da un grande spiazzo al cui centro si ergeva un obelisco e sulla sua sommità splendeva una stella.

“Vieni Emma, adesso comprenderai perché sei capitata qui.”

La ragazzina emise un lungo e sonoro fischio a cui ne seguirono altri che sembravano gutturali ululati.

Dalla base del monumento, si aprì una botola dalla quale uscì un’orda di ragazzini che la fissavano con occhi trasudanti puro odio.

Emma cercò di scappare, ma due braccia d’acciaio la immobilizzarono.

“Eh, no. Troppo comodo scappare quando le cose si mettono male. Tu rimarrai qui ed ascolterai tutto quello che abbiamo da dirti e, soprattutto… vedrai.”

“Ma cosa volete, cosa pretendete da me. Io non vi ho mai visti in vita mia.”

“Avete sentito tutti?” chiese la ragazza. “Questa qui giura di non averci mai visto. Che c’è hai la memoria corta? Oppure non fai caso al male commesso. Io opto per questa possibilità. Comunque se davvero non ti ricordi chi siamo, ti daremo una piccola dimostrazione, così per rinfrescarti le idee. Siete d’accordo?”

“Siii.” Fu la risposta unanime.

“Allora, io inizierò per prima. E voi due mi seguirete” ordinò indicando i due ragazzi più grandi.

Emma venne trasportata alla base dell’obelisco e lì fu legata ed obbligata a guardare ciò che succedeva.

I tre bambini si accovacciarono a gambe incrociate davanti a lei e la fissarono diritta degli occhi.

Con orrore la donna vide le pupille dei suoi aguzzini diventare ellittiche; le iridi assunsero una colorazione giallastra che emanava deboli chiarori nell’oscurità.

Le piccole mani si trasformarono in zampe munite di affilati artigli e dalle bocche fuoriuscirono delle piccole ed acuminate zanne.

Emma fece per gridare, ma la voce le morì in gola.

“Cosa ne dici? Ti è piaciuto il nostro numero?” la voce della ragazzina era diventata gutturale, come se avesse della sabbia dentro la trachea.

“Non ti abbiamo fatto venire nulla in mente?”

Essa strusciò l’orrido muso contro le gambe della donna che venne travolta dai ricordi… incredibile quella creatura le stava facendo le fusa come… come Lulù, la gatta abbandonata dieci anni prima.

“Ma bene, vedo che la memoria ti è ritornata. Quindi se ricordi la mostruosità che hai commesso, capisci anche perché noi siamo qui. Quando ti ho detto che questo è il paese delle cose indesiderate è perché volevo mostrarti la fine che fanno le anime degli animali e dei bambini abbandonati. Noi viviamo nelle eterne tenebre perché voi, bastardi che pensate di sapere sempre tutto, vi siete stufati di averci sempre in mezzo ai piedi e pensate che sia un’ottima idea buttarci dalle macchine in corsa. Credete che noi animali non abbiamo sentimenti come i vostri, che siamo solamente dei giocattoli. Be’ vi sbagliate; noi siamo in grado di amare molto più di voi” e così dicendo, si artigliò il petto, lacerandosi la carne, e mostrandole il cuore. Esso era molto piccolo e coperto di piaghe. Batteva appena.

“Guarda, guarda come mi hai ridotta. Io non ho più un cuore perché tu e la tua degna sorella avete deciso di gettarmi in questo limbo. Davvero pensavate di riuscire a farla franca… povere stupide! Anche tu devi provare lo stesso dolore che ci hai inflitto. E non mi riferisco solo alla sofferenza fisica, bensì a quella morale: ti posso garantire che non esiste al mondo dolore più grande.”

“Ma io non volevo farti del male, io ti ho voluta bene…” tentò di giustificarsi.

La risposta di Lulù fu una sonora e beffarda risata.

“Sicuro. Mi volevi così bene che ti sei liberata di me alla prima occasione. Ma chi vuoi prendere in giro. Hai visto bene il mio cuore? Sappi che anche il tuo è avvizzito in quel modo. Sei una persona invidiosa e non ami proprio nessuno. Non vuoi bene neanche a tuo figlio… basta vedere con quale studiata ipocrisia gli hai raccontato quella balla sul suo amato cane. Sai, mia cara, è giunto il tempo di fartela pagare e posso garantirti che quello a cui hai assistito prima non era nulla in confronto a questo…”

Il terreno iniziò a tremare e dalle fenditure che si formarono uscirono altri bambini. Dieci, venti, cinquanta, cento. Tutti si disposero a cerchio intorno a lei ed incrociarono le braccia sui toraci smagriti.

“Vedi, cara Emma, questi sono i miei figli. Quelli che hai chiuso in un sacco di juta ed hai gettato dalla macchina in corsa. Loro non stanno qui, ma in un luogo peggiore… sono emersi per vendicare la loro mamma e far sì che anche qui, vi sia la luce.

Da ogni tua goccia di sangue scaturirà una stella che salirà fino in cielo. E dal tuo cuore prenderà vita il sole che spazzerà via l’oscurità.”

I visi dei bambini si allungarono, somigliando a degl’imbuti. I loro occhi s’ingrandirono sempre più fino a sporgere dalle orbite tumefatte ed orrendamente gonfie.

A loro non spuntarono delle zanne, ma le lingue divennero grosse smisuratamente lunghe e terminanti con una testa di serpente cobra.

Le braccia si tramutarono in grassi e lucidi vermi biancastri che, flettendosi, frustavano l’aria.

Lulù spalancò la bocca mettendo in mostra due file di denti incredibilmente taglienti ed appuntiti. Rovesciò indietro la testa ed urlò. Come se avessero ricevuto un segnale, le altre bestie si lanciarono su Emma che ne fu ovviamente sopraffatta. I canini della sua ex gatta affondarono nella pelle morbida del collo e staccarono un grosso pezzo di carne sanguinolenta; non appena le gocce di sangue toccarono il terreno, si trasformarono in altrettante stelle che salirono in cielo ed illuminarono quella landa di solitudine e disperazione.

In seguito, Emma fu trascinata lontano dall’obelisco, vicino al muretto dove era seduta precedentemente, e qui i mostri conclusero ciò che la madre aveva iniziato.

Le lingue-serpente si gettarono sul suo viso e le cavarono gli occhi con due poderosi morsi… a quel punto Lulù disse:

“E’ giunto il momento di far splendere il sole su questa terra maledetta.”

Alle parole seguirono i fatti e con i potenti artigli le squarciò il petto e trasse il cuore. Emma urlò e… si svegliò al suono della propria voce.

Il cuore le galoppava come impazzito; ad ogni pulsazione avvertiva una fitta dolorosa alla testa. Le ci vollero dieci minuti per rendersi conto di essere nella sua camera da letto. Rimase distesa per consentirsi di riprendere fiato ed intanto si guardò attorno, quasi per sincerarsi di non essere ancora in quel villaggio onirico.

Nel momento in cui riprese contatto con la realtà si lasciò andare ad una risata liberatoria.

“Che sogno stupido… accidenti a Rainbow. Una cosa del genere è impossibile che accada nella realtà. Oh, il volo… il volo per Lisbona.”

Un lampo improvviso, seguito da un fragoroso tuono, illuminò la camera ed ella accantonò la possibilità di poter partire almeno per quel giorno.

Un improvviso moto di stizza s’impadronì di lei e strappò le lenzuola dal letto con un senso di sconfitta e malcontento. Niente era andato per il suo verso. Progettava questo viaggio da un anno; si era già visualizzata insieme a Timo nella stupenda spiaggia di Cascais, ad arrostirsi al sole e invece… invece era ancora a Berlino incatenata da uno stramaledetto temporale a smaltire i postumi dell’incubo più assurdo che avesse mai fatto in vita sua.

Guardò l’orologio e spalancò gli occhi per la sorpresa: per quanto incredibile potesse sembrare le lancette segnavano le 20.30. Ma quanto aveva dormito? Era pieno giorno quando si era coricata e non era da lei poltrire a letto per tutto questo tempo.

“Timo!! Timo!!” urlò e si precipitò giù per le scale.

Chissà cosa aveva combinato durante la sua incoscienza. Si augurò che non si fosse avventurato sotto il diluvio per cercare quel cane.

Andò in cucina ed accese la luce: era tutto in ordine. Pensò che forse avesse pranzato nel salone. Fece di corsa i pochi passi che la separavano dall’altra camera: niente. Ispezionò tutta la casa e di Timo non vi era traccia alcuna. Sembrava si fosse volatilizzato. In quel frangente, si rese conto di ciò che aveva commesso, ma era ormai troppo tardi.

Si passò le mani tra i capelli scarmigliati e pianse disperatamente. Dov’era Timo? Era sicura che non aveva eseguito l’ordine che gli era stato impartito. E se gli fosse successo qualcosa? E se fosse caduto nella Sprea? No, no la vita non poteva essere così ingiusta da toglierle l’unica persona che avesse mai amato.

Stava per indossare il soprabito e uscire a cercarlo, quando nell’aria risuonò un’acuta risata infantile, seguita da un gridolino entusiasta.

 “Timo, amore. Sei di sopra?” chiese con il cuore in gola.

“Sì mamma. Vieni. Ho una sorpresa per te.” rispose ridendo.

Visibilmente sollevata, Emma si accinse ad abbracciare il suo bambino e pronta a donargli un altro cane.

Quei pochi minuti di panico e dolore profondo le avevano fatto comprendere cosa fosse la vera disperazione, quella disperazione provata da Timo nel momento stesso in cui si era accorto che il suo amato Rainbow non era nella cuccia.

Una violenta spinta d’amore le fece dimenticare l’incubo vissuto e corse per le scale con le braccia spalancate pronte ad accogliere il frutto del suo grembo.

Ma un attimo prima di entrare, fu colta da un brivido gelato che la fece piegare su se stessa. Inspiegabilmente, le mancarono le forze e cadde bocconi sul pavimento.

Dalla stanza non proveniva solo la risata del bambino, ve n’erano delle altre. Tutte paurosamente simili a quelle emesse dalle creature apparse in sogno.

“Mamma, che fai? Non vieni?”

La donna si fece forza e spalancò la porta e… vide Timo disteso sul letto.

“Oh, Timo. Ti voglio bene, tesoro.”

“Anch’io mamma…”

Rimasero abbracciati senza profferire verbo per una manciata di minuti. Infine, Timo sbottò:

“Sai mamma avevi ragione. Sono stato stupido a non crederti.”

“Su che cosa avevo ragione?”

La sua risposta fu una stridula risata a cui ne seguirono altre.

Sembravano provenire da sotto il letto.

“Timo smettila. Non fare così, mi spaventi.”

Ma lui rideva ancora più forte. Poi nella stanza vi fu una specie di lampo che illuminò tutto con una luce stroboscopia e fu allora che Emma capì appieno le parole pronunciate da Lulù… lei e tutti i mostri sbucarono all’improvviso e le si avventarono contro. Tuttavia, ad un cenno di Timo, la lasciarono andare ed Emma trasse un sospiro di sollievo… che si tramutò in un urlo muto quando vide il suo bambino cadere in terra ed iniziare egli stesso la sua metamorfosi.

La pelle gli si staccò in grossi lembi e venne rimpiazzata da una folta pelliccia marrone, le braccia divennero più lunghe e munite di zampe artigliate che sfiorarono il viso della madre, procurandole un vistoso taglio sulla guancia sinistra.

Timo lanciò un ululato al quale rispose Ranny, il suo amatissimo cane affogato da Emma nelle fredde acque della Sprea. Anche il cucciolo, aveva subito una trasformazione e adesso somigliava ad un mammut in miniatura, viste le lunghe zanne che gli spuntavano dalla bocca.

Con il cane in braccio, Timo s’inginocchiò accanto alla genitrice e le affondò i canini nel collo.

Prima di essere sopraffatta, Emma fece in tempo a vedere le zanne del figlio arrossate dal suo stesso sangue e ad udire le sue parole, pronunciate con voce quasi umana: “Avevi ragione, mamma. Rainbow torna sempre.”

FINE

 

 

Diana J. Stewheart

 

 


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