Rainbow torna sempre – capitolo 1di2

Per la serie NONSOLOZOMBIE, la prima parte del racconto animalesco e allucinante di: Diana J. Stewheart – RAINBOW TORNA SEMPRE!


CAPITOLO 1

 

Chi non ama gli animali,

non è degno di essere chiamato uomo

 

“Finalmente in vacanza!”. Sospirò Emma Lohmann prima d’infilarsi dentro l’ascensore.

Non ricordava l’ultima volta in cui si era concessa un po’ di tempo per se stessa. Lavorava come assicuratrice presso la Schmidt-Girnth da cinque anni e grazie alla sua intraprendenza era riuscita a convincere migliaia di persone a stipulare una polizza assicurativa.

Che poi i clienti non fossero totalmente soddisfatti, vuoi perché i contratti non venivano rispettati, vuoi perché quando si dovevano riscuotere i premi vi erano trattenute pari al venti per cento sull’ammontare lordo, non erano problemi suoi.

Il suo lavoro consisteva nel convincere un certo numero di grulli ad affidare buona parte dei propri risparmi alla Schmidt-Girnth.

Non le importava che alcuni pensionati si fossero presentati da Berno Girnth, minacciandolo di farlo saltare in aria insieme al grattacielo che ospitava i suoi uffici, se non avesse consegnato i soldi che gli spettavano.

Berno non si scomponeva; accoglieva tutti con un sorriso da grande amicone. Li faceva accomodare e snocciolava una sfilza di paroloni e dati finanziari. La sua grande fortuna consisteva nel fatto che gli assicurati fossero nella stragrande maggioranza gente in possesso solo del titolo di studio delle elementari e che per miracolo sapevano mettere in fila tre parole per formare una frase decente.

Era ovvio, quindi, che la rabbia sbolliva in breve tempo. Una volta intascato un misero assegno, privato di alcuni zeri, se ne andavano per la propria strada felici e contenti.

A godere di tutto ciò vi era anche Emma la quale l’anno prima aveva acquistato una bell’appartamento, con annesso cortile, nel Mitte uno dei quartieri più “in” di Berlino.

Quest’anno, invece, con i soldi rubati a quella massa di bovari se ne sarebbe andata a Lisbona; sognava la capitale portoghese fin da quando era una bambina e non le sembrava vero che presto si sarebbe imbarcata su un aereo diretto in quella città da sogno.

Avrebbe potuto guardare il fiume Tago da uno dei tanti ponti che lo sovrastavano; finalmente i suoi occhi si sarebbero fissati sugl’incantevoli azulejos e per finire, si sarebbe buttata nelle turchesi acque della spiaggia di Cascais a pochi chilometri da Lisbona.

Non era stato facile convincere Berno a concederle le ferie. In fondo, lei era l’elemento di punta della compagnia con i suoi modi dolci e la voce accattivante.

Ricordava ancora, parola per parola, l’interminabile colloquio nell’ufficio dell’uomo.

“Cosa ti salta in testa, Emma, di andartene in vacanza? Qui siamo quasi con l’acqua alla gola. Quanto pensi ci metteranno i figli di tutti quei contadini a scoprire che i loro cari vecchietti sono stati truffati? Certo c’è la possibilità che anche loro siano degli analfabeti come i genitori, ma non possiamo correre rischi. Perciò credo che sarebbe meglio sbaraccare prima di sentirci mancare la terra sotto i piedi. E se io affondo, mia cara, affonderai anche tu.”

“Eh, no. Non provare a mettermi in mezzo alle tue beghe. Io sono solamente un’assicuratrice ed il mio compito è quello di trovare gente disposta ad affidare il suo denaro nelle tue mani. Una volta fatto questo, il mio lavoro può dirsi concluso. Sai benissimo che ho accettato di lavorare per te solo per poter garantire a mio figlio un’esistenza decente: non voglio che si senta sminuito davanti ai suoi compagni. E adesso voglio stare con lui e non m’importa null’altro. Hai capito?”

Berno non disse nulla e la donna capì di aver vinto, così prese la borsa e si diresse verso l’uscita.

Tutto quello che aveva detto era vero: non era orgogliosa di ciò che faceva. Tuttavia in questo mondo, bisognava spalare un po’ di merda per evitare di venirne sommersi.

Il suo conto in banca era discretamente lievitato e soppesò l’idea di lasciare la Schmidt-Girnth per trovare qualcosa di meglio. In tasca possedeva un diploma di ragioniera, c’era sicuramente un lavoro migliore là fuori. Doveva esserci.

Si guardò allo specchio dell’ascensore con un sospiro di disappunto: la sua immagine non le era mai piaciuta. Il suo viso, dai contorni regolari, era troppo pieno e le conferiva un aspetto da pacioccona. Per non parlare, poi, del suo fisico dotato di prorompenti curve nei posti sbagliati. Si portava appresso un sedere immenso che assomigliava alla prua di un transatlantico. Tutto questo, unito alla sua scarsa statura, la faceva assomigliare ad un pallone aerostatico pronto ad esplodere da un momento all’altro.

Prima che le osservazioni sulla sua inesistente avvenenza la facessero rattristare, fece spallucce e si disse che la bellezza non è tutto a questo mondo.

Stava quasi per infischiarsene dei suoi rotoli di grasso, quando in una libreria vide il volto sorridente della cugina Sarah Martinek ritratto in un manifesto che pubblicizzava la prossima uscita del suo nuovo romanzo. Una furia indicibile s’impadronì delle sue membra e avrebbe voluto fracassare il vetro e strappare in mille pezzi quell’immagine. Le sue mani si contraevano spasmodicamente e si chiese perché certa gente avesse tutte le fortune. Eh, sì perché Sarah oltre che essere una scrittrice di successo era anche dotata di una notevole bellezza fisica.

Benché avessero la stessa statura, la Martinek era snella e con un seno prosperoso che faceva impazzire gli uomini. Per non parlare dei suoi occhi verdi incorniciati da lunghe ciglia da maliarda. Ah, se odiava quella smorfiosa! In quel momento, un cane le abbaiò vicino ed Emma sperò venisse investito da qualche macchina.

Se avesse dei poteri paranormali, sicuramente avrebbe fatto sparire sia Sarah che quella dannata bestiaccia.

Si consolò pensando che l’indomani sarebbe partita alla volta di Lisbona dove non avrebbe scorto neanche l’ombra della cugina. Sperò che Timo, suo figlio, avesse già preparato i bagagli rinunciando a gingillarsi con quel dannato Rainbow. In prossimità di casa, parte del nervosismo stava già incominciando a dissolversi e non vedeva l’ora di abbracciare il ragazzo.  Di sicuro, la cena era in tavola e non doveva fare altro se non sedersi e guardare un po’ di televisione.

Invece, come sovente accadeva, nulla era come se l’era immaginato.

Tanto per cominciare, le valigie erano ancora sul letto e gl’indumenti nei cassetti. La cena non era pronta e Timo, come al solito, era a spasso con quel bastardo pulcioso. Si chiese da chi avesse preso il suo amore per i cani… ma da Sarah, ovviamente!

Riconosceva che il ragazzo trascorreva da solo la maggior parte del tempo ed il cane era la sua unica compagnia, tuttavia non voleva che Timo diventasse come tutti quegli snob i quali spendevano delle autentiche fortune per acquistare ai loro “bambini a quattro zampe” i cappottini firmati ed ogni genere di giocattolo e leccornia.

Non ricordava da quanto tempo avesse in antipatia quelle bestiole, da sempre forse. Comunque non si colpevolizzava di certo: mica era un delitto odiare i cani. E anche gli altri animali, se era per questo.

Ricordava che circa dieci anni prima, lei e la sorella possedevano una gattina di nome Lulù… sempre impegnata a sfornare cucciolate. C’era stato un tempo, almeno un paio di settimane, in cui aveva veramente provato dell’affetto nei confronti di quella soffice pallina di pelo. Ma poi, una volta resasi conto che era davvero un impiccio prendersi cura sia della mamma che dei suoi piccoli, aveva deciso che era meglio sbarazzarsene. D’accordo con la sorella avvolsero l’ultima cucciolata in un sacco di juta e lo gettarono dalla loro utilitaria in corsa oltre il guard rail dell’autostrada. Un diversa sorte toccò a Lulù che venne abbandonata in una stradina lungo il Massiccio dell’Harz in pieno inverno.

Non un’ombra di rimorso attraversò i loro cuori al pensiero dell’atrocità che avevano compiuto, anzi. Si sfregarono le mani, soddisfatte del loro operato.

Guardò l’orologio da polso, il quadrante luminoso segnava le 8.30. Si chiese che fine avesse fatto suo figlio e quando finalmente vide i suoi capelli biondi spuntare oltre la siepe, provò l’impulso di gonfiargli le guance a suon di ceffoni… invece rimase ancora una volta colpita dalla sua bellezza. Si chiese da chi avesse ereditato quella pelle di magnolia e gli espressivi occhi verdi; da lei no di certo. Nessuno della sua famiglia aveva quelle caratteristiche somatiche. E neanche da quello zotico di Klaus, l’ubriacone che se l’era svignata a San Francisco, subito dopo averla messa incinta. La visione di Timo la scosse da quelle considerazioni.

Come al solito aveva i calzoni strappati e come al solito portava in braccio quell’ammasso di pelo schifoso.

“Ti sembra questa l’ora di ritornare?” lo apostrofò.

“Ma mamma, Ranny voleva camminare ed io l’ho portato in giro lungo il quartiere.”

“Bravo vedo che sei davvero molto ubbidiente. Hai svolto tutti i compiti che ti avevo assegnato. La cena è in tavola, le valigie sono pronte ed io posso distendermi per riposarmi un po’… ma si può sapere cosa diavolo hai in testa?

Domani dobbiamo partire e tu cosa fai? Perdi tempo con questo dannato bastardo. Fila a casa, adesso e non ti permettere di farlo entrare.

“Ma c’è fresco fuori e mi sembra un poco raffreddato.”

“Non m’importa nulla se è raffreddato. Ti ho detto che io cani non ne voglio. Ah, lavati bene le mani prima di toccare i cibi: chissà quanti germi ti ha già attaccato addosso.”

“E’ pulito, non ha germi.” dichiarò Timo prima di ubbidire. Lui non era affatto desideroso di recarsi a Lisbona; sarebbe dovuto rimanere per venti giorni senza l’affetto di Rainbow e questo non riusciva a sopportarlo. Inoltre temeva che alcuni ragazzacci potessero fargli del male durante la sua assenza.

Fu silenzioso durante tutta la cena, poi prese il coraggio a due mani e disse:

“Mamma, io non credo sia una buona idea partire adesso.”

Emma rimase con la forchetta a mezz’aria, quasi non avesse capito.

“E perché mai? Forse ti secca lasciare da solo Rainbow?” chiese un po’ rabbonita.

“Sì, ho paura che possa succedergli qualcosa.”

“Non gli succederà niente. E’ abituato a sbrigarsela da solo.”

Non se la prese più di tanto perché quella notte aveva in mente di risolvere il problema una volta e per tutte.

“Sì, invece. Ci sono dei ragazzi cattivi che non vedono l’ora di mettergli le mani addosso e non certo per accarezzarlo. Oh, mamma, ma non possiamo portarlo con noi?”

“Non incominciare con questa storia: ormai è tutto prenotato, non possiamo disdire all’ultimo minuto.”

“Ma non puoi andarci da sola e lasciarmi con la nonna?”

“No. Ho progettato questa vacanza per poter trascorrere del tempo con te. Non mi divertirei da sola e poi tua nonna non può certo seguirti assiduamente. Comunque se può servire a farti stare meglio, posso dire alla nonna di venire qui tre volte al giorno per assicurarsi che il tuo cucciolo stia bene. Contento?”

“Non è mica la stessa cosa… ma meglio che lasciarlo da solo.”

“Visto? Una soluzione si trova sempre. Adesso vai a letto. Domani ti dovrai alzare molto presto.”

Timo le diede la buona notte e andò di sopra. Emma rimase in cucina a riordinare e intanto la sua mente lavorava alacremente per studiare ciò che doveva dire al ragazzo quando si sarebbe accorto che quel cazzo di animale non era nella cuccia di fortuna che gli aveva preparato.

L’orologio sulla parete segnava le undici: aveva tutto il tempo. Prima avrebbe preparato le valigie e poi si sarebbe occupata di Rainbow. Intanto, nella sua stanza, Timo ripensava al giorno di due mesi prima in cui aveva incontrato quel bel cagnetto.

Quel pomeriggio si sentiva davvero solo e triste. Non aveva amici e le sue giornate erano scandite da un ritmo noioso: sveglia alle 6.30; doccia; colazione e scuola. Il pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, doveva preparare la cena per lui e la madre. Nulla di elaborato, s’intende. Di solito cibi già cotti da riscaldare nel microonde. Queste occupazioni non gli rubavano molto tempo, ragion per cui, dopo aver visto qualche DVD di Squadra Speciale Cobra 11 e de Il Clown, aveva molto tempo per pensare. Generalmente, lo faceva davanti alla finestra della sala da pranzo.

Guardava con un pizzico d’invidia gli altri ragazzi del quartiere che giocavano e ridevano festosi, mentre lui doveva rimanere tappato in casa secondo le disposizioni di Emma. Costei non voleva frequentasse gli altri bambini poiché non conosceva le famiglie da cui provenivano.

Intanto che piangeva, gli sembrò di udire grattare alla porta della cucina unito ad un debole guaito. Si precipitò a vedere ed il suo viso triste fu illuminato da un enorme sorriso quando vide un tenero batuffolo dai mille colori che scodinzolava e mendicava una carezza. Lo prese in braccio e lo chiamò Rainbow, arcobaleno. Gli sembrò che questo nome si adattasse ai colori cangianti del suo manto. E poi, come un arcobaleno, aveva spezzato le nubi di solitudine che avviluppavano il suo cuore e gli aveva restituito la gaiezza dell’infanzia.

L’intenzione di Timo era quella di rimanere sveglio a pensare per gran parte della notte, ma verso l’una si assopì. Non sentì i passi della madre che si dirigevano nello scantinato e non udì neppure il fruscio del sacco di juta che ella teneva fra le mani…

Emma si avvicinò di soppiatto alla bestiola che dormiva nella sua cuccia di scatole. Fu un giochetto afferrarla per la collottola e chiuderla dentro il sacco che legò per bene con della corda per imballaggio.

Facendo attenzione a non produrre il minimo rumore, salì in macchina e mise in moto. Si diresse a velocità sostenuta verso il Weidendammer Brücke. Una volta giunta sul posto, si sporse dalla ringhiera e gettò il fagottino nelle acque scure della Sprea.

Un’indicibile sensazione di benessere formicolò nelle sue membra; finalmente avrebbe potuto dedicarsi alla sua sospirata vacanza senza scomodare nessuno. Adesso non le restava che formulare qualche frase ad hoc per suo figlio, quando si fosse accorto che il suo amato sacco di pulci era scomparso.

Doveva giocare molto bene le sue carte… in una parola essere convincente e ragionevolmente dispiaciuta, altrimenti Timo avrebbe potuto benissimo piantare delle grane per tutta la durata della vacanza. E lei non aveva alcuna intenzione di soggiornare a Lisbona con un corvo borbottante.

Come previsto, l’indomani mattina Timo andò a controllare come stesse Rainbow ed il suo faccino sbiancò quando vide la scatola vuota.

“Timo, vieni la colazione è pronta.”

“Mamma, mamma. Ranny è scomparso…”

Emma si avvicinò e con evidente ipocrisia gli arruffò affettuosamente i capelli e con una voce studiatamente neutrale rispose:

“Non preoccuparti, sarà andato a farsi una passeggiata. Tornerà, vedrai. I cani tornano sempre dai loro padroni.” Dichiarò con lapalissiana convinzione. In quel momento non poteva certo prevedere che le sue parole si sarebbero presto avverate…

CONTUNUA…

 

Diana J. Stewheart

 


 

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