Visita parenti

Riccardo Carli Ballola


Un anno è lungo da passare. Lo so. Approfitto di solito della festa di Halloween perché ai morti, dicono, quel giorno non dispiace. Li vedo sempre volentieri, intendiamoci, ma – come si dice – parenti e serpenti.

Non è vero?

Faccio il macellaio, abito in città, Milano centro. Capirete, non è agevole per me venire in paese a trovarli spesso, anche se volessi. Tengo famiglia e i miei impegni di lavoro non sono né pochi né piccoli.

Il paese è un luogo di memoria. Già. Ci ho lasciato l’anima di quand’ero ragazzino. Il mio mondo è ancora tutto lì, voglio dire, i nonni, gli zii, mamma e papà, la casa dove sono nato e il cortile dove giocavo. Un mondo di cose belle. Eh, sì! Volato via con l’età adulta, quando mi sono sposato e andato ad abitare altrove.

Quanti ricordi!

Lì, dove il paese si allunga verso il santuario della Madonna delle Luci e la via si fa bella di un porticato secentesco con archi e colonne di marmo, lì, dicevo, oltre alle loro case, prima del porticato, c’è anche una stanzetta cui sono molto affezionato, un locale chiuso a chiave che un tempo era un’officina nella quale lo zio Ferruccio faceva il meccanico di biciclette e io lo aiutavo.

Bei tempi!

Sono cresciuto, si può dire, tra quelle quattro mura, imparando a conoscere lo zio come me stesso e a volergli bene. Ho visto passare per quella stanzetta una infinità di persone, ora tutte morte naturalmente, la cui faccia ricordo bene come mi apparisse in una galleria del tempo, soprattutto di notte quando ci penso.

Quando ripenso a quella cameretta, è come se li vedessi tutti uniti lì dentro ad attendermi. E mi prende gioia e paura. Sì, un giorno toccherà anche a me fare parte del gruppo. Che mi richiama, per dire. Ma è solo un pensiero della mia testa bacata? Non so. È come se desiderassi tornare lì, assieme a loro. Per riunirci! È ridicolo. Lo so. La stupidaggine di un pensiero infantile maturato nei sogni.

È così.

Ha un portone di legno scuro, diviso in tre ante che si aprono all’interno con una spinta sovrapponendosi una all’altra come pagine di quaderno. Ricordo che, quando lo zio mandava me ad aprirlo, spingevo le ante con fatica nell’angolo di sinistra, dove si raccoglievano, e, d’inverno, sul riquadro vuoto che si creava tutt’intorno all’apertura, fissavo un telaio di legno leggero che in alto, sui due lati, aveva delle finestrelle di vetro e in basso, al centro, una ridicola porticina.

Poi tutto è finito. Con la morte di ognuno. Le loro case, il cortile, la mia casa e quel buco. Puff! Ogni cosa è precipitata nell’oblio.

Che pena, mio Dio!

Vengo da queste parti tutti gli anni per Halloween, come dicevo all’inizio. Ho le chiavi di tutti gli immobili, compreso questo monolocale. Ogni anno che passa lo trovo sempre più asfittico, più lugubre e sporco. La parietaria cresce a dismisura sulla soglia, sale sul portone fin quasi a nasconderlo. Quando arrivo, però, tutto si ravviva e quel mondo morto riprende a esistere nella mia memoria.

Non vengo mai da solo, premetto. Porto sempre con me un amico caro. Che mi capisce, voglio dire. Che sa cosa provo in quel momento. Che mi aiuta. Pronto a partecipare, insomma. Uno in buone condizioni fisiche, vigoroso intendo.

Non si sa mai.

Faccio quello che posso. Penso a loro che sono rimasti qui, chiusi in questo limbo senza tempo. Come vivi, per me.

A volte c’è la luna, come stasera. Giro la chiave a sinistra – un’asticella di metallo che io solo posseggo – due o tre volte dentro la serratura e, quando il portone cigolando s’apre, il buio e l’odore di chiuso di un anno mi riempiono le narici, la gola si gonfia, gli occhi mi lacrimano e quasi soffoco.

— Non c’è la luce? — mi chiede spesso l’amico, senza accorgersi di come io soffra.

— No — rispondo di solito, laconico, asciugandomi gli occhi. — I fili elettrici sono quelli di una volta, l’impianto è disfatto, il contatore non c’è più — spiego.

— E una candela, almeno, te la sei portata dietro?

— No — dico, stavolta infastidito. — A cosa serve? Alle nostre spalle c’è la luna. E poi, tanto stiamo un attimo. Il tempo di una preghiera.

Mi piacerebbe che ci accogliessero le urla festose dei parenti e che ci sommergessero di baci, come sempre succedeva quando ero piccolo e venivo a trovarli nelle loro case. E nei gesti e nelle parole circolava una pienezza d’amore totale. E ogni volta ero vivo.

Ma non si può avere tutto. Eh, no.

Così mi accontento.

A stare un attimo in più nel buio pesto si vede anche quello che non c’è. Luci fioche che si animano. Apparizioni prodotte dalla mente. Io le vedo. Tra le tante una figura accovacciata in un angolo in fondo alla stanza. L’angolo più buio di tutti. Una figura nera più delle altre cose nere che stanno in quella stanza nera. Più nera del buio stesso. Si alza piano e si drizza. È la prima a farsi avanti. Apre le braccia e cammina verso di noi, barcollando. La luce della luna non arriva a illuminarla, ma io so bene chi è. Anche se non la distinguo.

Prima che il suo abbraccio mi avvolga, però, io faccio un passo indietro, poi un altro e un altro ancora. Dalla soglia tiro le ante del portone in fretta su di me, sbattendole. Il cigolio è come il verso di un coyote. Giro la chiave tre volte a destra e sparisco nel buio della notte da cui sono venuto.

Vengo una volta all’anno a trovare zio e parenti, per Halloween precisamente, e porto sempre in dono un bel pezzo di carne. Da quando li ho chiusi in questa stanza, dopo averli di notte prelevati di nascosto dal cimitero, rivivono per me e i miei ricordi si mescolano ai loro. E ho di nuovo l’impressione che siamo ancora insieme, tutti quanti uniti come una volta. Come una vera famiglia.

 

Riccardo Carli Ballola

 


 

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