Vesuvio Breakout – recensione

Recensione a cura di Joe Vanni


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“Vesuvio Breakout” è il romanzo di esordio di Giorgio Riccardi, una zombie novel targata Dunwich Edizioni.
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TRAMA – L’esplosione del Vesuvio ha devastato le zone circostanti, iso­lando la Campania dal resto della penisola. Come se non ba­stasse, il sottosuolo ha liberato effluvi che agiscono sui morti, facendoli tornare in vita. I nuovi esseri sono famelici e al di là di ogni guarigione. Un gruppo di sopravvissuti si rifugia all’interno del cinema situato nel centro commerciale di Caso­ria, l’unico riparo sicuro in un mondo ormai in rovina. Fughe, attacchi di morti viventi e insidie di altri sopravvissuti saranno descritti attraverso le pagine del diario del protagonista. Le sue riflessioni fanno da cornice a un universo devastato, dove la salvezza sembra essere sempre più un miraggio.

 

L’AUTORE – Giorgio Riccardi nasce a San Giorgio a Cremano in provin­cia di Napoli il 5 maggio 1982. Vive a Roma da oltre un decen­nio dove si è laureato in Scienze delle Comunicazioni. Attual­mente lavora presso l’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumici­no come addetto di scalo per Adr Assistance ma nel passato ha lavorato presso redazioni di agenzie di stampa e testate online e uffici stampa e comunicazione. È il responsabile e deus ex machina del portale letteraturahorror.it primo sito ita­liano dedicato esclusivamente alla letteratura di genere e non solo. Vesuvio Breakout è il suo esordio letterario.


 

RECENSIONE

 

La trama di questo racconto zombie vede come protagonista principale un essere inanimato, una montagna, un mostro che può scoppiare da un giorno all’altro, all’improvviso, senza preavvisi, non risparmiando niente e nessuno nel suo circondario, divorando con le sue fauci interi paesi. Il Vesuvio un giorno si sveglia dal suo sonno, come molto probabilmente accadrà veramente, emettendo zampilli e lava, cenere e zolfo, fuoco e nubi indissolubili, e comincia a riprendersi il suo territorio, che la stupidità umana da secoli ha pensato male di rubargli, costruendo case e città, nel suo raggio d’azione. E il vulcano fa proprio questo: sparge la morte alle sue pendici e distrugge quel che l’assurda intelligenza ha creato ai suoi fianchi. Non ancora contento dei suoi abbattimenti, sparge un seme vendicativo, disumano, partorito in un connubio tra viscere della terra, sostanze tossiche, naturali e artificiali; una pestilenza che si occupa di rastrellare quanti ancora vivi per decimarli. E ci riesce.

Il romanzo è scritto in chiave quasi epistolare, che rende lo stile fluido e realistico, mai noioso, mai scontato, mai dozzinale, anche se l’argomento trattato, le descrizioni, i resuscitati da morte, ma non morti, sono sempre gli stessi di romanzi e film già visti, e un’innovazione sarebbe molto difficile da ideare e introdurre nello scorrere degli avvenimenti. Eppure, il tocco di classe e la genialità ci sono, e si evincono già dal titolo stesso del romanzo, un nome che fa subito presagire, non la bellezza della natura variopinta di quella montagna, ma l’annientamento che avverrà.

Ci si affeziona subito ai personaggi, pregni di vita, descritti con passione, naturalezza, persino con una certa fanciullezza di immedesimazione, soprattutto nel momento dell’introduzione di una bambina tra i sopravvissuti. Sono uomini comuni, del popolo, non i soliti eroi e cecchini americani che sovrastano la scena con la loro personalità guerriera, invincibile, infallibile. E non sono nemmeno i giusti e i “buoni”, anche se qualche “cattivo” fa la sua comparsa in quella terra malfamata da reali presenze malavitose. Qui e adesso il “buono” è solo lui, un vulcano immenso e vendicativo, che rappresenta la Natura depredata, derisa, avvelenata dagli uomini che la abitano.

 

Joe Vanni

 


 

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