Il bunker – seconda parte

di Joe Vanni


 

Il male che affliggeva il colonnello non era reale, ma una noia mortale che nel tempo, dopo il prepensionamento, era divenuta ipocondria. E un falso malato di un genere siffatto aveva contagiato tutti: medici, psicologi, amici, militari, canaglie. Come nella vita militare, era un uomo coinvolgente nello sprezzo del pericolo, nella vita famigliare, nei bagordi, insomma un condottiero di antico stampo. Anche adesso, nella tranquillità del ritiro a vita privata e in campagna, lontano dall’azione per mare, terra e cielo, restava un uomo condizionante. E nessuno, medici o amici, aveva la forza per dirgli che non aveva un cazzo. Sarebbe uscito da solo, con la sua schiera, dalla sua teca di vetro: “rompere solo in caso di guerra”.

 

Gli strani animali che lo assediavano al di fuori della cerchia recintata e protetta erano sicuramente quadrupedi, incontrollabili e ululanti. Forse solo cani.

 

Il colonnello Furia, questo era il suo nome, dopo avere assaggiato un bicchiere di grappa, ma forse era una mezza bottiglia, cominciò a ripristinarsi. Un sigaro d’antan, amato, custodito e ricordato come cimelio dalla moglie, fecero il resto.

Nuova forza scorreva nelle sue membra, recondita e celata. Si precipitò a un punto di osservazione del primo piano, un abbaino da cui poteva avere una visuale di 180 gradi. Chiamò con ordine e voce perentoria Luca, al quale chiese repentinamente un inventario di tutte le armi disponibili nella casa.

Da vecchio calcolatore, scrupoloso e metodico, il commercialista aveva già uno schedario mentale di ogni attrezzo della villa, che spaziava dai coltelli da cucina, decespugliatori e armi da fuoco. Ed enumerando quest’ultime, disponevamo solo di una semiautomatica 9 parabellum con 600 cartucce, un vecchio fucile da caccia con canne giustapposte, una sciabola, due spadini senza filo, 999 cartucce calibro 12.

Per un apocalisse o una pandemia non sarebbero bastati di sicuro, ma per qualche giorno potevamo temporeggiare.

 

Il muro di cinta era alto due metri, al quale si aggiungeva un metro di rete, quindi un’ottima recinzione per un primo attacco da parte di quelle bestie feroci e agili.

Ma non sarebbe bastato.

Qualcuna sarebbe riuscita a passare prima o poi e, individuato il varco, le altre sarebbero penetrate in massa all’interno.

Il colonnello approntò un primo piano di contenimento in caso di penetrazione singola e ostile. Ma una pistola e un fucile da caccia e qualche coltello da massaia non sarebbero bastati.

Io ero stanco e avvinazzato e chiesi di avere il permesso di congedarmi per andare a dormire, almeno qualche ora.

 

Mi risvegliai all’alba e, recandomi in cucina, trovai una moka su fornelli, con Luca e Nicola (Furia) che attendevano. Non erano andati a dormire per vigilare alternativamente ogni due ore. Gli animali erano sempre minacciosi al di fuori. Nessuno era riuscito a penetrare, ma era solo questione di tempo.

 

Nicola mi disse che accanto alla villa c’era un’officina con tutti gli strumenti di un fabbro e, conoscendo il mio passato da apprendista fabbro dal nonno materno, mi chiese se potevamo costruire qualche altra arma da taglio o similare. Io risposi che potevamo fare di più se a disposizione ci fossero anche tubi d’acqua (non ricordavo se da ½ pollice o da ¾). Potevamo creare con un tubo in ferro zincato, lamiere, qualche molla, e ferro vario ulteriori fucili calibro dodici.

C’erano! E provando ad inserire la cartuccia in uno dei tubi vidi che ci stava. In un giorno potevo sfornare una doppietta, in due un semiautomatico. Riducendo il diametro degli stessi tubi, saldandoli, e lavorandoci potevamo creare anche un paio di pistole mitragliatrici artigianali a massa battente grezze come uno sten per il calibro nove parabellum. Sarebbero state a canna liscia, imprecise e meno potenti ma ce ne fottemmo.

Dall’officina ci recammo al muro di cinta.

Gli animali idrofobi sembravano quieti e assopiti, come se la luce del sole li avesse narcotizzati, ma l’incedere dei nostri passi li svegliò.

Non erano cani… erano NUTRIE GIGANTI!

 

Molti dei componenti la Esse Z – Squadra zeta (e ricordiamolo che da soli senza squadra si muore!), avevano deciso, sempre convinti della prossima trasmigrazione dell’anima del Boss, alias Despota, alias Colonnello, insomma Nicola Furia, di recarsi per il commiato ultimo in quella che era divenuta la roccaforte-ospedale del nostro amico.

Erano tutti consapevoli della certezza del suo ottimo stato di salute, ma sempre rispettosi del suo personaggio, un carisma che oltrepassava ogni consapevolezza. I baffi di un tempo celavano una bontà non comune e i buoni, i santi e i martiri come si sa finiscono in croce… forse per poi risorgere.

 

Quella settimana fu il punto di incontro per tanti di noi. Io e mia moglie Gabri, eravamo già arrivati. Nottetempo, probabilmente aviolanciata, sarebbe arrivata anche Helga, soprannominata da noi la “Guerriera Solitaria” o “Sniper-a”. Igor sarebbe partito dall’aeroporto con un treno merci per risparmiare, il che non è male. Alessio come sempre in macchina, forse un po’ in ritardo. Anna Elle, Viola, Isabella Tambrona Rosalia, Conchita, Michela, Giuseppe K detto il Siculo, Valerio detto il Piccolo Principe, Giò e Michele R, che costituivano il cosiddetto gruppo logistico della squadra sarebbero arrivati “alla spicciolata”.

 

L’idea era quella di fare una cena proverbiale, mai fatta prima, in onore di una prossima rinascita del colonnello Furia. La fortificazione-casa-caserma-ritiro del Boss permetteva vari alloggiamenti: casa padronale, con annessa fureria, dependance varie, posti di ristoro e stazionamento notturno campale.

 

Gabri e le altre donne avevano già i posti branda assegnati in letti a castello (con cartellino rosso ai piedi del letto con nome, cognome e numero di matricola) all’interno di una camerata a volta della casa padronale, a parte Helga che avrebbe dormito con noi in sacco a pelo all’addiaccio accanto ad Igor che si trovava in una fase di perdizione mentale, vicino al fuoco generato da grossi rami di arancio.

Dovevamo rimanere nella campagna laziale all’incirca una settimana.

 

Per una vecchia mania dovuta alla forma mentis del colonnello, costituitasi in gioventù, la sveglia era fissata ordinariamente alle 6.30 (la sua ospitalità era da caserma e con ordini e disposizioni prefissi), ma poteva avvenire anche in orario antecedente, o notturno, a sorpresa. La colazione sarebbe stata servita in giardino da Luca il primo giorno, nei seguenti sarebbe stata preparata con turni da definirsi.

Dopo la colazione seguiva un marcia di venti km con zaino riempito con sabbia per un peso di 30 kg sulle spalle, come preparazione a quella da 120 km nel circondario. Colui che non fosse riuscito a superare questa prova ultima non sarebbe potuto rimanere nella fattoria e rispedito a casa.

Insomma, non si trattava di una settimana di relax, pace e tranquillità, ma di un periodo in stile addestramento reclute… necessario per l’incubo che stavamo per affrontare!

 

 

Joe Vanni

 

 


EPISODI PRECEDENTI

il bunker – prima parte


 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: