L’isola – capitolo 11 – seconda parte

di Pietro Soman


Bill Smoke tentò la porta della casa, che si rivelò chiusa. Ansante, con il sudore che gli grondava negli occhi, scese barcollando gli scalini che la sopraelevavano dal livello della strada e provò quella del negozio a lato. Vendevano cibo per animali, ma questo non era importante. Doveva trovare un rifugio, un posto dove riposarsi e schiarirsi la mente.

Chiusa anche quella. Valutò se sfondare la vetrina, ma non aveva nulla con sé per riuscirvi e lungo la strada non vi erano pietre o mattoni. Forse un’auto, con un cric o una leva dentro…

Arrancò sino all’auto più vicina e tirò la maniglia. Grave errore.

L’antifurto scattò immediatamente ed un ululato ruppe il silenzio pesante che gravava tra gli edifici. Smoke sobbalzò, arretrando, e non fece a tempo a girarsi che un urlo risuonò alla sua sinistra. Si voltò, terrorizzato, mentre due, tre zombie apparivano in fondo alla via. Non poteva vedere i loro volti, ma sapeva che lo stavano fissando.

Uno dei tre lanciò un altro urlo e scattarono contemporaneamente, correndo verso di lui come forsennati.

Smoke bestemmiò, incespicò e quasi inciampò nella fretta di arretrare. Si girò e prese a correre anch’egli, ma si sentiva la testa pesante e le gambe molli. Il suo corpo era sull’orlo del collasso. Tentò la porta di un panettiere. Chiusa. Un’agenzia di viaggi. Chiusa. Si voltò verso gli zombie. Erano forse a cento metri, probabilmente meno.

Si infilò in un vicolo, sperando di trovare nemmeno lui sapeva cosa dove nascondersi, ma si trovò in un vicolo cieco. Ai suoi lati, le pareti di due condomini. Di fronte a lui, un muro alto forse tre metri, probabilmente il retro di un qualche edificio, forse un box auto.

La vista gli si stava oscurando e le palpebre gli tremavano incontrollabilmente per la stanchezza e la tensione, ma aveva troppa adrenalina in circolo per crollare. Ancora per poco, però.

Raggiunse il muro, con una gamba che cominciava a cedergli, quasi trascinandosela dietro per gli ultimi metri. Tentò di raggiungerne il bordo superiore saltando, ma gli mancava forse un metro o poco meno per raggiungerlo. Dietro di lui ci fu un gran fracasso e i tre zombie si spintonarono tra loro, sbattendo contro un’automobile, mentre infilavano il vicolo in cui era rimasto intrappolato.

«Ehi, amico, mi sembri un po’ in difficoltà.»

Smoke alzò lo sguardo e batté ripetutamente le palpebre per scacciare via il sudore dagli occhi e mettere a fuoco colui che aveva parlato. Sull’orlo superiore del muro, proprio quello che voleva raggiungere, era inginocchiato un ragazzo con lunghi rasta ed uno zaino sulle spalle.

«Aiutami!» quasi rantolò.

Quello sorrise, scoccò un’occhiata agli zombie e si sporse pericolosamente, tenendogli una mano.

«Afferrala, svelto!»

Smoke fece un salto stentato, sentendo le forze che gli scivolavano via, ma sufficiente a raggiungere la mano del  ragazzo. Questo gli afferrò un polso e, con facilità sorprendente, lo issò al suo livello. Smoke incespicò, agitò un attimo le gambe in aria e finalmente fu al sicuro sul muro. Sotto di loro, gli zombie cominciarono ad urlare, forse per frustrazione o forse per fame.

«Amico, stavi per diventare una polpetta.»

Smoke era carponi, incapace di alzarsi in piedi. Sollevò la testa verso di lui, il volto rigato da lacrime di stanchezza e sollievo.

«Grazie» disse rauco.

«Hai l’aria di aver bisogno di un buon sonno.»

Lui annuì, non avendo la forza di rispondere.

Il ragazzo gli tese la mano.

«Io sono Owen.»

Smoke la strinse debolmente.

«Bill.»

 

 

 

Samantha Reeves, rappresentante della Triple W per le Antille, sedette alla scrivania della sala riunioni. Era volata in tutta fretta a Tampa, dove si trovava la più vicina sede della multinazionale, ed aveva occhiaie marcate nascoste a malapena dal fard. Gli ultimi quattro giorni erano stati motivo di forte stress a causa della questione St. Kitts e soffriva terribilmente il mal d’aria, quindi in aereo non aveva chiuso occhio.

La porta della sala riunioni si aprì ed entrò Marcus, il responsabile dell’operazione HL5. Anche lui aveva il volto tirato e Samantha si sentì un poco risollevata dal fatto che, tra loro due, lui fosse quello con più colpe. Era stato lui a mandare Smoke sull’isola per riparare alla falla nella sicurezza causata da Smith, o Giuda, come si faceva chiamare, e il suo agente aveva fallito.

Marcus le fece un cenno con la testa e le si sedette accanto, senza spiccicare una parola. Le altre sedie attorno alla tavola rotonda erano vuote e tali sarebbero rimaste; i direttori della Triple W, infatti, erano quasi duecento e solo alcuni di loro si sarebbero collegati per via telematica. Samantha e Marcus erano di grado troppo basso per conoscere i Soci, ovvero i padroni effettivi della multinazionale, e non avevano mai nemmeno parlato con loro.

Il megaschermo dall’altra parte del tavolo si accese ed apparve un countdown. Le luci della sala si abbassarono e lo sfrigolìo delle casse alle pareti segnalò l’attivazione del suono. L’uno venne seguito dallo zero e lo schermo s’illuminò, spezzato in dodici sezioni, ognuna delle quali contenente un volto. Colletti bianchi inamidati sopra giacche grige, occhiali dalla montatura praticamente invisibile, cravatte scure, volti sbarbati – se uomini – e poco truccati – se donne – e pettinature anonime. Ad avere tutti e duecento i direttori della multinazionale in una sala, sarebbe stato difficile distinguerli tra di loro.

«Si dà inizio alla riunione quarantaquattro duemilaquindici,» cominciò uno, «presenti nella sede di Tampa Reeves S. e Drilling M. Presenti per via telematica…»

L’uomo elencò dodici nomi, quindi diede la parola ad una donna.

«Samantha Reeves. Lei è responsabile della zona Antille.»

«Sissignora.»

«Ci riassuma brevemente la situazione.»

«Durante l’operazione HL5 c’è stata una falla nel sistema. Uno dei nostri agenti, registrato nel databse come John Smith e spesso chiamata Giuda anche nel nostro ambiente, si è impossessato di una fiala di agente metem ed è fuggito dalla nazione, rifugiandosi nell’isola di St. Kitts. L’unica copia esistente della formula chimica dell’agente è stata trafugata assieme alla fiala. È stato inviato l’agente Smoke per terminare Smith e recuperare la proprietà dell’azienda, ma qualcosa è andato storto e il metem si è diffuso, causando un’epidemia da manuale.»

Samantha fece un debole sorriso.

«Il metem si è comportato esattamente come era previsto facesse.»

«L’agente Smoke?»

La domanda era rivolta a Marcus.

«L’ultima comunicazione risale a trentasei ore fa. La missione di Smoke era stata modificata perchè recuperasse la formula e Stanton, che faceva parte dell’equip scientifica che ha realizzato l’agente.»

«Ma non ci sono stati ulteriori aggiornamenti» commentò in tono incolore uno dei rappresentanti.

«Purtroppo no…»

«L’azione di contenimento?»

«L’intervento militare delle nazioni limitrofe, in particolare la quarantena dell’isola – che è attualmente isolata via mare ed aria – ci ha impedito di attuarla. Il nostro arrivo non può passare inosservato, ci sono troppi occhi puntati sulla zona. Di certo, se intervenissimo, solleveremmo domande scomode.»

«Quindi l’unica soluzione rimane il piano B.»

«Inattuabile anch’esso. Bombardare l’isola è una soluzione estrema, difficile da imputare a terzi, e ad ogni modo sarebbe necessaria un’operazione di bonifica dopo il bombardamento.»

«Signor Drilling,» intervenne uno dei rappresentanti, «mi risulta che sia l’agente Smith che l’agente Smoke fossero sotto la sua responsabilità.»

«Sissignore.»

«Può spiegarci come possa essere accaduto tutto ciò?»

«L’agente Giuda… Smith, signore, era al di sopra di ogni sospetto. Pensiamo che abbia avuto una sorta di crisi di coscienza, altrimenti non si spiega la sua decisione improvvisa.»

«Oppure aveva intenzione di vendere formula e composto alla concorrenza» commentò una donna.

«Sissignora, è possibile, ma improbabile. Il comportamento di Smith è stato affrettato, grossolano, molto inusuale per lui, ed anziché andarsene dal continente si è recato a St. Kitts. A meno che non avesse un contatto sull’isola, è probabile che l’avesse scelta per non dare nell’occhio, dato che è una zona di interesse secondario.»

«E l’agente Smoke?»

«Era la scelta più ovvia. Conosceva Giuda. Era in grado di comprenderlo e, a giudicare dal rapporto, l’ha trovato in brevissimo tempo. Quel che è successo durante il loro incontro non è chiaro. Pensiamo che Giuda abbia aperto la fiala perchè preso alle strette, ma non è una certezza. Ad ogni modo, il metem si è diffuso ed a quel punto l’unica soluzione ragionevole era recuperare la formula e Stanton e puntare su Nevis, l’isola limitrofa. Lì una squadra specializzata li avrebbe prelevati, messi in quarantena e sottoposti ad un’accurata disinfezione.»

«Ma qualcosa è andato storto.»

«Sissignora. L’ultimo contatto risale a trentasei ore fa. Considerata la situazione, è plausibile ritenere che sia l’agente che lo scienziato siano morti.»

Seguirono alcuni istanti di silenzio.

«La situazione è inaccettabile. Signor Drilling, lei è licenziato. Troverà le sue pertinenze ad attenderla nell’ingresso. Signora Reeves, lei deve proseguire con il piano K. Le faremo sapere noi per eventuali azioni dell’azienda. Per il resto, continui a svolgere normalmente i suoi incarichi.»

«Sissignore.»

«La riunione è conclusa.»

Lo schermo si spense e per alcuni momenti la sala rimase immersa nel buio. Poi le luci si riaccesero e con un colpo secco le casse audio si spensero.

Samantha sospirò, si alzò e si diresse verso la macchinetta automatica.

«Caffè?»

Marcus, che sino a quel momento era rimasto in silenzio, annuì.

«Licenziato,» gracchiò mentre il sibilo del caffé che riempiva la tazza riempiva la stanza silenziosa, «non avrei mai creduto che sarebbero arrivati a questo.»

«La situazione è molto grave,» disse Samantha con tono conciliante, porgendogli un bicchiere di plastica, «ma non per te. Sei uscito pulito da questa storia. Anche se hai perso il lavoro, hai ottime referenze. Ci sono aziende che si scannerebbero tra di loro per avere un ex dipendente della Triple W nel loro organico.»

Lui annuì di nuovo, sorseggiando il caffé.

«Hai ragione. Posso ancora uscirne. Mi dispiace, per te, moltissimo.»

«Oh, io me la caverò. Ho la pelle dura.»

Marcus sorrise e posò il bicchiere con una smorfia.

«Il caffè della macchinetta era peggiore del solito.»

«La farò controllare.»

Lui annuì per un’ultima volta. La testa si abbassò, si rialzò ed abbassò per un’ultimavolta. Samantha gli prese il polso tra le dita e constatò che non vi era più battito. Premette allora il tasto dell’interfono sul tavolo.

«Sì, signora Reeves?»

«Lucy, mi mandi su qualcuno per pulire una macchia di sugo, per cortesia.»

 

 

Pietro Soman


EPISODI PRECEDENTI

capitolo 11 – prima parte

capitolo 10 – seconda parte

capitolo 10 – prima parte

capitolo 09 – seconda parte

capitolo 09 – prima parte

capitolo 08 – seconda parte

capitolo 08 – prima parte

capitolo 07 – seconda parte

capitolo 07 – parte prima

capitolo 06 – parte seconda

capitolo 06 – parte prima

capitolo 05

capitolo 04

capitolo 03

capitolo 02

capitolo 01


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