L’isola – capitolo 10 – seconda parte

di Pietro Soman


 

Badlam aprì gli occhi e scoprì di trovarsi in un luogo che non conosceva. L’aria aveva uno strano odore, di vecchio, legno, sigari e whiskey. Attorno a lui, le cortine di un letto a baldacchino lo separavano dal resto della stanza.

Non pensavo esistessero più letti così.

Si tirò su a sedere ed una scarica di dolori lo fece piegare su se stesso. Erano talmente diffusi da non lasciargli capire da dove provenissero effettivamente, anche perchè gran parte di essi erano dolori riflessi, causati dalla vicinanza al punto in cui era stato colpito e schiacciato dalla folla.

Respirò a fondo e la sofferenza parve scemare un poco. Scostò una cortina e si guardò attorno, circospetto.

La stanza pareva tirata fuori da una cartolina del secolo precedente, con i suoi mobili di legno scuro dai piedi intagliati, i suoi specchi, i candelieri dorati poggiati su mensole e tavoli, il camino spento incorniciato di pietra con un archibugio appeso sopra ad esso. Chiunque fosse stato a portarlo fin lì gli aveva di certo fatto un favore, ma non fidarsi sarebbe stato meglio. Ad ogni modo, si parlava di qualcuno coi soldi, su questo non c’era alcun dubbio.

Qualcuno bussò alla porta e Badlam sobbalzò, venendo di nuovo assalito dalle fitte. Ragionò per un istante se non rispondere e nascondersi, ma si rese conto dell’irrazionalità del pensiero nel momento stesso in cui l’ebbe pensato.

«Avanti.»

La porta si aprì e fece il suo ingresso un maggiordomo, perfettamente mimetizzato con l’ambiente circostante sia esteticamente che come età. Portava tra le mani un vassoio d’argento – o argentato? – ricolmo di tazze, barattoli, bicchieri e panieri.

Badlam fece un fischio.

«Lì sopra c’è di che sfamare un reggimento.»

Il maggiordomo non sorrise nè espresse alcuna altra emozione col viso. Il tenente pensò che la cosa fosse richiesta dal suo ruolo.

«Non conoscendo le sue abitudini alimentari, signor agente, ho deciso di portarle una varietà di scelte.»

«Molto gentile da parte sua, signor…?»

«Herbert,» rispose l’uomo posando il vassoio su di un tavolino a lato del letto e tendendogli rigidamente lo mano, «sono il maggiordomo della Thornton Hall.»

Badlam alzò le sopracciglia, di colpo consapevole di dove si trovasse in quel momento.

«Ha detto Thornton Hall? La villa di quel Thornton?»

«Non mi risulta ve ne siano altri, signore» rispose con voce asciutta Bert. Quindi, con movimenti rapidi e precisi, illustrò tutto quello che si trovava sul vassoio.

«Pancetta, uovo all’occhio di bue, fette di pane tostato, qui ci sono burro, marmellata… caffè, tè, aranciata…»

«Quanto ben di Dio… prenderò caffè e pane tostato con burro, grazie.»

«Non deve ringraziare me, signor agente, ma sir Thornton.»

«Oh, che stupido, non mi sono presentato… sono il tenente Badlam. Michael Badlam.»

«Onorato, signore.»

Badlam si era aspettato che Bert gli porgesse ciò che aveva chiesto ma, con suo stupore ed un leggero imbarazzo, il maggiordomo prese il pane tostato con un tovagliolo – nonostante le mani calzassero guanti immacolati – e cominciò ad imburrargliela.

«Oh, non è il caso, io…»

«Questo é il mio compito, signor Badlam,» lo interruppe deciso Bert, «quante fette desidera?»

«Una sarà sufficiente, grazie.»

Bert gli consegnò il pane imburrato, versò del caffé in una tazza, la mise su di un tavolino di quelli per mangiare a letto e glielo posizionò davanti. Aggiunse quindi un piatto con altre due fette di pane, burro con un coltello ed il bricco del caffé. Aggiunse, per finire, un bicchiere d’acqua con un po’ di schiuma che ancora galleggiava in superficie.

«Che cos’è?»

«Aspirina. Presumo ne avrà bisogno. Mi perdoni se glielo faccio notare, ma sembra che sia stato duramente percosso.»

«All’incirca, in effetti…»

«Questa dovrebbe aiutarla. Sarebbe stato meglio farla visitare da un medico, ma è attualmente una soluzione non praticabile.»

«Me la caverò, grazie.»

«Ne sono certo. Quando avrà finito di mangiare, potrà trovare dei vestiti puliti nell’armadio. Se ha bisogno, può suonare il campanello. Arriverò immediatamente.»

«Bene… grazie.»

«Buon appetito.»

Detto ciò, Bert scomparve silenziosamente dalla porta da cui era entrato. Badlam rimase per un attimo inebetito, quindi si riscosse e cominciò a mangiare. Non si era reso conto di avere tanta fame, ma al primo boccone lo stomaco rumoreggiò pericolosamente e lui non poté fare a meno di spazzolare tutto in pochi secondi.

«Zitto tu,» disse dandosi una pacca sulla pancia, «questo non è posto per rumori fuori luogo.»

Ridacchiò tra sé e sé e bevve il caffé. Si pentì di non essersi fatto lasciare qualcos’altro da mangiare. Avrebbe potuto suonare il campanello, ma si vergognava come un ladro a chiamare il maggiordomo a quel modo.

Afferrò il bicchiere pieno di aspirina effervescente già dissolta e lo bevve in due rapidi sorsi, tappandosi il naso. Lo aveva sempre disgustato il sapore di quella roba, per questo prediligeva quelle piccole, da inghiottire senza farle sciogliere. Almeno non ne sentiva il gusto.

Il dolore era diminuito già da sé e cominciò a tastarsi, in cerca di costole rotte o altri danni. Lividi, escoriazioni, dolori articolari, muscoli traumatizzati. Apparentemente niente di rotto. Un vero miracolo.

Si alzò dal letto ed andò a guardare fuori dalla finestra dove un parco verdeggiante, contornato di siepi, si stendeva fino ad un lago. Minuscola, una figura su di una barchetta stava in mezzo ad esso, presumibilmente pescando. La canna non era visibile a causa della distanza.

«Credo proprio che per cena ci sarà pesce» commentò tra sé e sé Badlam. Quindi aprì l’armadio e cominciò a vestirsi.

 

 

 

Dato che erano sei, più le ingombranti provviste che Arnold e Dom avevano portato via dall’appartamento del primo e gli alcolici di Joe Dimm, uno di loro dovette stare sul cassone, all’aperto, assieme a tutto ciò che trasportavano. Fu Amos ad offrirsi, esprimendosi nella sua lingua dura e catarrosa e pretendendo a gesti un’arma.

Procedevano a velocità sostenuta verso la periferia, dove Arnold aveva il magazzino. Le strade erano deserte e stranamente silenziose. Ciò che il gruppo trovava inquietante non era tanto l’assenza di persone, che era ragionevole presumere fossero nascoste un po’ dappertutto, ma di zombie.

«Possibile che non ce ne sia nemmeno uno in giro?» borbottò Esteban.

L’aria, in quel punto, era relativamente limpida grazie al vento, che aveva sospinto ceneri e polveri verso il mare.

«Forse è già finita e nemmeno lo sappiamo» suggerì Dom con tono speranzoso.

«In Resident Evil due, per pulire Raccoon City dai morti viventi la Umbrella Corporation la bombarda. Non c’è altro modo per fermare l’infezione» commentò Brian.

«Questo non è un film, ma la realtà.»

«Perchè, tu pensavi che gli zombie esistessero?»

Dom tacque.

«T’ha fregato per bene» disse Arnold con un sorriso.

Joe Dimm, che guidava stravaccato all’indietro, col volante lontanissimo, si tolse un mozzicone di sigaretta dalle labbra e lo gettò fuori dal finestrino.

«Ehi!» esclamò Esteban.

«Che c’è?»

«Non si getta la roba per strada.»

«Vale anche per i cadaveri?»

Esteban non rispose.

«Guardate là!»

Brian si sporse tra i sedili davanti ed additò un sagoma sulla strada, un poco discosta rispetto alla loro traiettoria.

«Sarà una persona o uno zombie?»

«C’è un solo modo per scoprirlo.»

Joe Dimm rallentò e si accostò al marciapiede, senza però fermarsi. Passarono a quindici miglia orarie vicini alla sagoma e si avvidero che era vistosamente uno zombie: la faccia era imbrattata di sangue ed un occhio mancava dall’orbita. Se lo lasciarono rapidamente indietro, mentre quello li seguiva con lo sguardo, muovendo qualche passo verso di loro.

«Ti senti più tranquillo ora?»

«Perchè?» chiese Esteban.

«Qualche zombie per strada c’è, alla fin fine.»

«Molto spiritoso, ragazzino.»

Un urlo incomprensibile di Amos li fece sobbalzare.

«Joe Dimm pensa che la notizia non vi piacerà» disse questo guardando nello specchietto retrovisore.

Si voltarono tutti, guardando nel lunotto posteriore lo zombie che, incredibilmente, si era messo a correre, tentando di inseguirli. Ovviamente il pickup era troppo veloce ed il non morto sparì presto dalla vista, ma il fatto era piuttosto preoccupante.

«Finora li avevo visti solo muoversi lenti come… come zombie, ecco.»

«In Ventotto Giorni Dopo gli zombie corrono molto velocemente. Ed anche in World War Z.»

«E in Io Sono Leggenda» aggiunse Dom.

«Quelli sono vampiri, non zombie» lo corresse Brian.

«Anche in Wyrmwood sono veloci» disse Joe Dimm.

«Ah, anche tu lo conosci!»

«Ci puoi giurare, ragazzo!»

«Non siamo qui a sindacare su quali siano i film in cui gli zombie corrono,» ribatté Esteban irritato, «ma sul fatto che fino a poche ore fa si muovevano lentamente ed ora sarebbero in grado di acchiapparci, se ne incontrassimo uno per la strada. Non vi sembra un problema serio?»

«Anche i Stake Land corrono…» disse timidamente Dom.

«Anche quelli sono vampiri.»

«Certo che è un problema,» li interruppe Arnold, «ma il fatto è che non sappiamo nulla di quello che sta succedendo. Le ipotesi su epidemie e i paragoni coi film,» continuò scoccando un’occhiataccia a Dom e Brian, «sono del tutto inutili. Possiamo solo osservare ciò che accade in prima persona e tentare di adeguarci.»

«Scheiße!»

«Ma cosa…»

Dai palazzi attorno a loro cominciarono ad uscire gruppetti di zombie lanciati in una corsa folle, che anzichè gorgogliare come prima stridevano e urlavano con voci rauche.

«Cazzo! Joe, accelera!»

Lui non se lo fece ripetere ed il pickup schizzò in avanti, seminando i loro inseguitori. Altri zombie, però, continuavano a spuntare tra i palazzi ed il fracasso che facevano era tale da attirarne altri più avanti, che finirono presto per affiancarli.

«Accelera! Accelera!»

«Non posso, amico! Siamo a settanta miglia orarie! Se dovessimo trovare degli ostacoli…»

Nemmeno li avesse evocati, un furgone della posta di traverso ed un’auto ribaltata apparvero dietro una curva, sbarrando la strada. Joe Dimm premette con forza sul freno e i pneumatici stridettero, spandendo un forte odore di gomma bruciata per la cabina. Riuscirono a non scontrarsi con i veicoli che li ostacolavano, ma dietro di loro gli zombie si avvicinavano rapidi.

«Cazzo cazzo cazzo!» urlò Esteban.

Dom, con una mano che si artigliava il petto e la fronte imperlata di sudore, osservava i loro inseguitori avvicinarsi rapidi nello specchietto retrovisore.

Joe Dimm ingranò la retromarcia, ruotò il volante e partì sgommando, infilandosi col pickup nello spazio tra il furgone ed il muro. Il mezzo scricchiolò e stridette, mentre le fiancate strusciavano contro il cemento e la lamiera. Dal cassone risuonarono alcuni spari. Amos stava bersagliando gli zombie più vicini, colpendoli immancabilmente alla testa con una precisione invidiabile.

«Arschloch!» urlò, facendo esplodere la faccia ad uno che si era avvicinato eccessivamente.

Il pickup rimase incastrato.

«Non ci passa, non ci passa!»

«Ci passa!» ringhiò Joe Dimm, a tavoletta.

Per un istante sembrò quasi che le ruote del pickup non toccassero terra, ma il suo peso lo tirò sufficientemente giù da fare attrito sull’asfalto e, con uno schianto, riuscirono a liberarsi e a balzare in avanti.

Un coro di esultanza si levò dalla cabina, mentre sfrecciavano lungo la strada oramai libera, lasciandosi il centro alle spalle.

«Un’esperienza da brivido!» urlò Brian con voce eccitata.

«Da non rifare» ansimò Dom.

«Avete visto come sparava Amos?»

«Grande!»

«Un cecchino!»

Arnold sorrise, guardando fuori dal finestrino. Forse il suo gruppo aveva qualche possibilità.

 

 

 

Il piano era folle, eccitante e probabilmente un suicidio, ma Cindy si sentiva in dovere di provarci. Non sapeva chi fosse quella Annie che era stata ad osservarla col binocolo anzichè darsela a gambe – un po’ inquietante, la cosa – ma di certo era ben decisa a salvare Peter.

C’era un cantiere stradale, a breve distanza da lì. Stavano scarificando l’asfalto e, oltre ad un paio di auto munite di lampeggiante e all’inevitabile furgoncino pieno di coni e segnali temporanei, c’era una ruspa. L’idea era semplice: impossessarsi del mezzo e spianare tutti gli zombie che circondavano l’edificio, poi recuperare una scala e far scendere Peter dal tetto.

Nessuna di loro aveva mai guidato una ruspa, non avevano idea di dove prendere una scala e non sapevano nemmeno se fosse possibile passare sopra ad una tale massa di corpi senza conseguenze, ma l’adrenalina dell’azione era tale da porre decisamente in secondo piano quelle preoccupazioni.

La cabina era piccola, c’era posto solamente per una persona, e fu Annie a sedersi ai comandi e cominciare a smanettare. Cindy rimase in piedi sullo scalino per l’accesso al posto di guida, aggrappata ad una barra, osservando attraverso la portiera aperta quella donnetta tozza che cercava di comprendere le leve che aveva davanti.

Alla fine Annie riuscì ad accendere il mostro metallico, lo fece andare avanti, indietro, mosse scompostamente la pala e, una volta capito a grandi linee come funzionava, si immise sulla strada e si diresse rombando verso l’albergo. Sfondò senza tanti complimenti il guardrail, montò slittando sul prato e, cozzando con le fiancate contro le palme, salì rapida verso l’edificio.

Gli zombie dovevano aver sentito il fracasso, perchè si erano allontanati in gran numero dalla loro postazione e si erano diretti verso di lei, facilitandole così le cose. Urlando come un’ossessa, Annie premette maggiormente sull’acceleratore, abbassò la pala fino a sentirla raschiare sul selciato ed investì quella massa morta, scagliando corpi da tutte le parti e riducendone molti in poltiglia sotto i cingoli o a pezzi con i denti squadrati di cui era munita.

«Fottetevi, bastardi!»  urlò Annie, investendo con una salva di goccioline di salive il parabrezza. Tirò una leva – quella sbagliata – e la pala si sollevò di un metro, troncando a metà alcuni zombie. I cingoli investirono due, cinque, dieci paia di gambe e la ruspa si inclinò leggermente all’indietro, mentre montava sopra il cumulo che andava formandosi.

Cindy urlò per l’eccitazione della carneficina, un sentimento di cui, a mente fredda, più tardi si sarebbe vergognata.

La ruspa si sollevò, slittò, tentò di superare il cumulo viscido di membra e slittò di nuovo. Annie guardò Cindy con gli occhi lucidi di follia e disse, con tono calmo: «Credo che ci siamo impantanate.»

Cindy scoppiò a ridere, chissà se per lo stress della situazione o perchè lo trovava davvero divertente. La maggior parte degli zombie erano andati in pezzi, ma ce n’erano ancora alcuni che, lentamente, si stavano avvicinando loro, montando malamente sulle pile di cadaveri nel tentativo di raggiungerle.

«Questa non ci voleva.»

«Hai provato con la retromarcia?»

Annie obbedì ed arretrò. La ruspa obbedì, ma dopo un metro slittò ancora. Allora rimise la prima e avanzò, arretrò e avanzò finché, con uno scivolone, la ruspa non schizzò all’indietro per qualche metro, liberandosi dal groviglio in cui si era impantanata.

«Dove possiamo trovare una scala?»

«Al capanno di Tebi!»

«Chi?»

«Il giardiniere! È appena dietro l’angolo. Sicuramente ci sarà una scala, tra gli attrezzi.»

«Bene!»

Procedetterò lentamente attorno all’albergo, trovando subito il capanno degli attrezzi. Era chiuso a chiave, ma con la ruspa fu facile abbattere la porta, anche se a Cindy, intimamente, dispiacque per Esteban. Sapeva quanto ci tenesse alla sua roba. Certo, in quel momento le priorità erano alte, ma le dispiacque comunque.

Recuperarono la scala e fecero scendere Peter dal tetto, che aveva seguito tutta la vicenda con gli occhi fuori dalle orbite. Oramai si era rassegnato alla morte per inedia, anzi, ancor prima per disidratazione, e quel salvataggio hollywoodiano lo aveva colto di sorpresa.

«Ma che diavolo… Cindy?» disse posando i piedi per terra, ancora tremamente d’eccitazione.

«Peter! Stai bene?»

«Ora sì.»

La abbracciò e lei si irrigidì per un momento, imbarazzata.

«Il merito non è stato mio, comunque. L’idea l’ha avuta Annie.»

«Chi?»

La donnetta si fece avanti, tendendogli la mano.

«Annie Wilkes. Sono la sua fan numero uno.»

 

Pietro Soman


EPISODI PRECEDENTI

capitolo 10 – prima parte

capitolo 09 – seconda parte

capitolo 09 – prima parte

capitolo 08 – seconda parte

capitolo 08 – prima parte

capitolo 07 – seconda parte

capitolo 07 – parte prima

capitolo 06 – parte seconda

capitolo 06 – parte prima

capitolo 05

capitolo 04

capitolo 03

capitolo 02

capitolo 01


 

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