L’isola – capitolo 10 – prima parte

di Pietro Soman


 

Non c’era anima viva – né morta – al porto. Anche le vie che avevano percorso per raggiungerlo dal golf club erano stranamente deserte, come se gli zombie si fossero raccolti da qualche parte per ragioni misteriose, forse attratti da qualcosa che i vivi non erano in grado di avvertire.

Bill Smoke procedette tra le carcasse d’auto bruciate a bassa velocità, la testa sporta fuori dal finestrino e la mano destra sul volante. C’erano ancora molti roghi, anche se oramai morenti, ed una spessa cappa di cenere e polveri vorticava pigramente nell’aria, scendendo fino a sfiorare terra per poi schizzare rapide in aria, sospinte da qualche vento invisibile. Il parabrezza era quasi nero di quella sporcizia volante e l’acqua del tergicristalli si era esaurita da tempo, costringendolo a guidare a quel modo per avere un minimo di visibilità.

«Non ne vedo nemmeno uno. Dove saranno finiti?» disse Stanton ad alta voce, anche se dal tono era evidente che stesse ponendo la domanda a se stesso.

«Non lo so,» rispose Smoke, «ma molto meglio se continuano a tenersi fuori dai coglioni. Oramai ci siamo quasi.»

Accostò la banchina con l’auto e cominciò a passare in rassegna gli edifici che sorpassavano: magazzini, uffici, la dogana, box auto… proprio questi ultimi suscitavano il suo interesse. Ne superò tre prima di adocchiarne uno dall’aria sufficientemente vecchia, evidentemente abbandonato a se stesso da tempo. Lasciò l’auto col motore acceso, scese e si chinò ad esaminare il lucchetto che ne teneva la saracinesca bloccata.

Sorrise, prendendolo tra le dita e scuotendolo un po’. Era vecchio, rugginoso e la “u” che lo chiudeva era più sottile del suo dito mignolo. Aprì il portabagagli dell’auto, ne estrasse il cric, lo saggiò con la mano, valutandone il peso, e si dette un’ultima occhiata attorno. Nessuno. Bene.

Affondò il cric con forza sul lucchetto una, due, cinque volte, deformandolo sempre più, fino a che non si spezzò con relativa facilità. Tirò su la saracinesca ed ammirò una collezione di pneumatici, attrezzi, parti di carrozzeria e pile di riviste, il tutto coperto da polvere e ragnatele.

«Perfetto.»

Montò nuovamente in auto, dopo aver chiuso il portabagagli, fece retromarcia ed entrò nel box. Spense il motore e fissò Stanton, evidentemente perplesso.

«Ora andrò a recuperare i documenti di cui le ho parlato. Non ci vorrà molto, se la fortuna mi assiste. È sufficiente che quei bastardi non mi facciano un’improvvisata. Lei mi aspetti qui. Chiuderò la saracinesca. Resti in auto. Sarà al sicuro.»

L’uomo deglutì, fece per muovere una protesta e poi rinunciò, scuotendo debolmente la testa.

«D’accordo.»

«Bene. Torno tra poco.»

Smoke uscì dal box e abbassò la saracinesca, quindi si diresse verso l’edificio dove aveva perso la valigetta, col suo prezioso contenuto. Si trattava di un palazzo abbandonato, a poche centinaia di metri dal condominio cui aveva dato la scalata fino al tetto. Cartelli ben evidenti lo indicavano come pericolante e ne vietavano l’accesso ed un avviso segnalava la sua prossima demolizione, in una data oramai prossima che, probabilmente, avrebbe dovuto essere rimandata.

Attraversò la porta spalancata e si trovò nell’atrio silenzioso. Lì, solo un giorno prima, almeno cento di quegli affari l’avevano braccato, rischiando di farlo fuori. Nascondersi lì, dopo che la polizia aveva cominciato a fare domande sulla questione degli omicidi al porto, era sembrata una buona idea. Era da allora – tre fottutissimi giorni – che non dormiva. Era esausto e solo le pillole che prendeva con regolarità gli permettevano di rimanere sveglio e lucido, ma si sentiva fiacco, sporco, gli prudeva la pelle per la tensione, aveva la lingua gonfia e gli occhi gli bruciavano terribilmente. Aveva bisogno di un bel sonno, dodici ore filate, almeno.

Salì due piani, percorse un breve corridoio e trovò l’appartamento sfitto in cui si era nascosto brevemente, prima che l’infezione dilagasse in maniera preoccupante. Se fosse rimasto chiuso lì dentro, forse non sarebbe successo nulla. Ma era sceso per andare a comprare qualcosa da mangiare. E l’atrio era pieno di non morti.

Aprì la porta e vide che nulla era stato spostato. Nessuno era entrato lì, in quei due giorni.

Smoke si passò il dorso della mano sugli occhi, mentre il mal di testa cresceva, lento ma inesorabile, spandendosi dalla tempia destra per tutto il resto del cervello. Sollevò il cuscino di un divano polveroso e recuperò la valigetta. La aprì e ne controllò brevemente il contenuto. C’era tutto. Le cose cominciavano a tornare nei binari.

Scese rapido le scale del palazzo, tornò in strada e, oramai troppo sicuro per guardarsi ancora attorno, raggiunse rapido il box auto e tirò su con foga la saracinesca. Stanton lo fissò con occhi dilatati dalla paura mentre rimontava al suo fianco e metteva in moto il mezzo. In quel momento Smoke non se ne rendeva conto, ma aveva un ghigno sul volto simile ad una paralisi, probabilmente effetto delle lunghe ore senza sonno.

«Tutto bene?» chiese timidamente lo scienziato.

«Magnificamente. Andiamo.»

Raggiunsero il molo otto, dove le imbarcazioni più piccole era ormeggiate, a caro prezzo, da quei privati che erano riusciti a permettersi una barca dignitosa o poco meno. C’erano anche diversi motoscafi, ma non potevano essere presi in considerazione per il loro scopo: troppo rumore, troppo facilmente identificabili.

Smoke spense l’auto e ne scese, imitato da Stanton.

«Scegliamo una barca. La più piccola possibile, facile da manovrare. Lei ne è capace?»

L’uomo scosse la testa.

«No, mi spiace.»

«In qualche modo faremo.»

Un clangore metallico li fece sobbalzare e Smoke estrasse rapido la pistola mentre roteava su se stesso, la valigetta stretta convulsamente nell’altra mano. Un bidone dell’immondizia rotolò lentamente, ad alcune decine di metri da loro, dal supporto su cui si trovava fino allo scalino del marciapiede.

«Merda, che spavento…»

Stanton tentò una specie di risata, che uscì come un raglio impaurito.

«Per un attimo ho pensato…»

Una sagoma apparve tra i due palazzi di fronte a loro, a fianco di dov’era caduto il bidone. Era eretta e camminava in maniera abbastanza normale, ma la spessa cappa di polvere che fino a quel momento li aveva perseguitati rendeva impossibile distinguerne le fattezze esatte.

«Chi va là?» urlò Smoke, sempre con la pistola puntata.

La sagoma si arrestò di colpo e voltò rapidamente la testa verso di loro con un orribile gorgoglio.

«É uno di quei cosi!»

Smoke grugnì e accennò alla barca di lato a loro con la testa.

«Basta perdere tempo. Prendiamo questa e facciamola finita. Salga a bordo.»

«Ma quello zombie…»

«Salga a bordo! È troppo lontano, tempo che ci raggiunga saremo già in mare aperto.»

La sagoma gorgogliò nuovamente, un verso viscido, acquoso e stranamente acuto, come un urlo liquido, ed in quel momento una folata di vento sollevò un nugolo di cenere, nascondendola alla vista.

Stanton guardò la barca beccheggiante, evidentemente impaurito dal fatto che non fosse un oggetto immobile, e allungò goffamente una gamba per salirvi, tenendosi stretto al cavo d’ormeggio.

Smoke lanciò un’ultima occhiata in direzione della sagoma, oramai invisibile, e si voltò verso l’imbarcazione.

«Forza, dottore, non abbiamo tutto il giorno.»

«Sì, sì, é che io…»

Una serie di passi rapidi sul pontile lo interruppero e Smoke fece appena in tempo a voltarsi che uno zombie gli cozzò contro. Lui sollevò istintivamente la valigetta davanti a sé, per proteggersi, ed il volto sanguinolento del morto vivente vi sbatté contro, facendogliela volare via di mano. Smoke ebbe appena il tempo di sentire il tonfo sordo dell’acqua che inghiottiva la formula prima che i denti del suo aggressore gli affondassero nella manica della giacca di pelle. Per sua fortuna era troppo spessa ed elastica per venire lacerata con tale facilità e, tornato padrone di sé, spinse con forza lo zombie, che arretrò di un paio di passi, scuotendo la testa. Sollevò la pistola, mirando tra gli occhi, ma il suo bersaglio scattò in avanti ad una velocità insospettabile e lui si trovò costretto a scartare.

Lo zombie lo oltrepassò e l’impeto lo portò a cadere sulla barca, dove Stanton si ritrasse con un urlo.

«Dottore!»

L’uomo vacillò, tentando di mantenere l’equilibrio, e gli tese una mano, implorando aiuto con lo sguardo. Ma inutilmente.

Lo zombie lo afferrò per una gamba e lo fece cadere di pancia, mandandolo a picchiare coi denti contro la falchetta.

Smoke puntò e sparò, ma il proiettile si conficcò nella schiena dello zombie senza nemmeno attirare la sua attenzione, mentre lacerava il collo di Stanton, che urlò e si divincolò, mentre il sangue spruzzava a fiotti dalla sua giugulare lacerata.

«Merda!»

Smoke diede le spalle alla barca e fuggì, più veloce che poteva.

 

 

 

Il bastardo lo tallonava da vicino. Owen scavalcò un bidone della spazzatura con agilità, poggiandovi le mani sopra e dandosi la spinta, balzò sopra ad un altro e si voltò per un istante a guardare il suo ineguitore, che cozzava duramente contro muri ed ostacoli come la pallina impazzita di un flipper.

Per un attimo parve disorientato dal fatto che la sua preda si trovasse più in alto di lui, ma si riprese in fretta. Piantò saldamente le mani sopra il coperchio e si issò goffamente, senza mai staccargli gli occhi di dosso, finchè non fu al suo stesso livello. Quindi mosse due rapidi passi verso di lui e cadde dal bidone, ma si rialzò immediatamente e gli venne incontro.

«Stai imparando, eh, bastardo?»

Owen si appigliò ad una grondaia e cominciò ad arrampicarvisi, veloce, mentre i sostegni scricchiolavano e cigolavano pericolosamente. Guadagnò in pochi istanti il davanzale di un appartamento e si appigliò alla ringhiera, scavalcandolo agilmente. Si sporse quindi verso il basso ed i rasta penzolarono attorno al suo viso come liane, attirati dalla gravità.

Lo zombie, sotto di lui, guardava verso l’alto con uno sguardo omicida e tendeva le mani sopra di sé, ringhiando, senza tuttavia essere in grado di raggiungerlo.

«Ah, questo non lo sai fare!»

Si voltò, buttandosi i capelli dietro le spalle, e saggiò la portafinestra che dava sull’appartamento. Chiusa. Cornice di alluminio, doppi vetri. Troppo laboriosa, la faccenda… meglio una strada alternativa.

Guardò sopra di sè e contò altri tre terrazzi. Quei vecchi palazzi in centro erano alti massimo quattro, cinque piani, ed erano così vicini gli uni agli altri da rendere i terrazzi praticamente comunicanti da un edificio all’altro, con giusto un piccolo balzo per passare a quello di fronte.

Posò il piede destro, calzato in una scarpa da ginnastica comoda ma ben assicurata, sulla ringhiera sverniciata e si spinse in avanti, saltando sul terrazzo di fronte. Questa volta la portafinestra era socchiusa, probabilmente per far girare un po’ l’aria – e far entrare quella umida e stantia del vicolo? – e poté entrare nell’appartamento.

Si guardò intorno, nel disordine quotidiano di una qualche famiglia. Vide un pallone da calcio in un angolo, le televisione davanti al divano, con un bicchiere sul bracciolo, un giornale buttato su di un tavolo, una pinza per capelli su di una mensola. C’era odore di bruciato.

Owen passò oltre al bicchiere, notando un dito di liquore dove diversi moscerini erano annegati, si guardò attorno attraversando un piccolo ingresso che collegava il salotto alla stanza a fianco ed entrò nella cucina. La corrente elettrica mancava dalla notte precedente, ma il gas arrivava ancora ed un fornello, con sopra un pentolino, era acceso a tutto spiano. Qualunque cosa stessero cuocendo gli inquilini prima di darsi alla fuga, era bruciato ed evaporato in gran parte, lasciando sui bordi metallici una patina nera e maleodorante, da cui si levava un sottile filo di fumo.

Owen spense il fornello e aprì il frigo, ovviamente spento. Era quasi vuoto, una maledetta sfiga. Un’insalata avvizzita, metà carota, un barattolo di senape, un piatto con degli avanzi di pollo freddi coperti col cellophane. Prese quest’ultimo, tolse la pellicola di plastica e mangiò quei pochi bocconi freddi, trovandoli asciutti e vagamente rancidi. Aprì i pensili e prese un pacchetto di barrette energetiche, un pacco di biscotti al cioccolato ed una scatola di cornflakes più, meraviglia delle meraviglie, una bottiglia da due litri di aranciata. Infilò tutto nello zainetto che portava in spalla ed uscì dalla cucina, in cerca del bagno. Già che c’era, poteva fare un bisognino in un gabinetto, anzichè per la strada.

Aprì la porta ed una zaffata putrescente lo schiaffeggiò in faccia, facendolo arretrare. Uno zombie, piuttosto sovrappeso e dai capelli bianchi, alzò gli occhi velati da cataratte verso di lui. Aveva i pantaloni calati e Owen non poté fare a meno di fissare per un momento il cazzo ciondoloni, ipnotizzato dalla putridità della scena.

«Scusi tanto!» esclamò sbattendo la porta in faccia allo zombie e dandosela a gambe.

Attraversò rapido l’ingresso e la cucina, mentre la porta del bagno si spalancava rumorosamente dietro di lui. Raggiunse il terrazzo e si lanciò nuovamente su quello da cui era giunto, atterrando male e quasi storcendosi una caviglia nella foga. Si voltò e vide il vecchio ciccione avanzare, impacciato dai pantaloni calati, issarsi con difficoltà e precipitare oltre la ringhiera addosso allo zombie sottostante, con un accompagnamento di clangore di bidoni e ringhi famelici.

«Ciao ragazzi, divertitevi. Tu stai attento, che il vecchio si è già portato avanti!»

Fece un saluto con la mano e si aggrappò nuovamente alla grondaia, issandosi rapido oltre il secondo ed il terzo piano, raggiunse il quarto e si tese verso sinistra, un braccio allungato per appigliarsi alla ringhiera dell’ultimo terrazzo. Per la grondaia fu troppo.

Con un stridio la sezione di tubo cui si stava tenendo si accartocciò come una lattina e il perno che lo assicurava al muro si staccò di colpo. Owen si sentì cadere all’indietro ed urlò, mentre la torsione ed il peso della caduta divellevano anche il resto della grondaia.

Voltò la testa, avvicinandosi rapidamente all’edificio alle sue spalle, e lasciò fare all’istinto e a centinaia di ore di allenamento. Quando fu sulla parabola della finestra del terzo piano si lasciò andare e attraversò di schiena il vetro, mandandolo in frantumi.

«Cazzooooooo» urlò, rotolando e scontrandosi contro una libreria.

Si sollevò subito in piedi, sentendosi indolenzito ma tutto intero, e si spazzò via con le mani la miriade di frammenti di vetro dai vestiti. Sentì un gorgolio.

Alzò la testa, sorpreso, e vide uno zombie – una zombie, hanno un sesso? – in minigonna e truccata pesantemente sia di fard che di sangue che lo fissava dall’altro lato dalla stanza.

«Eh no…»

La zombie spiccò la corsa.

«Cazzo, no!»

Owen girò su se stesso ed attraversò le stanze sconosciute della casa, sbagliando direzione e imboccando un vicolo cieco anziché la porta dell’appartamento. Si trovò in una camera da letto. Balzò sul letto matrimoniale, passò dall’altro lato e, sentendosi il fiato della zombie sul collo, si buttò attraverso la finestra aperta, le braccia incrociate davanti alla testa china per ripararsi dagli urti. Precipitò di un piano, rimbalzò su tre fili della biancheria e li strappò tutti e tre al secondo impatto, quindi cadde fino al primo piano, sul tetto di un grosso autoarticolato parcheggiato lì sotto.

La botta gli tolse il fiato, ma riuscì a cadere bene e non si fece molto male, evitando di rompersi qualche osso. Si girò sulla schiena appena in tempo per vedere la zombie che precipitava a sua volta verso di lui. Rotolò rapidamente da un lato e l’impatto al suo fianco lo fece sobbalzare.

«Merda…»

Si alzò in piedi e vide diversi zombie che si dirigevano verso di lui, proveniente dai vicoli.

«Merda!»

Saltò sul terrazzo del primo piano, tese i muscoli delle gambe e saltò verso l’alto con tutta la forza di cui era capace, appigliandosi con la punta delle dita a quello sopra di lui. Per un attimo si sentì scivolare, ma poi l’allenamento ebbe il sopravvento e riuscì a tirarsi su, sbuffando e bestemmiando, colpendo col tallone la zombie in pieno volto.

«Vaffanculo, troia!»

Ripeté l’operazione col terrazzo soprastante e per poco non cadde, ma anche stavolta riuscì a mettersi in salvo. Ancora un piano, quindi il tetto. La portafinestra era chiusa, ma la finestra appena oltre il bordo del terrazzo no. La raggiunse con facilità e si issò all’interno di un bagno, ne uscì con cautela e raggiunse, rapido e silenzioso, la porta dell’appartamento. La socchiuse e sbirciò attraverso lo spiraglio. Nessuno.

Salì a tre a tre i gradini e scoprì che dalle scale non si poteva raggiungere il tetto. La porta dell’appartamento del quarto piano era chiusa e fu costretto ad arrampicarsi fino al lucernario socchiuso, usando la balaustra delle scale per raggiungerlo. Riuscì ad issarvisi attraverso, faticando non poco, e finalmente si trovò sul tetto, ansimante e sudato.

Si sedette a terra, spompato, e si asciugò la fronte con la manica della felpa. Aveva un caldo d’inferno. Se la tolse, la appallottolò e le infilò nello zaino, estraendone l’aranciata e bevendone due lunghe sorsate.

«Meglio. Ora, per quel bisognino…»

Si alzò in piedi e si avvicinò al bordo del tetto. Sotto, numerosi zombie sciamavano, grugnendo e vociando, emettendo versi gutturali che ricordavano le scimmie.

Owen si abbassò i calzoni.

«Avete l’ombrello, ragazzi?»

 

 

Pietro Soman


EPISODI PRECEDENTI

capitolo 09 – seconda parte

capitolo 09 – prima parte

capitolo 08 – seconda parte

capitolo 08 – prima parte

capitolo 07 – seconda parte

capitolo 07 – parte prima

capitolo 06 – parte seconda

capitolo 06 – parte prima

capitolo 05

capitolo 04

capitolo 03

capitolo 02

capitolo 01


 

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