L’isola – capitolo 09 – seconda parte

di Pietro Soman


Uno scalino, due scalini, tre scalini… Dom lasciò praticamente cadere la scatola a terra, facendo tintinnare quel che conteneva. Ansimava pesantemente ed era coperto di sudore, che gli appiccava addosso i vestiti e lo faceva sentire a disagio. Ancora due rampe di scale per arrivare al pianterreno. E quel dannato ascensore aveva scelto proprio quel giorno per smettere di funzionare. Non sospettava minimamente che a bloccarlo fosse stato il suo compagno, che voleva fargli fare un po’ di movimento fisico.

Sentì i passi pesanti di Arnold sulla rampa superiore e si affrettò a raccogliere lo scatolone, per non farsi cogliere in flagrante nell’atto di riposarsi. Già la differenza fisica tra loro due era abbastanza imbarazzante da sola, doveva perlomeno dimostrare di avere un po’ di nerbo all’amico. Anche perchè, ad essere realisti, era l’unica persona su cui potesse puntare qualcosa per sopravvivere. Forse era maniacale, ossessionato, ma queste sue caratteristiche l’avevano messo in condizione di essere pronto alla situazione che ora si trovavano ad affrontare mentre lui, grasso, pigro e sfatto, sarebbe stato acciuffato da qualsiasi zombie in breve tempo.

Un triste epilogo per il guardiano del porto.

Posò il piede sul primo gradino ed Arnold apparve alle sue spalle, con tre casse tra le braccia muscolose. La testa a lattina spuntò da dietro una di esse e gli sorrise.

«Vai così, Dom.»

«Certo, certo…»

Si scostò, lasciandolo passare, e riprese la faticosa discesa verso l’ingresso del condominio.

Avevano accumulato un po’ di casse di provviste davanti al portoncino, dopo averlo opportunamente sprangato dall’interno, ed una volta fatto ciò sarebbe giunto il momento di cercare un mezzo di trasporto adeguato. Un furgone, un fuoristrada, una familiare coi sedili posteriori ribaltabili… una qualunque di queste scelte sarebbe andata bene.

«Dom!» urlò in quel momento Arnold e Dom si affrettò a scendere le ultime tre rampe di scale. Una volta raggiunto l’amico, quasi lasciò cascare a terra la scatola per la sorpresa. Fuori, nella nebbia, una sagoma scura li osservava attraverso il vetro della porta d’ingresso. Aveva testa e braccia sproporzionate rispetto al corpo, alto ed esile, e stringeva qualcosa di lungo e appuntito simile ad un coltellaccio in una mano.

«Cos’è?» annaspò, facendo involontariamente un passo all’indietro.

«Ah, non lo so. Tra la penombra e la nebbia…»

La figura sollevò la mano in cui non stringeva il coltellaccio e abbozzò un timido saluto.

«Ma è un essere umano!» sbottò Arnold cominciando a sbloccare la porta.

Dom posò la scatola a terra e gli mise una mano sul braccio.

«Fermo, cosa fai?»

«Gli apro, naturalmente.»

«Ma non pensi ai rischi? E se non fosse… umano?»

Arnold storse la bocca in un’espressione contrariata.

«Non si muove come uno zombie…»

«Dimentica quegli stupidi film che hai visto! Questa è la realtà, lo capisci? I morti viventi potrebbero essere molto diversi da come ce li immaginiamo. Pensa… pensa a “Io Sono Leggenda”, non quello stupido film, il libro!»

Arnold aggrottò le sopracciglia.

«Non l’ho letto.»

«Conosci Dracula?»

«Sì.»

«Bene. Stoker descrive i vampiri in un modo che poi si è trasmesso ai romanzi più moderni, all’incirca. Ma nel libro di Matheson…»

«E chi è?» lo interruppe lui.

«L’autore di “Io Sono Leggenda”.»

«Il protagonista è nero?»

«No.»

«Però è uno scienziato.»

«Nemmeno.»

«Ci sarà almeno il cane!»

«Non proprio… oh, ma cosa c’entra! Il succo é: nel libro i vampiri sembrano esseri umani. Non hanno un aspetto tale da renderli inconfondibili. E se gli zombie reali fossero così? Come… noi?»

Arnold contrasse la mascella e osservò la figura fuoristante, ancora immobile nel gesto di saluto – anche se un po’ più fiacco – con sguardo bellicoso.

«É soltanto uno» disse con tono definitivo.

«Ma non sappiamo come…»

«Posso facilmente sbarazzarmene, se fosse un problema. È solo uno.»

Detto questo, aprì la porta.

La figura esitò, poi scivolò – letteralmente, senza muovere un passo – all’interno e sorrise loro da sotto un ampio casco da bicicletta.

«Salve» disse Brian, col volto brufoloso, le braccia avvolte da riviste, il coltello da cucina in mano e i pattini ai piedi.

«Che il cielo mi perdoni…» mormorò Dom.

Arnold gli lanciò un’occhiataccia, quindi fece cenno al ragazzo di entrare e gli chiuse la porta alle spalle.

«Io sono Brian» disse tendendo la mano a Dom, che la strinse mollemente, imbarazzato dalla propria vigliaccheria. Era stato sul punto di convincere il suo amico a lasciare un ragazzino chiuso fuori, con quel che stava accadendo. La vergogna lo morse ferocemente.

«Dom…» rispose, «e lui è Arnold. Cosa ci facevi fuori, Brian?»

Il ragazzo fece spallucce.

«Cercavo gente. Come voi. Per sopravvivere.»

«I tuoi genitori?»

«Mia madre lavorava all’ospedale» rispose il ragazzo con voce neutrale. Non aveva citato il padre e Dom decise che sarebbe stato meglio continuare così.

«Bé, sei fortunato, ragazzo!» esclamò Arnold dandogli una sonora pacca sulla schiena e facendogli quasi perdere l’equilibrio, «Si dà il caso che noi siamo proprio gente.»

Rise della propria battuta. Quindi pizzicò tra due dita spesse come wurstel un braccio del ragazzo e lo esaminò con sguardo affascinato.

«Molto ingegnoso. Di certo nessuno zombie avrebbe potuto morderti le estremità, così.»

Brian si gonfiò d’orgoglio.

«Esatto! Proprio come Brad Pitt in World War Z!»

«Ah, è vero! Anche se lì gli zombie corrono e saltano come cavallette impazzite! Io ancora non li ho visti, e tu?»

Il ragazzo scosse la testa.

«Io li ho visti… almeno appena trasformati. Sono piuttosto lenti e non poi molto forti» disse Dom.

«Quindi come quelli di The Walking Dead.»

«Così parrebbe.»

«Dobbiamo solo pregare che non siano come quelli della Terra dei Morti Viventi di Romero e venga loro in mente di organizzarsi.»

 
 

Alla fine Cindy e Peter avevano preso la loro decisione. Era folle, suicida, decisamente troppo hollywoodiana per delle persone comuni come loro, ma dopo un giorno e una notte sul tetto dell’albergo non avevano altra scelta se non tentare.

A fianco dell’edificio, a circa sei metri di distanza, c’era una torretta di legno costruita recentemente, il cui scopo, una volta terminata – l’amministrazione l’aveva lasciata in sospeso a causa di alcune ristrutturazioni urgenti – sarebbe stato di divenire punto di osservazione dei boschi circostanti. Armati di binocoli e guidati da un esperto, gli amanti degli animali avrebbero potuto osservare alcuni esempi di fauna selvatica senza allontanarsi dalle comodità del St. Kitts Marriott.

Cindy aveva sempre reputato l’idea una stronzata pazzesca, ma ora quell’esile, semplice piattaforma di legno sostenuta da quattro alte gambe poteva rappresentare la loro unica via di salvezza.

Saltare sei metri di vuoto era, naturalmente, improponibile. La loro unica possibilità era di usare le assi marce abbandonate sul tetto per costruire una passerella. Erano molto lunghe, effettivamente a sufficienza per servire lo scopo, ma erano scure di umidità e spostandole per poggiarle tra il cornicione e la piattaforma di legno se ne staccavano scaglie mollicce.

Tre delle assi erano troppo corte ed una era spezzata, quindi poterono utilizzarne solo altre tre per creare la passerella. Una volta accostate, non davano affatto l’impressione di poterli reggere. Il semplice fatto di essere così lunghe ed avere due soli punti di appoggio così distanti tra loro le faceva incurvare in maniera preoccupante al centro.

«Ok, ci siamo,» disse Peter sfregandosi le mani, bianco in volto per la paura, «ora è il momento di attraversare.»

«Dobbiamo cercare di scaricare il peso in maniera uniforme su tutte e tre» osservò cautamente Cindy.

Peter annuì.

«Giusto, giusto. Procedere a carponi, con le mani posate sulle due laterali e le gambe su quella centrale. Meglio di così non saprei come fare.»

Cindy annuì a sua volta, ma questo non dissipò la sua paura.

«Sono solo sei metri.»

«Sì, solo sei metri.»

Visti dalla loro prospettiva, però, sembravano molti di più.

Ci furono alcuni attimi di silenzio.

«Chi va per primo?» chiese infine Peter.

Cindy lo guardò con sorpresa. Aveva dato per scontato che lui sarebbe andato per primo, dato che era più piccolo di lei.

«Il più leggero di noi, naturalmente… tu.»

Lui scosse la testa con un mezzo sorriso.

«Ti fai ingannare dalla camicia larga. Sono molto più pesante di quanto tu possa pensare. Ottantotto chili, per l’esattezza.»

«Oh» fece lei, stupita. Essendo alta quasi venti centimetri più dell’uomo, aveva dato per scontato di essere la più pesante tra i due. In realtà, lei ne pesava solamente settantaquattro, molto di meno.

«Allora immagino tocchi a me» disse a malincuore.

Lui sembrò imbarazzato.

«Se vuoi, posso tentare per primo io. Se regge me, di certo sarà lo stesso per te.»

«Sì, ma così nessuno dei due avrebbe alcuna possibilità, se non reggesse te. Invece, scusami, se reggesse me e non te, almeno io mi sarei salvata il collo.»

Lui fece un sorriso tirato.

«Mi pare giusto.»

Fece un gesto di comica cortesia, invitandola a procedere per prima.

«Quindi… le signore, prego.»

Lei salì sul parapetto e guardò verso il basso. L’altezza le parve spaventosa ma, ancora peggiore, la vista del mare di zombie mormoranti che si muovevano con placida lentezza, come acqua melmosa, le fece provare la sensazione di un fossato pieno di coccodrilli. Si fece forza e si obbligò a guardare in avanti, quindi posò il primo piede su una delle assi.

Niente. Un altro passo. Ancora niente. Si inginocchiò, sentendosi meno stabile che mai, cercò di distribuire il peso il meglio possibile sulla passerella improvvisata e cominciò a gattonare verso la torretta, molto lentamente.

Verso la metà, dove le assi erano maggiormente incurvate, udì i primi gemiti del legno già provato e l’umidità sotto le mani le parve maggiore. Quello era il punto critico.

Sollevò una mano ed il suo peso si scaricò maggiormente sulle ginocchia, cavando un lamento dalle assi. Decise di strisciare, avanzando un centimetro dopo l’altro verso la salvezza sempre più vicina. Le facevano male tutti i muscoli per la tensione e aveva le mani piene di schegge, ma si impose di ignorare quelle sensazioni. Precipitare sarebbe stato decisamente peggio.

«Forza Cindy! Ci sei!»

Lei sollevò la testa, dato che fino a quel momento aveva guardato intensamente il legno che percorreva, e scoprì di essere a poche spanne dalla torretta. Gli zombie sotto di lei sentirono l’incoraggiamento di Peter e, dopo qualche momento di confusione in cui si guardarono intorno, sollevarono lo sguardo e videro la preda sopra di loro. Subito si agitarono, tendendo le mani verso l’alto e mugugnando, nel vano tentativo di raggiungerla.

Forse per l’ansia causata dai morti viventi, forse per il fatto di essere così vicina al traguardo, Cindy fece un errore: si sollevò di scatto e allungò la mani per afferrarsi alla piattaforma della torretta e, così facendo, impresse prima peso e forza sulle assi e poi le abbandonò di colpo, causando un colpo di frusta. Una delle tre non resse lo stress e si spaccò, precipitando verso il basso.

«No!»

Si voltò a guardare verso il basso, consapevole di aver condannato a morte Peter.

Lui, ancora sul tetto, guardò con rassegnazione il salto sotto di lui. Alzò il volto verso Cindy e lei gli mandò una scusa silenziosa. Lui scosse la testa.

«Ad una cosa non avevamo pensato,» le disse tentando di sovrastare il caos crescente causato dagli zombie, «che anche la base della torretta è infestata. Qualcuno sarebbe comunque dovuto rimanere ad attirarli.»

Detto ciò, si affacciò dal parapetto e cominciò ad urlare.

«Ehi, zombie di merda! Qua! Forza!»

Sparì per un momento e riapparve con il vecchio scarpone abbandonato sul tetto. Prese la mira e lo scagliò in mezzo al mucchio, riprendendo ad urlare.

«Venite a prendermi, bastardi!»

Con lentezza, i morti viventi si voltarono verso di lui e cominciarono ad accalcarsi contro la parete dell’albergo, svuotando la zona ai piedi della torretta.

Cindy gli fece un ultimo saluto, consapevole di averlo probabilmente condannato a morte, e scese rapida la scaletta fino a terra. Alcuni zombie la videro, ma erano talmente lenti che lei, correndo con ampie falcate, sparì alla loro vista in pochi istanti.

Giunse immediatamente nel parcheggio e trovò la sua auto, ma quando frugò in tasca per cercare le chiavi non le trovò. Solo in quel momento si rese conto di essere ancora in divisa. I suoi pantaloni e la sua borsetta erano ancora nello spogliatoio dell’albergo.

«Merda, merda, merda, merda!»

Non poteva tornare indietro e non aveva idea di come far partire un’auto senza chiavi come nei film. Avrebbe dovuto camminare fino all’UpDown, con le strade probabilmente infestate da zombie.

Mentre era assorta in questi pensieri, sentì un rumore.

«Ehi, psst!»

Si voltò, spaventata, e vide una donnetta, tozza e robusta, vestita da infermiera, che le faceva cenno da dietro un pickup. La raggiunse rapida.

«Sonno Annie» si presentò lei stringendole la mano.

«Cindy.»

«Peter è rimasto bloccato sul tetto, eh?»

Lei fece per chiederle come lo sapesse, ma poi notò il binocolo che teneva stretto in una mano.

«Lo conosci?» le chiese allora.

«Oh, sì. Ed ora, insieme a te, lo aiuteremo a salvare la pelle.»

 
 

Esteban si batté un pugno sulla coscia, scoraggiato. Era la terza strada che tentavano ed anche quella era ostruita dai non morti. Il pickup di Joe Dimm non era certo una ruspa e non sarebbe riuscito a fendere una simile massa di corpi. Al massimo, sarebbe stato un modo originale di suicidarsi. Più di una volta avevano rischiato di rimanere bloccati tra più fronti di morti viventi, che per loro fortuna si muovevano molto lentamente ed avevano lasciato tempo a sufficienza per battere in ritirata.

Amos disse qualcosa, che naturalmente nessuno comprese.

«Secondo Joe Dimm, ha detto che arrivare all’albergo è impossibile.»

Esteban digrignò i denti e non replicò.

«Bisogna tornare a casa. La situazione qua è pericolosa.»

Amos ripeté quello che aveva detto, si sporse dai sedili posteriori e indicò qualcosa in cielo. Loro seguirono la direzione tracciata dal dito e videro un razzo di segnalazione che andava spegnendosi sopra i palazzi.

«Qualcuno ha bisogno di aiuto!»

«Anche noi abbiamo bisogno di aiuto» replicò acido Esteban.

Il pensiero di Cindy sbranata, Cindy morta, Cindy che camminava con occhi vacui e la bocca penzoloni, lo faceva impazzire. E ancora di più, anche se si rendeva conto di quanto fosse scarsamente importante rispetto a ciò che stava accadendo, il fatto che avesse accettato di uscire con lui e poi fosse andato tutto a puttane.

«Comunque, di là non si va. Joe Dimm ha guidato da quella parte prima: tutto bloccato.»

«Ognuno per sé» commentò Esteban.

Ristettero alcuni minuti in silenzio, mentre il pickup procedeva lentamente tra i palazzi, aggirando gruppetti solitari di zombie, che li guardavano famelicamente e tendevano le mani verso di loro.

«Immagino che, ora come ora, dovremmo preoccuparci di salvare la pellaccia, eh?»

«Giusto! Tutti a casa, quindi!»

«Ma è un posto sicuro?»

«Come no! C’è tutto quello che potrebbe servire: carne in scatola, birra, whiskey, sigarette e gin.»

«Magnifico» commentò con voce assente Esteban, guardando fuori dal finestrino i palazzi che scorrevano ai loro fianchi con lentezza.

«Buca!»

«Cos…»

Esteban batté i denti e quasi si morse la lingua ad un violento sobbalzo.

«Joe Dimm ti aveva avvertito, amico!»

«Io… fermo, cazzoooooooo…»

Il pickup inchiodò e sbandò, evitando per un pelo un omaccione in tuta antisommossa, che sollevò il manganello verso di loro e urlò qualcosa che si perse nel rombo del motore.

«Fermo, Joe, un poliziotto! Dobbiamo aiutarlo!»

«Un porco in divisa! Che se lo sbranino quegli altri!»

«Potrebbe aiutarci! Hai visto com’era grosso?»

Joe Dimm si morse l’unghia del mignolo e ruotò di colpo il volante, sbattendo lui e Amos da un lato, mentre le ruote del pickup stridevano e si sollevava puzza di gomma bruciata.

Quando furono a portata di voce, Esteban abbassò il finestrino e fece un cenno di saluto al poliziotto.

«Agente! Da questa parte!»

L’uomo in divisa si avvicinò a grandi falcate e vicino al pickup la sua mole risultò ancora più evidente.

«Ehi! Tra un po’ mi mettete sotto!»

«Scusi, è che con questo casino…»

«Non importa, non importa… comunque non sono un agente. Questa tuta l’ho comprata su internet.»

«Oh.»
Esteban, per un istante, non seppe cosa dire.

«Non è un porco in divisa? Meglio!» esclamò Joe Dimm dietro di lui.

«Vuoi unirti a noi?»

L’uomo scosse la testa.

«Ci sono altre due persone con me. Stiamo cercando un mezzo da caricare con delle provviste. Ne abbiamo parecchie. Siamo diretti ad un rifugio sicuro, in periferia.»

Esteban lanciò un’occhiata interrogativa a Joe Dimm.

«C’è il gin?»

«Di birra ce n’è. Il gin possiamo procurarcelo, presumo. Non dovrebbe essere troppo difficile.»

Amos disse qualcosa.

«Che ha detto il vostro amico?»

«Non sappiamo. Parla solo tedesco.»

«Un bel problema. Allora, volete darci una mano o no?»

«Ma certo. Joe, sembra meglio della tua soluzione.»

«Non hanno il gin» lamentò l’uomo.

«Vedremo di procurarcelo» disse Esteban in tono deciso, quindi si girò verso l’uomo.

«Io sono Esteban. Loro sono Joe Dimm e Amos.»

«Piacere,» disse l’omone stringendogli la mano, «io sono Arnold.»

«Ok. Andiamo a caricare queste provviste, su.»

Pietro Soman


EPISODI PRECEDENTI

capitolo 09 – prima parte

capitolo 08 – seconda parte

capitolo 08 – prima parte

capitolo 07 – seconda parte

capitolo 07 – parte prima

capitolo 06 – parte seconda

capitolo 06 – parte prima

capitolo 05

capitolo 04

capitolo 03

capitolo 02

capitolo 01


 

 

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