Giappocalisse – capitolo 03

di Luca Pennati


 

La sofficiosità di un prato ricco di margherite primaverili mi solletica la pianta dei piedi, l’aria frizzantina accarezza il viso. In mano ho un barattolo di Nutella, affondo due dita nella crema degli dei e me la porto alle labbra. Non c’è niente di più buono al mondo. Mi giro e chiamo Tyrion il mezz’uomo: “Hey amico portami della birra”.

Lui mi guarda schifato e mi dice che ha solo Vinoh imitando Re Robert il grasso ubriacone.

“vabbè dai portami quello, fa lo stesso”. Insieme brindiamo “alle Tette!” con le caraffe che sbattono. All’improvviso una folata di vento gelido mi avvolge. Sento il freddo entrarmi nelle ossa. Ne cerco la sorgente ma non la trovo. Tyrion è sparito così come il vino. Sento la testa che mi gira. Fermati mondo!

Davanti scorgo un riverbero anomalo, un movimento d’aria che dilata i confini delle cose. Il sole in cielo è forte e mi riparo la vista con la mano. Forse è stato un riflesso. Ecco che succede di nuovo: un’ombra passa dove non ci dovrebbe essere niente, solo orizzonte. Ha una forma vagamente umana, eppure è solo una trasparenza più scura che riempie il vuoto. Forse un ectoplasma. Mi avvicino convinto che saranno stati gli occhi a giocarmi uno strano scherzo. Mentre mi muovo, sento distintamente dei colpi. Tonfi sordi in rapida successione. Mi guardo intorno ma vedo solo margherite primaverili che ondeggiano al vento. Vedo di nuovo l’ombra davanti a me. Compio un balzo in avanti cercando di afferrarla e SBAM. Una botta devastante arresta il mio salto. Cado all’indietro dopo aver rimbalzato come una palla sul muro. Vorrei urlare dal dolore ma non ci riesco. Giaccio immobile a terra. Le margherite sono sparite. Tutto intorno è una nebbia scura. Poi buio eterno. Cerco di muovermi ma sono bloccato. Non so neanche come faccia a respirare.

Mi sembra di rimanere in questa posizione fetale per un tempo indefinito. Un minuto dura vent’anni. Eppure mi muovo. Prima la testa, poi le mani. Tamburello con le dita il piano sotto al mio corpo. Riconosco di essere sdraiato su un pavimento. È freddo. La lingua in bocca mi sbatte contro i denti. Ho il palato secco. Con uno sforzo enorme apro a fessura gli occhi incrostati. Mi sforzo di spalancarli ma sento la luce s’insinuarsi nel bulbo oculare come se fosse una spina acuminata. Mi fanno troppo male.

Non so per quanto tempo abbia perso conoscenza. Poi, di botto, è tornato in mente tutto, come se il mio cervello avesse avuto bisogno di un riavvio di sistema. Il chip ha finito di caricare tutte le informazioni che erano state stoccate nel back-up. Quindi ha riavviato la macchina ed eccomi di nuovo operativo. Il buon Avast ha rilevato un virus ma non avendo un abbonamento premium non ha potuto metterlo in quarantena. Perciò me lo dovrò tenere addosso.

Mi son guardato in giro e ho visto il piatto di ceramica nera vuoto. Il pesce palla. L’acquario. Poi mi son bloccato ripensando a cosa c’era fuori prima che perdessi conoscenza. Di scatto mi son voltato, sperando che quello che stavo ricordando magari fosse stato veramente un incubo fin troppo reale. “Cazzo! Sono lì! Ancora! Cazzo! Cadaveri ambulanti!”.

La vetrata era impolverata ma proprio in un punto qualcosa aveva tolto lo sporco. Ho abbassato lo  sguardo e ho notato di avere la stessa polvere addosso. Allora sono stato io. Devo aver sbattuto contro il vetro, evidentemente, in un momento di sonnambulismo.

Ho sentito il bisogno di darmi una sciacquata. Non solo a me a dire il vero. Intorno era tutto lercio. Vomito e schifo. Serviva certamente una ripulita. Mentre stavo cercando uno straccio nella cesta della biancheria sporca, con mia somma sorpresa, ho posato la mano su un bastone ricurvo che poi si è rivelato, essere un’elsa di una spada da samurai. “Non ci posso credere”, ho pensato. L’ho estratta ed era una fantastica katana. “Come cazzo è che non l’ho trovata prima?” Dovevo immaginarlo che in un ristorante giapponese che si rispetti ci sarebbe stata una Katana nascosta per quando la yakuza o meglio l’ndrangheta, arriva a chiedere il pizzo. Potrebbe sempre servire come metodo di trattativa. Eccola lì che mi guardava in tutta la sua splendente lama d’acciaio. Ho subito pensato:”che figata ora posso diventare come Michonne, Fanculo allo sporco. Ho una fottutissima spada”.

Purtroppo il sogno è durato poco. Al primo tentativo di farla roteare sopra la testa ho preso dentro un lampadario e mi si è spezzata. Ho visto dopo che era made in china ed era più un giocattolo che un’arma vera. Probabilmente arrivava da qualche fiera dell’artigianato e sarà costata al massimo 50 euro.

Estremamente deluso dalla spada spezzata e dopo essermi dato una doverosa sistemata per quanto mi sia stato possibile, sono andato a guardare fuori dalle vetrine. Gli zombie erano vicino alla claire. Mi aspettavo di creare un po’ di scompiglio avvicinandomi a loro ma non è successo niente. Se ne stavano lì tranquilli a fissare la vetrata, come in trance. Magari è stata un’evoluzione della malattia che è capitata mentre ero fuori gioco? Ho provato anche a fare rumore ma non hanno reagito come mi sarei aspettato. Ho aperto la porta e attraverso la grata li ho toccati con la spada. Niente di niente.

A parte gli habituè, gli altri si trascinavano in mezzo alla strada come sempre. Abbastanza numerosi, malandati e putrefatti.

Mi è venuto un dubbio. Forse sono morto. E’ questo che si prova? Non direi. Certo che però non ho una bella cera. Sono andato a guardarmi allo specchio. Ho un colorito cianotico tendente al pallore cadaverico ma scommetto che è  per colpa dello shock anafilattico che mi son preso.  Sono vivo. Mi sento vivo.

Vedo? Si, anche se, ho gli occhi pesti e me li sento gonfi.

Parlo? A fatica, sono un po’ impastato e rauco, mi fa male la lingua che si era gonfiata come una zampogna.

Mi muovo? Abbastanza bene, ma ho preso un po’ di botte in giro. Ho le gambe intorpidite.

Però, penso! Questo si!

Come dicevo, i malcapitati lì fuori, sono in evidente stato di putrefazione, con i globi oculari ormai scoppiati e i pezzi di faccia che cadono insieme al pus sprigionato dall’epidermide e non interagiscono più col sottoscritto. Eppure ho provato più volte. Sono diventato trasparente per loro.

Può essere che il veleno del fugu mischiandosi col virus degli zombie ne abbia contrastato l’effetto? È successo qualcosa. Ne sono certo. Magari l’isolamento volontario ha contribuito. Questa quarantena autoimposta avrà fatto assorbire al mio corpo il virus in maniera diversa dagli altri.

All’improvviso mi è venuta voglia di uscire. L’idea del suicidio neanche mi ha più sfiorato. Mi sono sentito diverso e ho dovuto testare questa teoria al grido di “o la va o la spacca”.

La cosa ancora più strana è stata che non avevo fame e mi sentivo abbastanza in forze.

Quindi ho saluto il mio amico “Rick Pesce Scorpione” e sono andato ad alzare la claire. Mi sono reso conto che ce l’avrei fatta e così è stato. Ho afferrato la maniglia e ho tirato. Proporzione forza/sforzo minima. Naturalmente l’alzata ha prodotto un bel po’ di rumore. Era abbassata da troppo tempo. Nonostante lo scricchiolio, solo pochi zombie si sono diretti verso la fonte del rumore e non mi hanno cagato di striscio. Hanno picchiato un po’ di volte sulla grata mentre saliva e poi basta.

Allora ho varcato la soglia e sono tornato ad essere cittadino.

La luce diretta del sole, nonostante sia il tipico grigiore milanese, mi ha quasi accecato. Come pensavo sono riuscito ad avanzare in mezzo agli infetti senza che questi si accorgessero della mia presenza. Ed ecco che sono arrivato in mezzo alla strada. C’era un motivo. Ho abbassato lo sguardo e salutato la macchia rosso scuro che una volta era il Maestro Miyagi.  “Polvere siamo e macchie di sangue sull’asfalto diventeremo”.

Ho analizzato la direzione di marcia degli infetti e ho deciso di seguirli. Piazza Duomo è ubicata a circa un chilometro da dove ero io. Niente d’impossibile. Anzi era fin troppo facile. Sono diventato uno di loro, solo un po’ diverso? Considerato comunque che loro erano la maggioranza, qualcuno migliore di loro poteva assumerne il comando? Forse si.

Mi sono convinto di rappresentare una speranza per la nuova futura umanità. Quindi avrei dovuto dirlo a qualcuno dei vivi. Ecco, stavo già pensando da “Diverso”. Mi sono incamminato. Purtroppo, nonostante la forza che mi sentivo addosso, le giunture delle articolazioni continuavano a darmi problemi di deambulazione.

Mentre mi stavo avvicinando alla piazza, si sentivano distintamente colpi d’arma da fuoco. Mi son detto che avrei dovuto prestare molta attenzione. Anche perché dai riflessi delle vetrine che vedevo, cercandomi in mezzo all’orda che mi stava accompagnando, non ero molto riconoscibile. Intorno a me era tutto un rantolare. Ho provato anche a rivolgermi a qualcuno di loro ma non ho ottenuto risposta.

Quando sono arrivato in Piazza Duomo ho visto che i vivi hanno eretto delle possenti protezioni composte di blocchi di cemento. Metà piazza è in pratica barricata, il Duomo domina l’interno della fortificazione mentre la statua dedicata a Vittorio Emanuele II è rimasta fuori ed è diventata un bivacco per i poveri infetti che continuavano a sbatterci contro. Sulle guglie della terrazza della maestosa cattedrale gotica ho visto dei cecchini che facevano la guardia. Da alcune fessure lungo le murate sono stati sistemati degli obici di cannone e delle canne di lanciafiamme. Da una parte della fortificazione è stato posto un pesante portone di metallo. Sopra di esso era ben visibile un sistema di tiranti con carrucole e catene che probabilmente permetteva di aprirlo e chiuderlo senza l’intervento umano a terra.

Gli spari che avevo sentito erano evidentemente serviti ad eliminare gli infetti che si erano avvicinati troppo al portone. Infatti, nei suoi pressi c’era un tappeto di cadaveri inerti.

Molti altri comunque continuavano ad avvicinarsi. Solo io me ne stavo fermo nelle retrovie e aspettavo di capire come fare. L’intenzione, era quella di farsi notare dai militari di guardia, appostati vicino all’ingresso, senza rischiare di prendere una pallottola in testa. Dovevo assolutamente farmi riconoscere come umano vivo.  Allora, innanzitutto, mi sono fatto largo tra la folla di malcapitati che mi stavano intorno. Ho cercato di mettere un certo spazio tra me e loro.  Poi ho iniziato a sbracciarmi ma poi ci ho ripensato subito; stavo facendo gli stessi gesti degli infetti. Braccia alte, mai aperte. Cercavo di afferrare. Non andava bene così.

Allora ho provato ad urlare ma non sono riuscito, mi faceva troppo male la gola. Mi è uscito un rantolo cavernoso uguale uguale ai putrefatti. Non andava bene neanche così.

Il rischio di farsi sforacchiare stava diventando troppo alto.

Mi sono fermato a pensare. Questo sarebbe stato un modo per distinguersi ma non era effettivamente evidente agli occhi dei militari. Allora ho guardato in  giro cercando di trovare una soluzione.  Alla fine sono andato per esclusione: cosa facevano tutti? C’era qualcosa che non faceva nessuno? All’improvviso la differenza che stavo cercando era proprio lì davanti ai miei occhi.

Tra tutta la folla che si accalcava all’esterno, nessuno stava compiendo quel determinato gesto: nessuno saltava.

Ecco! Dovevo saltare sul posto! Ho fatto un tentativo, poi un altro. Mi facevano male le gambe ma dopo un po’ ho preso il ritmo.  Ho compiuto dapprima alcuni saltelli sul posto, poi sempre più alti. Ad un certo punto devo aver attirato l’attenzione perché un militare si è affacciato, mi ha guardato strano e poi ha chiamato qualcun’altro. Dopo qualche istante, infatti, ne è arrivato un suo collega. Questo però aveva dei gradi in bella mostra. Dopo aver alzato un binocolo per inquadrarmi meglio mi ha salutato agitando la mano. Gli ho risposto prontamente. “Dai che ce la sto facendo”, mi son detto emozionato.

Finalmente hanno capito che non ero un infetto come quelli che mi circondavano. Il capitano a quel punto ha preso il megafono e mi ha detto:“Non so come tu faccia a stare lì in mezzo ma ora ti faremo entrare. Aspetta che distraiamo gli infetti e apriremo il portone. Avvicinati”.

Gli ho fatto il segno che avevo capito e ho aspettato. È stato interessante vedere come gli infetti si siano agitati a sentire la voce amplificata del capitano. Ho capito anche che se mi fossi messo ad urlare non sarei riuscito a farmi sentire sopra il rumore di tutti quei rantoli.

I militari dal lato opposto della porta hanno issato tramite una carrucola una rete contenente almeno un quintale di frattaglie e l’hanno calata verso l’esterno. Tutti gli infetti vicini al muro si sono spostati all’unisono verso quel prelibato gruzzolo. Non ci vedevano più dalla fame ma l’odore li ha guidati benissimo. Si sono accalcati a centinaia attorno alla rete, lasciando libera la porta.

Quindi si è aperto uno spiraglio nel portone e il comandante si è fatto vedere. Imbracciava un AK47 e si guardava in giro. Due uomini davanti a lui, anch’essi armati, si sono occupati di far pulizia dei corpi che intralciavano l’ingresso. Con un cenno mi ha fatto capire di entrare rapido senza far rumore.

Mentre mi avvicinavo, mi sono accorto di essere l’unico a muoversi in quella direzione. Stavo dimostrando ampiamente la mia capacità di raziocinio. Purtroppo la mia camminata non era delle migliori, infatti, a causa della tensione che avevo addosso, l’ultimo salto mi era stato fatale. Fermandomi devo aver appoggiato male il piede e mi sono procurato una storta.

Mi è sembrata che fosse passata un’infinità di tempo dall’ultima volta che avevo visto una persona viva. L’emozione è stata veramente troppo forte per la mia già precaria salute mentale. Mi ha preso, poi, un nodo alla gola che non mi faceva parlare. Avevo il magone e un singhiozzo rumorosissimo. Mi ha chiesto come mi chiamavo. Sono riuscito solo a farfugliare qualcosa che neanche io ho capito. “Cazzo devo stare calmo”, mi dicevo tra me e me. Invece, mi si sono velati gli occhi già rossi e gonfi e hanno incominciato a sgorgare copiose lacrime.

Volevo farmi capire con tutto me stesso allora l’ho afferrato per le spalle. Forse un po’ troppo per perché lui mi ha urlato di lasciarlo andare. Ma io non volevo fargli male. Volevo solo abbracciarlo. Il comandante mi stava salvando la vita.

Con uno sforzo immane ho cercato di controllare la mia gola per coordinare le parole che volevo dirgli. Forse gesticolare mi avrebbe aiutato ma proprio mentre stavo dicendo “pesce…”, ho sentito due bang in rapida successione.

Due piccoli fori rossastri mi si sono formati sulla fronte. Rivoli di sangue hanno incominciato a colarmi lungo i bordi del naso e poi lungo il mento. Ho ribaltato gli occhi e mi sono definitivamente afflosciato a terra.

I tanto temuti proiettili mi hanno trapassato il cervello come se niente fosse. Neanche io me ne sono accorgo e sono morto per davvero. I soliti militari dal grilletto facile si sono fregati con le loro stesse mani.

-“Cessate il fuoco! Per Dio! Cessate il Fuoco!” ha urlato il Comandante.

-“Capitano! L’ho fottuto prima che potesse attaccarla” ha gracchiato la ricetrasmittente. Era il cecchino di guardia dall’alto della guglia.

-“Maledetto idiota che non sei altro. Non hai visto che gli zombie non gli facevano niente? Non era uno di loro. Eppure se ne stava lì nel mezzo come se niente fosse. Stava tentando di parlare. Solo che tu lo hai colpito prima che riuscisse a farsi capire” il Capitano si è poi rivolto al suo vice: ”Fai scendere quell’idiota dalla guglia che gli voglio sputare in faccia di persona, poi fai raccattare questo poveretto e chiamami DOC. Questo non è un cadavere come gli altri. Devo spiegargli cosa è successo. Magari l’esperto di autopsie particolari potrà far luce su sta cosa”.

“…palla” stavo per dire ma siete stati stronzi, quindi, non saprete mai un cazzo di niente. Vi avrei detto “indagate sul veleno del pesce palla che in qualche imprescindibile modo è riuscito a neutralizzare il virus”. La soluzione a questa merda che ci circonda, era a portata di mano ma rimarrà confinata nei recessi della mia anima che sta svanendo.

Cazzi Vostri! Era meglio che me stavo dentro al ristorante. Vatti a fidare dei Vivi. Sayonara.

 

 

Luca Pennati


 

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