L’isola – capitolo 08 – seconda parte

di Pietro Soman


Cindy ristette accucciata nell’angolo finché Peter non le fece cenno con la mano, quindi lo raggiunse, rapida e silenziosa. In mano stringeva un tubo d’ottone lungo circa un metro, che aveva prelevato dallo sgabuzzino. Ce l’aveva lasciato qualche tecnico addetto alla manutenzione e lo aveva visto per mesi lì, poggiato in un angolo, senza mai degnarlo di particolare attenzione. Era abbastanza pesante ed in mano dava un senso di sicurezza, la consapevolezza che con quello avrebbe potuto uccidere.

Erano riusciti a scendere al piano terra senza problemi, ma lì la situazione si era complicata. La via diretta per l’uscita era bloccata da alcuni zombie, che non appena si erano avvicinati abbastanza avevano cominciato ad annusare l’aria, costringendoli a battere in ritirata. Con quei bastardi non bastava non essere visibili.

Avevano optato per il casinò ed in quel momento si trovavano nella selva di slot machine, che trillavano e brillavano e chiamavano e si illuminavano facendo un caos che copriva i loro movimenti e, apparentemente, confondeva i non morti.

Ce n’erano pochissimi, che si aggiravano con estrema lentezza tra le macchinette, e lei e Peter avevano cominciato un logorante gioco di attese e scatti, guadagnando piano piano un metro dopo l’altro, sempre più vicini all’uscita. Era oramai notte fonda – le tre o le quattro, non lo sapeva esattamente e aveva perso il cellulare da qualche parte – e tutta l’illuminazione proveniva dall’albergo stesso. Fuori, benché gran parte delle pareti fossero di vetro, era visibile solamente un’unica macchia nera d’oscurità.

Peter sollevò la testa e la riabbassò immediatamente, mentre uno zombie si voltava lentamente dalla sua parte. Per attirarne l’attenzione fece un paio di passi verso destra e allungò il braccio tra una slot e l’altra, pigiando con forza uno dei tasti. Subito l’apparecchio trillò ed una voce lo invitò ad inserire una moneta. Lo zombie emise un gorgoglio e si diresse da quella parte, lasciando loro campo libero.

Cindy avanzò carponi a fianco del suo nuovo amico, oramai vicinissimi all’uscita. Fu in quel momento, quando erano abbastanza vicini per distinguere qualcosa nell’oscurità esterna, che afferrò una spalla di Peter costringendolo a fermarsi.

L’uomo soffocò un’esclamazione di sorpresa e si voltò a guardarla, stupito. Cindy scosse la testa ed indicò le vetrine. Peter portava gli occhiali e dovette strizzare gli occhi per capire cosa stesse indicando la ragazza, ma alla fine comprese. Il nero fuoristante era in gran parte causato da un’enorme numero di zombie, tutti accalcati contro le vetrate, che impedivano alla luce esterna di penetrare all’interno. Sino a quel momento non se n’erano accorti a causa del riflesso del casinò sul vetro.

Stavano per arretrare e tornare indietro quando un morto vivente, col volto schiacciato contro la porta trasparente dalla massa di suoi simili, spostò gli occhi verso di loro e li vide. Mosse la bocca, emettendo suoni che non poterono udire, e cominciò ad agitarsi.

«Andiamocene subito» sussurrò Peter arretrando più rapidamente.

Cindy annuì, mentre la massa attorno allo zombie che li aveva visti cominciava ad agitarsi. Si voltò e cozzò contro un paio di gambe.

«Cindy!» esclamò Peter, senza più curarsi di sussurrare.

La ragazza alzò lo sguardo sul morto vivente contro cui si era scontrata, che abbassò ebetemente lo sguardo verso di lei e tese le mani per afferrarla, senza però piegare le gambe. Le sfiorò i capelli e lei non riuscì a reprimere uno strillo, che attirò l’attenzione di tutti i non morti che ancora non li avevano notati.

«Merda» ringhiò arretrando carponi e rimettendosi in piedi.

Lo zombie tirò su la testa come se fosse stata pesantissima e fece un passo verso di lei, ma Cindy alzò il tubo di ottone sopra di sé, al pari di un’ascia, e lo calò con tutta la forza di cui era capace sul cranio del croupier privo di metà del volto. Si udì uno schianto secco e umido allo stesso tempo e il riverbero del colpo le percorse le braccia fino alle spalle, facendolo sbattere i denti e dolere i gomiti e i polsi.

Lo zombie crollò a terra come un sacco vuoto e la ragazza si sentì strattonare, mentre Peter gridava qualcosa e la costringeva a seguirlo. Come in un sogno, Cindy prese a corrergli appresso e si voltò un istante solo, vedendo centinaia di mani che premevano contro la vetrata. Uno zombie tagliò loro la strada e Peter lo spintonò con il manico dell’ascia antincendio che avevano prelevato dalla vetrinetta d’emergenza, troppo di fretta per dargli il colpo di grazia.

Ci fu uno schianto terrificante alle loro spalle e le vetrate collassarono sotto la pressione di tutti quei corpi, esplodendo in milioni di cristalli luccicanti e riversandosi a terra col suono di una grandinata.

«Di sopra!» urlò Peter e Cindy lo seguì, mentre salivano le scale a tre a tre, il cuore che pompava follemente nel petto, i polmoni che s’infiammavano per lo sforzo. L’adrenalina invase i loro organismi e per un po’ non sentirono né dolore né fatica, ma non sarebbe durata.

«Ci sono altre uscite?» le domandò Peter.

Lei scosse la testa. L’unica cosa che potevano fare per salvarsi la pelle, almeno per qualche tempo, era salire sul tetto e glielo disse.

Lo guidò su per i tre piani dell’albergo, rapida e sicura nonostante la paura. Non incontrarono alcuno zombie, ma sotto di loro sentivano sempre più forte il frastuono dei morti viventi che si accalcavano nella tromba delle scale al piano terra.

«Quanto manca?» chiese Peter col fiatone.

Cindy si voltò a guardarlo, come se solo in quel momento si fosse resa conto della fatica che anche lei provava. Di certo il suo nuovo compagno non aveva un fisico atletico.

«Ci siamo» si limitò a rispondere.

In cima all’ultima rampa c’era una porta di metallo, che mal s’intonava con il resto dell’albergo, chiusa a chiave. Cindy estrasse un mazzo dalla tasca della divisa e perse qualche istante a riconoscere quella giusta, dato che non le capitava mai di salire lassù.

«Presto, presto!» la incitò Peter.

I suoni provocati dagli zombie erano sempre più forti e, anche se si muovevano molto più lentamente di loro, non avrebbero impiegato ancora molto a raggiungerli, sospinti dalla massa di chi li seguiva.

Cindy trovò la chiave giusta, la inserì, la girò dalla parte sbagliata, la disinserì, ritentò e finalmente riuscì ad aprire la porta, che si spalancò sul tetto piatto dell’albergo, illuminato dal riflesso dei lampioni circostanti l’edificio.

Peter sbatté la porta alle loro spalle e allungò la mano. La ragazza gli passò le chiavi e lui la chiuse per bene.

«Di certo non riusciranno a passare attraverso questa» disse con un tono piuttosto soddisfatto.

«Bella conquista, siamo bloccati sul tetto» commentò lei avvicinandosi al parapetto e guardando giù.

Mio Dio fu l’unica cosa che riuscì a pensare vedendo la marea di corpi che premeva per entrare nell’albergo. Nonostante i suoni da loro emessi si limitassero a qualche grugnito e al rumore dei corpi che premevano gli uni contro gli altri, il frastuono causato dal loro numero era quasi insopportabile.

Peter cominciò ad aggirarsi per il tetto e calciò una lattina di coca vuota, probabilmente abbandonata da qualche tecnico dell’antenna. A parte quella c’erano solamente alcune assi marce accatastate da una parte e uno scarpone, finito lì chissà come.

Cindy si sedette per terra, incrociò le gambe e respirò profondamente, cercando di raggiungere la calma.

«Immagino che qua, perlomeno, potremo aspettare i soccorsi al sicuro» commentò infine.

Peter si fermò e incurvò le spalle, ma lei non lo notò.

«Anzi,» continuò, «col casino che c’è a terra è probabile che la polizia userà gli elicotteri. Quindi siamo nel posto più visibile. Speriamo solo facciano in fretta,» concluse rabbrividendo, «non abbiamo nemmeno un goccio d’acqua da bere.»

Peter si morse una nocca e la fissò, in silenzio. Alla fine, decise di parlarle.

«Io non credo che arriverà alcun tipo di soccorso.»

Lei lo guardò come fosse ammattito.

«E perchè mai?»

«Ci sarà un bel casino e dubito che qua sull’isola la polizia conti molte unità. Inoltre, considerato il numero di zombie che già ci sono solo attorno all’albergo, è possibile che il problema sia molto più esteso di quanto non sembri.»

«Magari è una cosa localizzata, l’epidemia è scoppiata qua e basta» insistette lei.

«Senti,» sospirò lui, «non è credibile. Lo so, anche gli zombie non lo sono, eppure eccoli qua. Io scrivo romanzi dell’orrore di mestiere. Non va mai a finire bene.»

«Ma questo non è un romanzo, è la realtà!»

«Una realtà in cui i morti camminano,» replicò lui, «e se anche non volessimo basarci sul cinema e la letteratura per farci un’idea concreta di cosa stia accadendo, bisogna considerare l’evidenza dei fatti: in poche ore ci sono già centinaia di zombie tutt’intorno a noi. Non c’è alcuna ragione per cui l’epidemia non si stia rapidamente diffondendo.»

Cindy tacque, odiandolo per la semplice logica delle sue parole.

«Quindi cosa suggeriresti?» disse infine con tono velenoso.

Se lui ne fu offeso, non lo diede a vedere.

«Dobbiamo arrangiarci. Andarcene da qua. Raggiungere un posto sicuro dove, probabilmente, incontreremo altre persone. Tu sei di qua, io ci sono venuto solo per stare tranquillo mentre cercavo ispirazione.»

Fece una risata amara.

«Ne ho trovata eccome, cazzo se l’ho trovata. Ad ogni modo, dicevo… tu sei di qua. Ti viene in mente un posto simile?»

Cindy ristette un po’ soprappensiero, fissando l’orizzonte. In quella direzione c’era Basseterre, illuminata di arancione dai lampioni.

«C’è l’UpDown,» disse infine, «è un grande magazzino. Alto cinque piani, non so quante decine di negozi contiene. La notte, passandoci davanti mentre tornavo a casa, lo vedevo blindato con le saracinesche. Potrebbe essere sicuro e di certo dentro ci sarebbe da mangiare.»

«Un grande magazzino. Un cliché. E lo vedi tornando a casa, hai detto, quindi è sulla strada principale. Quanto disterà, più o meno?»

Cindy fece un gesto vago.

«Oh, quattro o cinque chilometri. Se riuscissimo a raggiungere il parcheggio, potremmo prendere la mia macchina e basterebbero pochi minuti per raggiungerlo.»

«Eccellente! Ora dobbiamo solo trovare il modo di arrivarci, all’automobile.»

La porta del tetto vibrò e una specie di ringhio scaturì da dietro di essa.

«Hai detto niente.»

 

 

 

Il Warner Park trasbordava letteralmente di gente. Badlam e Stevens, dopo una lunga attesa durante la quale avevano visto molti più zombie che vivi, avevano deciso di raggiungere i colleghi e aiutarli col contenimento, ma non si sarebbero mai aspettati un simile caos.

Gli incroci che permettevano di accedere alla zona sicura erano sì controllati, ma da coppie di agenti stravolti quanto loro, che aspettavano da oramai quarantotto ore il cambio e non avevano notizie nè dalla centrale nè delle famiglie. Il parco era semplicemente pieno, non c’era più spazio per nessuno, e data la rapidità dell’emergenza non si era fatto in tempo ad organizzare alcunché. I poliziotti sparivano semplicemente nella folla, non riuscendo a farsi udire nemmeno con i megafoni, e tutti chiedevano acqua, cibo, piangevano, urlavano, si arrabbiavano e tutti, soprattutto, volevano informazioni, informazioni e informazioni.

«E noi cosa sappiamo? Un cazzo!» esclamò Badlam salutando Victoria, una sua collega di mezza età bassa e cicciotta. Le si avvicinò, notando che era pallida, trafelata e sudata.

«Mick!» esclamò lei contenta, «Mi serviva proprio un po’ d’aiuto. Qui è un inferno!»

Badlam le strinse amichevolmente una spalla.

«Nessuna notizia dalla centrale?»

Lei scosse la testa, avvilita.

«Il sindaco?»

Victoria fece un gesto vago verso l’enorme folla.

«Là in mezzo da qualche parte. Credo che volesse tenere un discorso, ma c’è troppa confusione. Non c’è organizzazione, non abbiamo provviste, uomini, cazzo, non abbiamo nemmeno un’idea esatta di cosa stia accadendo. La gente è nel panico, ci sono stati già diversi svenimenti, dodici persone calpestate dalla folla, due casi di disidratazione… non li ricordo nemmeno più tutti.»

«La centrale è deserta,» le disse infine Badlam, dispiacendosi dello stupore dell’amica, «hai presente Joe Dimm?»

Lei annuì, perplessa.

«Quel matto degli UFO.»

«Proprio lui. Qualche ora fa ci ha contattati dalla radio della centrale. Ha detto che non ci sono più poliziotti e ci ha ragguagliato su alcuni problemi di cui eravamo già a conoscenza, ma che se lui ne è informato significa che c’è stato di persona. Anzi, probabilmente ne sa più di noi ed è la fuori da qualche parte, a sparare come un pazzo con quelle sue pistole americane.»

Badlam sospirò.

«Ha detto che siamo tutti nella merda.»

Victoria sbuffò.

«Per sapere questo non serviva certo un indovino o un medium, no?»

In quel momento udirono alcune urla poco distanti, che in pochi attimi crebbero e si moltiplicarono a dismisura, investendoli con la loro potenza.

«Cazzo.»

Badlam estrasse la pistola e così fecero Stevens e Victoria. Non sapevano però bene cosa farne, di quelle armi, e dovettero limitarsi ad aspettare fino a che non avessero capito cosa stesse accadendo.

«Via via via!»

«Mi ha morso!»

Badlam abbassò la pistola.

«No…»

La folla esplose ed alcune persone caddero a terra, sanguinanti. Una cominciò a dibattersi, vomitando bile, mentre altri correvano in tutte le direzioni, calpestandosi tra di loro. Apparvero due zombie, che sembravano confusi da quella moltitudine di carne viva e mordevano l’aria da una parte e dall’altra, cercando di azzannare chiunque capitasse loro a tiro.

Stevens mirò e fece fuoco, buttandone uno a terra, ma Badlam gli abbassò la canna della pistola con la mano.

«Sei impazzito? Potresti colpire qualche civile!»

«Tenente, qui di civili ne resteranno pochi, se non ammazziamo quei fottuti cosi!»

Anche Vicotria esplose un paio di colpi. Uno dei due proiettili attraversò il braccio di uno zombie e colpì un bambino che gli stava poco dietro, uccidendolo.

«Fermi! Non sparate! Non sparate cazzo!»

La folla li investì e Badlam si sentì spintonare e trascinare; perse di vista i suoi colleghi e la testa cominciò a girargli mentre centinaia di volti sconosciuti gli scorrevano davanti terrorizzati, insanguinati, con gli occhi dilatati e la pelle cerea di paura.

«Fermi!» urlò per un’ultima volta, mentre la marea umana lo schiacciava sempre più in basso. Tentò di afferrarsi ad un lampione, ma non gli bastò la forza e venne strappato via. Senza volerlo colpì una donna, anch’ella impotente di fronte alla furia cieca del branco in fuga. Quindi venne sepellito dai corpi. Tutto divenne buio.

 
 

Pietro Soman


EPISODI PRECEDENTI

capitolo 08 – prima parte

capitolo 07 – seconda parte

capitolo 07 – parte prima

capitolo 06 – parte seconda

capitolo 06 – parte prima

capitolo 05

capitolo 04

capitolo 03

capitolo 02

capitolo 01


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