L’isola – capitolo 08 – prima parte

di Pietro Soman


 

Amos sporse la testa oltre l’angolo del vicolo. La città era immersa in una nebbia spessa, che lasciava pochi metri di visibilità, e l’odore di incendio e di fumogeni si mischiava a quello di cemento ed asfalto umidi.

«Ne-zuno» disse col suo accento duro.

«Allora sa parlare.»

«Se quello lo chiami parlare…»

Esteban e Joe Dimm apparvero dietro al tedesco e, insieme, si avventurarono con cautela lungo la via, tenendosi rasente al muro.

«Non si vede un cazzo.»

«Quando Joe Dimm ha parcheggiato, c’era solo un po’ di foschia. Lo giuro.»

«Questa non è solo nebbia.»

Esteban mise in bocca una gomma da masticare e la offrì ad Amos, che la prese con un sorriso.

«Danke.»

«Non c’è di che. Joe, vuoi?»

«No, grazie, mi rovina il sapore del sigaro.»

«In questo caso…»

Il Buy&Run si sarebbe dovuto trovare dall’altra parte della strada, separato da loro da quattro corsie e un piccolo parcheggio di cemento. Questione di venti, trenta secondi: una corsetta e via.

Il problema era che non si vedeva alcunché.

Amos fece un cenno verso la nebbia e blaterò qualcosa, quindi indicò le pistole che Joe Dimm portava alla cintura e poi se stesso.

«Lo straniero vorrebbe una delle pistole di Joe Dimm. Che il diavolo lo porti, non ci penso nemmeno!»

Esteban scrutò il tedesco.

«Sai sparare, Amos?»

L’uomo lo guardò perplesso.

«Ich verstehe das nicht.»

Esteban mimò quindi una pistola con la mano e l’azione di sparare.

«Sparare, bang bang.»

Il tedesco scoppiò a ridere ed annuì energicamente.

«Ja, bang bang, John Wayne.»

Mimò l’azione di impugnare un fucile e seguire qualcosa in aria per poi sparargli.

«Non ho ben capito a cosa alluda, ma credo che sappia come usare un’arma.»

«Ne troveremo una da qualche parte.»

«Dai, Joe, non siamo in America. Qua le armi da fuoco non si trovano con facilità e tu hai due pistole. Io non la saprei usare, ma sembra che Amos sappia il fatto suo.»

Joe Dimm grugnì, estrasse una pistola dalla fondina e la porse per il calcio al tedesco, che la prese con un sorriso e la esaminò con fare esperto, controllando quanti colpi aveva a disposizione.

«Danke. Ah, Dan Wesson, gut!»

«Almeno sa di cosa parla» commentò Joe Dimm, quindi uscì allo scoperto e si avventurò nella nebbia, attraversando rapido la strada e sparendo immediatamente alla vista.

I due si affrettarono a seguirlo, strizzando gli occhi e guardando a destra e a sinistra per timore di essere investiti da qualche auto, ma tutto taceva. In quel silenzio, il rombo di un motore sarebbe risuonato con estrema chiarezza.

Senza nemmeno rendersene conto si trovarono sul marciapiede dal lato opposto della carreggiata ed Esteban per poco non cozzò contro un lampione. Fu Amos ad afferrarlo per un braccio, fermandolo appena in tempo.

«Grazie amico. Com’è che dici tu? Danke?»

«Ja, danke. Bitte, mein freund.»

«Sì, buonanotte.»

Il parcheggio davanti al Buy&Run sarebbe stato deserto, non fosse per un enorme pickup parcheggiato di traverso che occupava ben tre posti auto. Perfino con quella nebbia si notavano le striature nere della sgommata che Joe Dimm aveva fatto fermandosi ed un cartello segnalante il parcheggio era fortemente inclinato da un lato, poco distante.

«Siamo nelle mani di un pazzo» commentò tra sé e sé Esteban avanzando fino all’ingresso del negozio.

La porta era chiusa a chiave, ma Joe Dimm aveva già afferrato la sua pistola per la canna ed l’aveva proiettata all’indietro.

«Joe, no!»

Il calcio dell’arma affondò nella vetrina, frantumandola, ed un allarme assordante prese a risuonare nel silenzio, riecheggiando tra i palazzi circostanti. Joe Dimm usò la pistola per togliere le schegge di vetro rimaste attaccate al telaio e scavalcò il bordo, entrando.

«Non preoccuparti, amico,» disse dall’oscurità del negozio, «i porci in divisa ora sono troppo occupati per badare a questo.»

Con un sospiro Esteban lo seguì all’interno, ma Amos rimase fuori. Si voltò verso di lui e alzò le sopracciglia.

«Tu non vieni?»

Il tedesco scosse la testa e indicò se stesso, quindi la strada alle sue spalle.

«Ich… kuartia.»

«Kuartia? Oh, tu vuoi dire guardia, sì? Spari agli zombie se si avvicinano?»

«Ja ja, zompi, scheiße. Merta, ja, merta zompi.»

«Amico, non sai come sono d’accordo con te.»

 
 

Dom si era addormentato sul divano davanti alla televisione accesa. Nel secchiello, ancora stretto nell’avambraccio e pericolosamente inclinato da un lato, erano rimaste due sole cosce di pollo, una delle quali era lentamente scivolata sul proprio untume fino a cadergli sulla maglietta. Lo schermo davanti a lui proiettava una vecchia puntata di Walker Texas Ranger, che ostinatamente continuava ad andare in onda più di vent’anni dopo essere stata girata, ma il rumore di colpi di pistola, calci volanti e camioncini in fiamme non pareva disturbare l’uomo, immerso in quell’insano sonno tipico di chi è molto grasso e ha una cattiva digestione ed una circolazione sanguigna ancora peggiore.

Nei suoi sogni, Dom era al terminal. Si trovava chiuso nella stanzetta dove la zombie l’aveva aggredito, ma questa volta lui era dentro e lei fuori. Batteva con forza contro la porta, cercando di entrare, e lui non aveva via di fuga. I colpi erano sempre più forti e frammisti da urla inarticolate, forse mozziconi di parole.

D’improvviso, il sogno virò e questo lo disturbò, facendogli socchiudere per un attimo gli occhi. Davanti a lui, Chuck Norris sfondò una porta ed una selva di proiettili tentò di ucciderlo. Illusi, nessuno può.

«Dom! Apri!»

Si riscosse e dondolò da un lato, facendo cadere la coscia di pollo sul divano.

«Ah, merda…»

Si alzò faticosamente a sedere, posò il secchiello sul tavolino e tentò di abbassarsi per raccoglierla, ma gli girava la testa.

«Dom!»

I colpi insistevano. Ma erano reali, allora!

«Arrivo!» biascicò, vacillando fino alla porta. Il movimento gli fece salire una bolla d’aria su dallo stomaco e ruttò fragorosamente. Sapore acidulo di vomito in gola. Non ci fece caso.

«Eccomi, eccomi» disse aprendo la porta.

Sulla soglia apparve Arnold, il suo dirimpettaio. Era vestito con una tuta antisommossa che non lasciava visibile un centimetro di pelle dalle spalle in giù. Sulla testa portava un elmetto della polizia, con la visiera di plastica, che scendeva a proteggergli anche il collo. In una mano teneva un lungo manganello e nell’altra uno scudo, anch’esso di plastica trasparente, con le iniziali del corpo di polizia locale.

«Fammi entrare!»

Arnold lo spintonò da un lato e portò la sua notevole mole nell’appartamento.

«Chiudi la porta.»

«Cosa…»

«Chiudi quella cazzo di porta!»

Dom obbedì. Lo fissò e strizzò gli occhi, come tentando di comprendere cosa stesse guardando.

«Non sapevo fossi in polizia.»

«Infatti non lo sono.»

«E quella roba che hai addosso?»

Arnold picchiò col manganello contro lo scudo.

«Comprato tutto su internet in questi anni. In casa ho anche bombe a mano, fumogeni, razzi di segnalazione, scatolette per mesi e tanto altro ben di dio.»

Dom batté le palpebre, perplesso.

«Che significa?»

«Come, che significa? Ma lo sai cosa sta succedendo?»

Arnold, alto oltre due metri per centotrenta chili di muscoli, mascella squadrata, occhi piccoli e chiari e capelli a spazzola in stile marine, infilò il manganello nella cintura e afferrò il telecomando, cambiando canale. Apparve un telegiornale, che informava sulla situazione dell’isola e su come fosse certamente in procinto di migliorare.

«Cosa…»

«Gli zombie, Dom!»

Arnold lo prese per le spalle e lo scosse con forza.

«I fottutissimi zombie! Io lo sapevo! Sono anni che mi preparo a questo! E adesso il momento è arrivato!»

«Zombie… ma di che diavolo stai parlando. Io…»

Dom tacque, mentre un flash di Margaret che tentava di morderlo gli balenava in mente.

«Mio Dio…»

«Allora li hai visti!»

«Sì, ma io… pensavo…»

«Le strade sono nel caos! Mangia-cervelli dappertutto! La polizia non sa che fare! Gli americani hanno messo in quarantena l’isola e bombardato l’aeroporto!»

«Cosa? Ma come!»

«Siamo nella merda!»

Arnold lo lasciò, lo squadrò con occhio critico e gli diede uno scappellotto su una tetta. Gli fece male, ma Dom non si lamentò, intimorito. Il suo vicino era sempre stato un tipo bizzarro, anche se non aveva mai mostrato tendenze violente.

«Ma guardati! Fai schifo!»

«Senti Arnie, io…»

«No, è così, fattene una ragione. Vedo le vene del collo che ti pulsano come se stessi correndo. Cristo, Dom, sei grasso come un maiale. Se dovessi fuggire o nasconderti, probabilmente ti verrebbe un colpo. Guarda che roba» terminò afferrandogli un braccio e affondandovi le dita come nel budino.

«Va’ che roba! Tu i tricipiti non sai nemmeno cosa siano.»

«Senti, non è il caso di offendere.»

«Amico, io lo dico per te. L’apocalisse è arrivata e tu sei impreparato. Tutti lo sono, a parte me. Ma tu,» e di nuovo gli affondò le dita nella ciccia, «sei particolarmente impreparato. Ma non preoccuparti. Adesso che ci sono zombie ovunque, di certo i fast-food non apriranno i battenti per un pezzo. Ti farò diventare un figurino, anche perchè da oggi bisogna razionare le scorte. Cavolo, chissà per quanto tempo rimarremo tagliati fuori dal mondo.»

Dom si sentì mancare. Arnold dovette accorgersene, perché lo spinse gentilmente sul divano.

«Non può essere vero… gli zombie non esistono…»

«E invece sì, amico. Io non ne ero sicuro. Bomba atomica? Meteorite? Zombie? Dito di Dio? Non importa, mi sono organizzato. Tanto le catastrofi sono tutte uguali. L’importante è avere da parte la roba giusta.»

Dom sentì la coscia di pollo sotto il sedere, ma non si mosse. Provava un senso di disorientamento piuttosto acuto, in quel momento.

«Cosa facciamo?»

Arnold gli puntò il dito contro, come se avesse svelato un segreto.

«Esatto, amico mio. Cosa facciamo? Io ho un magazzino in periferia. Sicuro. L’ho comprato e sistemato per resistere ai predoni o ai mutanti, ma gli zombie vanno bene lo stesso. Dentro saremmo al sicuro, anche se il grosso delle provviste le ho qui. Dobbiamo trovare un mezzo capiente, caricarlo con tutto il cibo e l’acqua possibili e portarlo là, quindi barricarci dentro. Non possiamo sopravvivere da soli, quindi dobbiamo salvare qualcuno che ci aiuti. Sai, per i turni di guardia, per tenere il rifugio come si deve, per fare delle squadre ed uscire a cercare roba utile. Non hai mai visto un film di zombie, perdio?»

«Io… sì, certo.»

«Allora sai bene cosa dobbiamo fare.»

«Più o meno.»

Meditò per un paio di secondi, poi sorrise debolmente.

«Dividerci e morire in modi stupidi?»

Arnold gli diede una pacca sulla spalla, facendolo sprofondare di un palmo nel divano.

«Così si fa, carattere! Sotto quella ciccia c’è un cervello in grado di adeguarsi ad una situazione di emergenza. Lo sapevo io!»

«Sì, sì, bene…»

«Allora muoviamoci, su!»

 
 

Quattro giorni. Credo che mia madre sia morta. Non ha chiamato, non si è fatta viva. Forse è come in quei film, in cui i protagonisti sopravvivono alle cose più assurde e si incontrano incredibilmente dopo moltissimo tempo.

No, probabilmente è morta. Fattene una ragione. In casa non c’è più niente da mangiare. La corrente è andata via da un paio d’ore. L’unica cosa che posso fare è organizzarmi ed uscire. Devo cercare i sopravvissuti e unirmi a loro, come in Ventotto Giorni Dopo. O forse devo evitarli, che sono peggio degli zombie, come in The Walking Dead. O forse dovrei rimanere chiuso al sicuro, come in Dead Set. Ma poi cosa mangio?

Non posso più aspettare che qualcuno venga a bussare alla porta. Devo uscire.

Cosa mi porto fuori? Armi, armi… dove le trovo delle armi? Fossimo negli Stati Uniti mi basterebbe dare un calcio per terra per trovare una pistola, ma qua… concentrati. Usa i film. Ne hai visti fino a vomitare. Saranno serviti a qualcosa.

In Ventotto Giorni Dopo l’irlandese ha una tuta antisommossa. Quella sarebbe perfetta per non farsi mordere. Però dove la trovo?

In World War Z c’è Brad Pitt che si avvolge le braccia in fasci di riviste… quella è roba spessa. È una bella idea. Mia madre è piena di giornalacci di giardinaggio e star, un bel po’ di scotch da pacchi e sono a posto. Armi? In The Walking Dead hanno pistole, machete, katane… di tutto. Però io non ce l’ho sta roba. Pensa, pensa… no, l’Alba dei Morti Dementi non è un buon esempio. Un coltello da cucina! Ma certo.

Ok, siamo a buon punto. Una volta che esco da qui? Dovrò avere da mangiare, da bere… ma ho finito tutto. Riempio un paio di bottiglie d’acqua del lavandino e le metto dello zaino, di più no che pesano. Una bussola? E che me ne faccio? Accendino? Quello può servire. Il coltellino svizzero? Sarebbe una figata, ma quando la mamma me l’ha proposto come regalo di compleanno ho preferito “Where The Dead Sleeps”. Coglione. Gran gioco, però.

Ma come si trasmetterà il virus, oltre tramite i morsi? Aria? No, starei bello che fottuto, probabilmente mi sarei trasformato da giorni. O forse sono immune. Che figata.

E dove vado? All’ospedale no, è sempre il posto peggiore, guarda Apocalisse Z. Centro commerciale? L’avranno già svuotato e magari è pure pieno di zombie, sicuro come l’oro. La caserma di polizia? Nah, di solito gli sbirri fanno una brutta fine, come in Dead Set.

Ah, fan culo. Acqua, accendino, riviste, zaino, coltello, casco dei pattini… anche i pattini, così mi sposto velocemente. Una mappa della città! Ma certo, lo stradario. Dove cazzo l’avrà messo mia madre? Qui nel mobile del telefono… eccolo!

Ma dove vado? Qual è un posto sicuro? Dove potrebbe essersi barricata la gente? Ma certo, in un grande magazzino, come nel remake dell’Alba dei Morti Viventi. Non un supermercato, un vero e proprio casermone con le grate su tutte le porte e dentro tutti i negozi con ogni cosa che possa servire. L’UpDown! Là ci sarà di certo qualcuno!

Bene, piano fatto.

Forse dovrei portarmi anche il portatile, per passarmi il tempo quando sono là… o almeno la play portatile… sì, ma non c’è più corrente, poi come faccio ad alimentarla?

Ah, che stupido, probabilmente là ne trovo un modello più recente e magari qualche batteria. O forse ci sono dei generatori.

Bah, non importa. Meglio andare, finché è giorno. Una torcia, ecco, quella mi manca. Ma dove la trovo? Mia madre usa le candele… e il cellulare è scarico. Merda, mi servirebbe davvero.

Meglio muovermi, o rimarrò al buio.

 
 

Pietro Soman


EPISODI PRECEDENTI

capitolo 07 – seconda parte

capitolo 07 – parte prima

capitolo 06 – parte seconda

capitolo 06 – parte prima

capitolo 05

capitolo 04

capitolo 03

capitolo 02

capitolo 01



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