Attesa notturna

di Alessandro De Felice


 

Le lingue di fuoco guizzavano sinuosamente davanti ai miei occhi, ondulate e scoppiettanti fino a divenire una droga alla quale volermi abbandonare.
Il calore schiaffeggiava la mia faccia mentre provavo a porgere l’attenzione su quello che mi circondava.
Fruscii lontani e rumori di rami spezzati, udivo sempre qualcosa osservare nell’oscurità.
Il buio accoglieva nuovi orrori sotto la sua ala. Queste esordienti paure si moltiplicavano sempre di più.
Avevo quasi imparato a domarle, rimanendo fermo ed immobile davanti al fuoco del nostro campo.
Razionalizzare e distinguere il singolo suono di un probabile pericolo era diventata una costrizione necessaria.
Seduto pazientemente ad ascoltare l’immensità che mi avvolgeva.
Volutamente pietrificato quasi a voler aumentare la percezione del proprio udito.
Un coltello da caccia era un valido amico in quelle nottate di guardia.
Sdegnavo l’uso dell’arma da fuoco nel mio equipaggiamento, soprattutto se usata in quella circostanza.
Ne avevamo viste tante io e lui.
Lo tenevo stretto tra le mani e giocavo guardando i riflessi di luce sulla sua metallica struttura.
Iniziavo ad affezionarmi di più alle cose che alle persone.
Le palpebre diventavano sempre più pesanti.
Le forze erano esaurite.

Salire sopra questa montagna, scalare, scivolare per poi aggrapparsi l’un l’altro sembrava essere l’unica via per fuggire ai nostri affamati predatori.
Un gruppo di poche persone verso una meta impossibile e senza conoscenze adeguate.
Per giorni abbiamo continuato ad affrontare questa sfida, non curanti dell’impervia impresa.
Quest’ascesa verso il paradiso aveva mietuto le sue vittime.

Ora i miei compagni giacevano a terra stanchi morti.

O forse alcuni di loro lo erano veramente.

Abbandonando il proprio corpo per lo sforzo dell’impresa.

Presto un freddo acciaio sarebbe entrato con forza nei loro crani.
Spento per sempre le loro coscienze.

Avrei aspettato pazientemente il momento.
Senza alcun rimorso.

Senza alcuna paura.

Il ceppo esplose i suoi ultimi colpi, quando il mio corpo cadde stremato su un fianco.

Non curante della minaccia affiorante dalla notte che ci stava lentamente circondando.

Sfocate figure iniziarono a banchettare con quelli che erano oramai corpi senza vita.

Il silenzio era ormai spezzato.

Alessandro De Felice


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