L’isola – capitolo 05

di Pietro Soman


Rudy, questo era il nome del bambino che scappava dalla pistola ad acqua, emerse dalla piscina e si mise a correre come un pazzo sul piastrellato bagnato. Era un bambino iperattivo, che non camminava mai, trottava per andare in qualunque posto, e quando parlava lo faceva così rapidamente che spesso le parole gli uscivano in un pastone di lettere tutte attaccate tra loro, difficili da separare e comprendere.

La madre, che aveva negligentemente rinunciato a correggere il comportamento del ragazzino quando aveva sette anni, ovvero due compleanni prima, non lo riprese per il fatto che corresse dove poteva scivolare e farsi male, magari battendo la testa. Lo guardò, si limitò a sospirare e continuò a parlare con un’altra donna. L’uomo caduto dalla finestra era da poco stato portato via dall’ambulanza e la cosa aveva dato un argomento di conversazione duraturo alle due. Gli inservienti avevano già pulito e riordinato il punto in cui si era schiantato e non si sarebbe mai detto che fosse accaduto qualcosa se non per il foro nel tendone sopra la porta del bar.

Rudy avrebbe voluto ancora giocare con Dennis, il bambino cicciottello, ma i genitori l’avevano riportato in camera a cambiarsi per la notte. Erano ormai le undici, molto tardi anche per lui, ma la notte era calda, la piscina dall’acqua tiepida e la madre – il padre se n’era andato anni prima – non pareva avere alcuna intenzione di cessare le sue chiacchiere. Così, ancora fradicio, corse da solo lungo i sentieri del parco, scendendo senza rendersene conto fino alla strada. Quando si trovò sul marciapiede, deserto a causa dell’ora, fu lì per lì per tornare verso l’albergo, ma qualcosa dall’altra parte della carreggiata attirò la sua attenzione.

Attraversò di corsa, senza guardare nè da una parte nè dall’altra, nonostante gli fosse stato ripetuto un milione di volte. Un’auto, che in quel momento arrivava a gran velocità, complici la strada deserta e l’impellenza di tornare a casa dopo un’estenuante giornata di lavoro, lo investì in pieno. Il guidatore tentò di frenare, ma il bambino pareva essere sbucato dal nulla e finché era stato sul marciapiede, benché parzialmente illuminato dai lampioni, non era stato chiaramente visibile. Il corpicino, forse trenta chili in totale, fece parecchi metri di volo, cozzò duramente a terra e rotolò ancora per un tratto, fino a fermarsi.

L’uomo, un autista di autobus a soli sei mesi dalla pensione, scese rapido dalla sua sgangherata vecchia ford, gli occhi fuori dalla testa. Si mise le mani nei capelli, avvicinandosi rapido e timoroso al piccolo fagotto sanguinolento.

«No, no, no!» singhiozzò, inginocchiandosi di fianco al corpicino immobile. Lo rivoltò, scoprendo il petto infossato; le costole dovevano essersi sbriciolate nell’impatto. Non c’erano ferite causate dall’auto che fossero visibili, ma una miriade di graffi e sbucciature conseguenti al rimbalzare e rotolare sull’asfalto.

L’uomo tentò di sentire il battito del bambino, posandogli due dita sul lato del collo. Era assorto in questa speranzosa attività quando Rudy spalancò gli occhi e, veloce come quand’era in vita, lo azzannò alla mano.

L’autista di autobus urlò e la ritrasse, mentre Rudy si metteva malamente in piedi. Quel poco di costole integre che gli erano rimaste cedettero di schianto e il suo busto sprofondò di due palmi, rendendolo stranamente e grottescamente sproporzionato.

L’uomo urlò ancora, arretrò rapidamente e risalì in macchina. Mise in moto, mentre Rudy si avvicinava, trascinando i piedi ma con una certa celerità, premette sull’acceleratore e sterzò completamente a destra, girando attorno al bambino e sgommando via.

Nel frattempo la madre, preoccupata perchè non lo vedeva nei paraggi già da qualche minuto, era a sua volta scesa sino alla strada per cercarlo. Quando lo vide proprio lì in mezzo, immobile, la pressione le salì di botto. Non si era resa conto della nuova, strana conformazione del figlio, in parte a causa della penombra e in parte perchè la sua rabbia, come era tipico di molte donne, le impediva in quell’esatto momento di concentrarsi per bene su ciò che la circondava.

«Rudolph Meyer!» strillò, «Vieni subito qui! Quante volte ti ho detto di non attraversare da solo la strada, eh?»

Il bambino si voltò verso di lei e si mosse per raggiungerla.

«E non strisciare i piedi, ti ho già detto che mi dà il nervoso! Forza, è tardi, dovresti essere già a letto da un pezzo.»

In lontananza udì il fragore di un incidente, ma non vi badò. Fece un paio di passi verso di lui e allungò la mano per afferrarlo, costringendolo a muoversi più rapidamente.

«Mi farai impazzire, mi farai!»

Gli prese il braccio all’altezza della spalla e subito ritirò la mano, con un gemito.

«Ma… che fai!»

Si guardò le dita che cominciavano a perdere sangue con la rapidità loro tipica. Erano ben visibili i segni di tre denti profondamente incisi nella carne.

«Ti ha dato di volta il cervello?»

Gli allungò una scapaccione in faccia, senza tuttavia cavargli un suono. Fu solo a quel punto che notò il petto infossato ed il costato depresso del figlio. Sgranò gli occhi, mentre Rudy apriva la bocca macchiata di sangue e le si scagliava contro, mordendola ad un fianco. Lei, che era ancora in costume da bagno, sentì i denti affondarle in quelli che chiamava amichevolmente “i rotolini dell’amore”, un dolore acuto, bruciante.

Urlò, allontanando il figlio con uno spintone.

Le dita le pulsavano follemente, un dolore che pareva scivolare, come liquido, giù lungo la mano, il braccio, fino al gomito e oltre. La stessa sensazione cominciò ad irradiarsele dal fianco e la testa prese a girarle. Cadde in ginocchio, mentre Rudy tornava all’attacco e la mordeva alla spalla, conficcando con forza i denti nella poca carne sovrastante l’osso. Ma oramai sua madre non riusciva più a sentirlo. Una nausea sconvolgente la prese, la vista cominciò ad offuscarlesi. Sentì di dover vomitare ed un rivolo di bile nera le uscì dalla bocca, gocciolando a terra.

Poi fu solo oscurità.

Le sirene erano state spente, ma i lampeggianti lanciavano le loro rapide luci intermittenti su tutto ciò che li circondava, tingendo di lampi blu il paesaggio. Dom era seduto su uno scalino, intento a sorseggiare una fanta dalla lattina. Luke e Randall erano lì, ma leggermente discosti, impegnati a parlare con un paio di agenti di polizia. Con lui, ancora non avevano voluto parlare.

Il medico legale uscì in quel momento dal terminal e scambiò alcune parole con il tenente Badlam. Lo conosceva perchè aveva già avuto a che fare con lui, quando aveva denunciato degli atti di vandalismo nella zona del porto durante il suo turno di guardia. Graffiti.

«Qui è successo qualcosa di strano, Mike. Il corpo là dentro non è morto a causa del colpo di pistola del guardiano. Ha due fori, uno nella gamba ed uno nella testa, ma sono stati sparati dopo la morte. Più probabilmente – è ancora presto per dirlo – la causa del decesso è lo strangolamento. Perpetrato con qualcosa come una garrotta, capisci cosa intendo.»

Il tenente Mike Badlam annuì.

«Bene. Ti farò sapere qualcosa di più appena potrò. Porto il corpo all’obitorio e ti lascio al tuo lavoro.»

Lui annuì di nuovo.

«Vedrò cos’ha da dire quel ciccione del guardiano.»

«Non strapazzarlo troppo. Se si prende troppa paura, è quasi sicuro l’infarto. Guardalo, ansima anche da seduto. Avrà la pressione alle stelle e il battito cardiaco a mille. Se questo casino non è colpa sua, deve avere una fifa blu. Se invece è colpa sua, probabilmente ne avrà ancora di più.»

«Ok doc.»

Il medico fece un cenno con la testa e si allontanò, mentre Badlam si avvicinava a Dom. Il guardiano lo vide arrivare e sospirò, rassegnato. Ci siamo, pensò.

«Serata movimentata, eh, capo?» cominciò il tenente sedendogli accanto.

«Ci può giurare.»

«Mi vuole dire esattamente cos’è successo là dentro?»

Dom annuì.

«Stavo facendo il mio giro. Verso mezzanotte sono entrato nella biglietteria. Normale routine. Ho notato che Maggie non c’era…»

«Margaret? Era il nome della vittima?»

«Sì, Margaret Hutchinson. Come dicevo, non era allo sportello. Niente di strano, andava spesso in bagno, e questa sera non c’era un cliente a pagarlo oro. Così poteva anche prendersi qualche minuto, no? Così mi sono seduto e ho aspettato un po’. Poi mi sono avvicinato allo sportello e ho notato il sangue.»

«Perchè si è avvicinato allo sportello?»

«Bé, c’è il cestino, dovevo buttare una cartaccia.»

Badlam annuì e gli fece cenno di continuare.

«A quel punto ho contattato Randall con la radio. Gli ho descritto la situazione per quel che potevo notare da fuori e lui mi ha detto di aspettare Luke prima di entrare.»

«Perchè non l’ha fatto?»

Dom sospirò di nuovo. Era proprio quella genialata che minava la credibilità del suo racconto. Perchè cazzo l’aveva fatto?

«Immagino di aver pensato che Maggie potesse essere morente e che non fosse il caso di tardare ancora. Non so bene. Ho semplicemente… trovato giusto farlo.»

Badlam non disse una parola.

«Così,» continuò allora Dom, «sono andato dietro e ho aperto lo sgabuzzino. Margaret era stata seppellita coi cartoni della cancelleria. Ho scostato quella roba e ho tentato di tirarla fuori. Era viva, le ho anche preso la mano per farle coraggio.»

Il guardiano smise di parlare e Badlam lo fissò. Era lì che voleva arrivare.

«E?»

«E… lei ha fatto una cosa strana. Ha cercato di mordermi. Mi ha aggredito e io l’ho allontanata, ma non c’era abbastanza spazio in quello stanzino. Così le ho detto che se ci avesse riprovato le avrei sparato. Lei lo ha fatto e io le ho sparato in una gamba.»

Dom bevve una sorsata di fanta. Era il fondo sgasato, una schifezza.

«E non si è fermata?»

«Nemmeno le avessi fatto il solletico,» confermò lui, «e mentre cercavo di prendere le pillole per il cuore – perchè, lo ammetto, avevo una fifa blu – lei mi è saltata addosso. Mi ha strappato il tesserino, vede?»

Indicò con un dito da omino Michelin la scucitura che aveva sulla giacca della divisa. Badlam notò che, all’altezza del tesserino mancante, mancava anche uno dei bottoni.

«A quel punto ha cercato di mordermi la faccia e io ho messo la pistola tra me e lei e ho fatto fuoco.»

Tacque per alcuni istanti.

«Questa volta è morta.»

Badlam tirò fuori una sigaretta e se l’accese. Offrì il pacchetto a Dom, che rifiutò.

«Grazie, non fumo.»

«Un salutista, eh?» ironizzò il tenente riponendolo in tasca. Tirò una lunga boccata e trattenne il fumo per qualche secondo, soffiandolo poi via dal naso.

«La sua storia è un po’ strana, signor Arroway.»

«Me ne rendo conto.»

«Non mi fraintenda,» aggiunse Badlam agitando la sigaretta in aria, «il fatto che sia strana la rende più realistica. Ci sono un sacco di comportamenti umani, diciamo, nel suo racconto. Solo che alcune cose sono troppo fuori dalla norma. Lei afferma che la ragazza era viva, quando lei le ha sparato. Eppure ci risulta che i fori di proiettile siano postmortem. Come lo spiega?»

Dom scosse il capo.

«Non ha nessun senso. I morti non camminano.»

«Infatti. La morte è avvenuta a causa dello strangolamento. Avrà notato il segno, immagino.»

«Sarebbe stato difficile il contrario.»

«Ora le farò esaminare le mani e faremo alcuni controlli. Certo, potrebbe avere usato dei guanti. Se fosse, li troveremo. Non sappiamo ancora se ci sia stato abuso sessuale. Lei, ad ogni modo, non potrà allontanarsi dalla città per qualche giorno, chiaro? Se ci prova, la sbatto dentro. Per ora si consideri in libertà vigilata.»

«D’accordo.»

Dom era sollevato. Non aveva alcun interesse ad uscire da Basseterre e l’idea della prigione lo spaventava. Doveva essere scomodissima, gli altri galeotti sicuramente gli avrebbero fatto fare una vitaccia… e di certo il cibo era pessimo. Era innocente ed era convinto che le prove l’avrebbero confermato.

«Sono certo che i vostri esami confermeranno il mio racconto.»

«Me lo auguro per lei, signor Arroway.»

Badlam buttò il mozzicone di sigaretta, oramai consumato fino al filtro, si alzò, si spazzolò i pantaloni con le mani e lo salutò, allontanandosi.

L’ambulanza correva a sirene spiegate verso l’ospedale di Basseterre. Giuda era assicurato con delle cinghie alla barella, in stato di semi-incoscienza. Vedeva sopra di sé dei volti estranei, ma non era in grado di percepire chiaramente ciò che gli accadeva intorno. L’unica sensazione che riusciva a provare era una sorta di dolore diffuso ma marginale, come al limitare della sua capacità percettiva. Tutto era così confuso. Ogni volta che l’ambulanza prendeva una buca o un rallentatore di velocità o eseguiva una sterzata troppo brusca, tutto ciò che lo circondava ondeggiava e si sfocava ed una stilla di quel dolore periferico veniva ravvivata per un attimo, pugnalandolo, per poi tornare nel limbo da cui proveniva.

Ad un certo punto si sentì come sollevare ed il paesaggio sopra di lui prese a scorrere rapidamente: uno spicchio di cielo notturno, nero e senza stelle, chiome di alberi, un soffitto bianco affiancato da lampade al neon. Voci incomprensibili, ordini secchi, domande concise. Una maschera gli venne calata sul volto e tutto divenne ancor più indefinito, facendolo scivolare dalla realtà al sogno con delicatezza, senza apparenti interruzioni.

L’infermiera Angela, tale da un mese e quindi nel pieno dell’entusiasmo lavorativo che può avere solo una ventiseienne, rimboccò le coperte all’ultimo arrivato. Uomo di mezz’età, moro, capelli corti, barba di un giorno, volto anonimo. Gli avevano ricucito due fori in un braccio, apparentemente provocati da un trapano, rimesso a posto tre dita spezzate e una spalla lussata dalla caduta. Per sua fortuna, se così si poteva dire, tutti i danni erano stati riportati dal braccio destro, così che per lo meno il sinistro fosse ancora efficiente e pienamente utilizzabile.

Angela uscì dalla camera e si avviò lungo il corridoio, scorrendo mentalmente i pazienti rimasti da visitare per quel turno. Tre porte più in là entrò in un’altra stanza, dove un uomo che aveva avuto un incidente sul lavoro giaceva, privo di sensi, da quasi otto ore. La testa gli si era tutta storta da un lato e la ferita alla tempia, coperta da una garza, era rimasta schiacciata contro il cuscino. L’infermiera gli raddrizzò gentilmente il capo e gli sprimacciò il cuscino. Fece per uscire dalla stanza ma, in quel momento, il monitor collegato al paziente passò dal ritmico bip bip bip ad un unico suono acuto e prolungato.

Subito nella stanza apparve Betty, la sua collega di turno, e meno di un minuto dopo il dottor Bradly, accompagnato dal suo assistente.

«Arresto cardiaco» commentò tra sé e sé il dottore, affaccendandosi attorno al letto del paziente.

In quel momento un bip solitario risuonò nella stanza. Il paziente spalancò gli occhi e cominciò ad agitarsi nel letto. Un altro bip increspò la linea scorrevole sul monitor, ben distanziato dal precedente, e comunque con un picco decisamente troppo basso.

«Fermo, tenetelo fermo!»

Le due infermiere e l’assistente bloccarono il paziente, che cominciò a scuotere la testa con violenza. La mascherina dell’ossigeno si appannò di colpo e ne scaturì un roco lamento amplificato dalla plastica. Il monitor segnalò un altro battito cardiaco.

«Ma che…» commentò il dottore fissando il segnale piatto. Senza capire, estrasse di tasca una siringa con la punta tappata da un cilindretto di plastica, lo levò coi denti e fece un’iniezione di calmante al paziente nel braccio.

«Questione di pochi secondi e si darà una calmata,» commentò tranquillo. Diede una manata sopra al monitor, pensando – come gli uomini di un tempo – che questo potesse in qualche modo farlo funzionare meglio. Ci un solo bip isolato, poi di nuovo la linea continua.

«Questo affare ha smesso di funzionare. Bisognerà segnalarlo in amministrazione. Figurarsi…»

«Dottore,» disse tra i denti Angelica, «il paziente non si sta affatto calmando.»

Bradly si sollevò gli occhiali fin sopra la testa, incastrandoli, strizzò gli occhi e guardò da vicino il paziente che si agitava ancora. Aveva gli occhi appannati  e venati di sangue, che saettavano rapidi da una persona all’altra.

«Qui c’è un’anomalia oculare che non mi piace. Forse causata dal trauma cranico. Devo consultarmi col dottor Pibleton, lui è specializzato in neurologia.»

Il paziente parve rilassarsi per alcuni istanti e le infermiere si azzardarono a lasciargli le gambe e il braccio destro. L’assistente, invece, intento ad ascoltare il dottore, continuò a stringergli il sinistro.

Bip.

Il paziente si tolse di colpo la mascherina dal volto, ruotò la testa verso sinistra e tirò contemporaneamente verso di se l’assistente, che ancora attaccato a lui fu trascinato verso le sue mandibole.

«Ah, bastardo! Mi ha morso!»

L’assistente ritirò una mano marchiata dai denti, un arco che andava dalla nocca del mignolo alla giuntura dell’ulna con il carpo. Il segno era profondo e da alcune depressioni – quelle corrispondenti ai canini – cominciò a stillare lentamente del sangue.

«Il calmante gli ha fatto un baffo. Sarà meglio usare qualcosa di più forte. Jack, Betty, Angela, tenetemelo fermo, per cortesia. Con attenzione. Un morso è più che sufficiente.»

«Ci puoi scommettere» borbottò Jack stringendo con forza il braccio del paziente, che continuava ad agitare la testa con la bocca spalancata.

Il dottore estrasse una nuova siringa dal camice e si avvicinò al lettino. Si chinò sul braccio destro, cercò la vena e fece una nuova iniezione.

«Ecco fatto. Con una dose così massiccia non può resitere per più di un minuto.»

Jack vacillò, ma nessuno se ne accorse.

«Bisognerebbe rimettergli la mascherina.»

«Io non lo faccio» disse Betty decisa.

«Angela?» fece il dottore con le sopracciglia alzate.

La giovane infermiera sospirò.

«Sì, dottore.»

Jack lasciò andare il braccio e cadde all’indietro, agitando le proprie per mantenere l’equilibrio, ma senza successo. Rovinò contro la piantana per flebo e se la trascinò a terra, mentre il mondo intorno a lui diventava sempre più buio.

«Jack!» urlò una voce da qualche parte sopra di lui.

Il paziente tentò di mordere anche Betty, che con uno strillo lo lasciò andare e fece un balzo indietro.

«Suonate l’allarme della camera!»

Jack tentò di alzarsi, cadde in ginocchio e vomitò un getto di bile scura a terra.

«Mio Dio!»

«Cosa cazzo succede?»

«Attenta, si è alzato!»

Bip fece la macchina, indifferente.

Esteban aveva oramai rinunciato a respirare attraverso il collo della maglietta. Per quanto questa odorasse di terra e diserbante, non riusciva comunque a filtrare l’acre odore di sporcizia che il senzatetto russante emanava. Gli scoccò un’occhiata, indovinando a malapena fattezze umane in quel fagotto di vestiti sovrapposti e laceri, da cui una barba grigia e scarmigliata spuntava da un lato dove non si sarebbe mai sospettato un volto. Avrebbe volentieri schiacciato un sonnellino anche lui, così da non sentire l’afrore di sudore, piscio e fermentazione almeno per un po’, ma il suo compagno di cella russava talmente stentoreamente da impedirgli persino quel lusso.

Alla fine lui e Cindy avevano chiamato la polizia. Cosa avrebbero potuto fare altrimenti? Gli agenti, che erano stati lì non più di un’ora prima per quell’uomo malmenato e buttato giù da una finestra, erano stati estremamente cortesi con loro, nonostante la situazione. Avevano posto alcune domande, preso appunti e poi li avevano accompagnati fino alla stazione di polizia, dove li avevano divisi. Lui era finito in una delle celle per ospiti temporanei – senzatetto, ubriaconi del weekend, individui di cui andava confermata l’identità – e Cindy era stata accompagnata in una stanza per interrogatori.

Non c’erano orologi nella cella, ma Esteban pensava fossero trascorse almeno tre o quattro ore. Difficile a dirsi, ad ogni modo, se non per la certezza che fosse notte fonda.

Era tristemente consapevole dell’assurdità del racconto che lui e la ragazza avrebbero tirato fuori e, benché le loro versioni sarebbero certamente coincise, quale poliziotto avrebbe mai creduto a quella storia? Cannibali, zombie, cos’erano quelle cose? Perchè proprio a lui? Con tutti gli statunitensi impallati di morti viventi e post-apocalisse che c’erano, doveva accadere ad un placido giardiniere messicano sul punto di uscire con la ragazza dei suoi sogni?

Si passò un’altra volta la mano sui pantaloni. Quando era arrivato alla stazione di polizia, il suo compagno di cella era sveglio e gli aveva stretto allegramente la mano. Si era presentato come Ernie, o qualcosa che suonava tale nel biascicamento che aveva emesso, e un alone scuro gli era rimasto sul palmo, nonostante fosse già sporco di terra e sangue. Disgustoso.

Mentre era immerso in questi cupi pensieri il senzatetto emise un gorgoglio, si girò su un fianco, mollò una potente scoreggia e smise di colpo di russare.

Esteban rimase immobile, l’improvviso silenzio quasi minaccioso. Il fetore era tale che l’ultima esibizione di Ernie non era nemmeno odorabile, ma non era quello a preoccuparlo. Sarebbe stato ironico se, proprio mentre era lì, quel barbone avesse deciso di tirare le cuoia. Giusto per farlo guardare con maggior sospetto.

Come a volerlo sollevare dai suoi dubbi, Ernie tossì con un rumore catarroso e si grattò una parte indefinita del corpo. Fremette un paio di volte, come in sogno, si girò sulla schiena e si tirò a sedere sulla branda.

«Ehi amico,» tentò Esteban, «fatto un buon sonno?»

Ernie si voltò verso di lui, facendosi scivolare sulla schiena i vestiti ammonticchiati sulla testa a mo’ di cappuccio, ed il ragazzo si rizzò di scatto in piedi. Gli occhi che lo fissavano non erano più quelli amichevoli e ammiccanti del senzatetto che gli aveva stretto la mano, ma due pallide chiazze celesti prive d’emozioni.

«Oh, merda!»

Esteban picchiò contro le sbarre della cella, tentando di attirare l’attenzione dell’agente di guardia.

«Aiuto! Aiuto!»

Ernie si guardò i piedi, come indeciso su come alzarsi.

«Agente!»

Il poliziotto in borghese che stava nella stanza accanto, presumibilmente intento a compilar scartoffie – il che avrebbe fatto venire il buonumore a chiunque, a quell’ora della notte – arrivò con tutta calma.

«Che succede?» chiese con voce annoiata.

Ernie si alzò in piedi, vacillò in avanti, quindi all’indietro e si stabilizzò.

«Mi faccia uscire!»

«Senti messicano,» rispose l’agente con tono infastidito, «non creare rogne. Stai buono buono, vuoi?»

Ernie fissò Esteban con sguardo famelico e riempì lo spazio che li separava in due brevi passi, tentando di azzannarlo. Il ragazzo balzò da un lato e il senzatetto cozzò con un rumore sordo contro le sbarre.

«Il mio compagno di cella!»

L’agente strizzò gli occhi, come se non ci vedesse bene, e guardò incredulo la scena: un messicano che saltellava come un grillo per la cella per evitare un barbone puzzolente che cercava di mordergli il culo.

«Che diavolo, Ernie! Ti pare il modo di comportarti?»

Non ci fu reazione alle sue parole.

«Ti avverto, Ernie, se non la pianti immediatamente sarò costretto ad entrare lì dentro e darti due manganellate.»

«Aiuto, aiuto!» strillò Esteban.

«Bene, l’hai voluto tu.»

Il poliziotto sparì per pochi secondi e riapparì con le chiavi della cella ed un lungo manganello. Aprì la porta e  lo calò con precisione sulla schiena del barbone, senza ottenere un risultato apprezzabile. Tentò allora sulla nuca e l’unica cosa che ottenne fu di richiamare l’attenzione di Ernie, che smise di inseguire Esteban e si rivoltò contro di lui.

«Cazzo!»

L’agente scaraventò a terra il senzatetto, fece cenno ad Esteban di uscire dalla cella e lo seguì a sua volta, chiudendola nuovamente a chiave. Ernie si alzò faticosamente, li fissò senza espressione e cozzò contro le sbarre, tendendo le mani attraverso ad esse, cercando di afferrarli.

«Questa il tenente deve proprio vederla» commentò l’agente, scortando Esteban in ufficio.

Pietro Soman


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