L’isola – capitolo 04

di Pietro Soman


Era tutto diverso da come ricordava. Anzi, ogni istante che passava ciò che era stato appariva sempre più confuso e distante. Le luci… tutte quelle luci… Non c’era più oscurità, ma solo un complessivo baluginare dai colori elettrici: blu, rosso, bianco, verde. Tutto pareva vivo ma, allo stesso tempo, sapeva che non lo era. Il dolore alla testa, terribile nei primi istanti del risveglio, era completamente sparito. Il suo corpo era leggero, a malapena lo avvertiva ed un’unica, preponderante sensazione soverchiava qualunque altro possibile pensiero: fame. Un’immensa fame, ancestrale, tanto grande da rendere impossibile pensare che potesse essere saziata.

Il corpo morto che un tempo era stato Samuel Lack, tassista di Basseterre, non aveva più identità. I suoi ricordi erano prossimi a sparire del tutto. La sua umanità, la sua morale, le regole che tutto muovevano nel mondo dei vivi non avevano più alcun senso.

Per un paio di minuti guardò solamente davanti a sé, fissando i colori attraverso il parabrezza. Un forellino circondato di crepe era proprio davanti ai suoi occhi, causato dal proiettile fuoriuscito dalla sua bocca attraverso gli incisivi, che aveva perso al passaggio del piombo. Aveva una vertebra cervicale incrinata, la gola forata, un tendine del collo spezzato che lo costringeva a tenere la testa reclinata a sinistra, ma il cervello era illeso. Il suo corpo era morto, ma quello nuovo poteva sopportare ferite ben peggiori.

Guardò a sinistra, dove le navi ondeggiavano placide nell’acqua del porto, e in quella profusione di azzurro e bianco un puntino rosso, arancione e verde si mosse a scatti, poco distante da lui.

Batté una mano sul vetro del finestrino, facendolo tremare. Vi poggiò la fronte contro, tentando di passare, ma senza successo. Ve la sbatté due, tre, otto volte. Ad un certo punto una scintilla, forse un ricordo, forse un impulso automatico rimasto inciso nel suo cervello per essere stato eseguito migliaia di volte, emerse. Con le dita rattrappite ad artiglio tentò maldestramente di afferrare la maniglia della portiera e dopo alcuni tentativi vi riuscì.

E adesso?

Rimase per quasi un minuto immobile in quella posizione, mentre nella biglietteria Bill Smoke trascinava la ragazza nello sgabuzzino. Quindi un nuovo impulso gli pervase quella mente lineare, quel pensiero unico e puntiforme circondato da un’aura famelica, e tirò verso di sé. La portiera si aprì.

Fuori dall’auto spirava una leggera brezzolina. Sam non se ne accorse, ma avvertì gli odori che portava con sé, incredibilmente amplificati e catalogati secondo il suo interesse. Smog, salsedine, fritto… nulla lo interessava, nè nel bene nè nel male. Ma sentiva qualcos’altro. Sentiva… carne.

Il puntolino dai caldi colori era ancora là, che scattava da un angolo all’altro, senza rimanere fermo mai più di pochi secondi. Si avviò verso di esso, un po’ incerto nella sua nuova andatura, gli impulsi elettrici dal cervello ai muscoli incompleti o mal diretti. Se lui fosse stato un uomo, il topolino che aveva individuato sarebbe fuggito di filata. Ma essendo lui morto, forse rappresentando una novità per l’animale o forse perchè il suo odore non rappresentava un pericolo per lui, non lo fece fuggire.

I suoi occhi non vedevano più nitidamente come prima, ma quando si chinò sul roditore distinse comunque gli occhi, illuminati di verde, il pelo blu quasi quanto il paesaggio circostante, un alone rosso appena sotto di esso. Allungò incerto una mano e lo afferrò, traendone uno squittio di sorpresa o paura. Lo fissò per un istante, quindi con un morso gli staccò la testa e la inghiottì intera.

Prelibato! Con due rapidi morsi terminò l’antipasto. Si risollevò in piedi, già dimentico di aver appena mangiato, e si guardò attorno, in cerca di qualcosa di più sostanzioso.

Dom era stanco e affaticato. Con i suoi quasi cento chili per nemmeno un metro e settanta di statura, si poteva dire fosse realmente più largo che alto. Procedette ansimando su per i tre scalini che sopraelevavano la biglietteria del terminal dal marciapiede, si fermò per alcuni secondi a riprendere fiato ed aprì la porta di vetro.

Margaret non era al suo posto. Di nuovo al bagno, probabilmente. Quella ragazza si sarebbe dovuta far visitare, per i suoi ventotto anni andava decisamente troppo spesso a pisciare.

Dom si sarebbe volentieri seduto per qualche minuto, ma i sedili della sala d’attesa erano così dannatamente bassi e piccoli. Gliene servivano almeno due e la cosa non era affatto piacevole.

Lanciò un’occhiata all’orologio digitale appeso al muro, sopra lo sportello dove si sarebbe dovuta trovare Margaret. Mezzanotte meno dieci. Ancora sei ore di lavoro. Possibile che fosse cominciato il suo turno solo due ore prima? Gli pareva di essere in giro per il porto da tutta la notte. Estrasse di tasca un fazzoletto formato tovaglia e se lo passò sulla fronte brillante di sudore. Faceva davvero un caldo mostruoso. Colpa dello stupido effetto serra. Quando aveva cominciato a fare quel mestiere, dodici anni prima, d’estate non soffriva a quel modo. Non gli passava nemmeno per l’anticamera del cervello che, a quei tempi, pesava almeno trenta chili di meno.

Si guardò attorno, cercando un movimento. Niente. Altro che pisciata, Margaret doveva essere andata di nuovo a mangiare al Bobby’s. Quel posto faceva una pizza terribile, che ti faceva letteralmente cagare addosso. Si chiedeva come mai la gente si ostinasse ad andarci. Forse masochismo, chissà.

Ripose il fazzoletto e tirò fuori un sacchetto di carta da un’altra tasca. Lo aprì e ne cavò una ciambella glassata di rosa, cui diede un gran morso.

Ah, buona, altro che quella pizza.

In due soli morsi terminò la ciambella e ne attaccò un’altra, stavolta glassata di arancione. La prima era normale, giusto per scaldarsi un po’, ma questa era farcita alla crema. Che lussuria!

Trangugiò anche la seconda bomba calorica, si ciucciò rumorosamente le dita e si avvicinò al banco della biglietteria, dove si trovava il cestino della carta. Serata fiacca, quella. Nemmeno un cliente in vista. Oh, bé, tanto pagava l’azienda dei traghetti, non era un suo problema, giusto?

Gettò il sacchetto appallottolato nel cestino ed allungò lo sguardo dall’altra parte dello sportello. Forse Margaret aveva lasciato lì il suo pad. Non si sarebbe certo offesa se ci avesse giocato un po’ prima che tornasse.

Fu allora che vide il sangue schizzato sul divisorio trasparente. Perplesso, vi si poggiò contro e guardò dall’altra parte: la scrivania era striata di rosso e anche la sedia ne era sporca. Una scia di goccioline scarlatte spariva nello sgabuzzino, chiuso.

«Che cavolo è successo qui?» disse ad alta voce.

Sbottonò la fondina, in modo da poter afferrare rapidamente la pistola d’ordinanza, prese la radio e premette il pulsante di trasmissione.

«Qui Dom. Ci sei, Randall?»

Scarica elettrostatica. Bip.

«Ti sento, Dom. Che succede?»

«Margaret non è allo sportello. La sua postazione è sporca di sangue. I segni indicano che è stata trascinata nello sgabuzzino.»

Bip. Scarica elettrostatica, questa volta un po’ più lunga. Bip.

«Ricevuto, Dom. Mando subito Luke a darti una mano.»

«Io vado a dare un’occhiata, Randy.»

Bip.

«Negativo, Dom. Conosci il regolamento. Se non ci sei costretto, non devi iniziare un’azione potenzialmente pericolosa senza appoggio.»

«Ok Randy, ok.»

Dom riagganciò la radio alla cintura, tentennò per qualche istante e passò la scheda magnetica nella serratura elettronica. La lucina si accese di verde e con un ronzio il cilindro ruotò, facendo scattare l’anta. Dom la spinse ed entrò nello stretto corridoietto che collegava i tre cubicoli che fungevano da biglietterie. In tutta la sua carriera non ne aveva mai viste più di due aperte contemporaneamente. Con una mano sulla fondina aprì anche la porta dello sgabuzzino e sbirciò dentro. La luce al neon era accesa. Le goccioline non erano più visibili.

Dom entrò fino a trovarsi al centro dello stanzino, occupando interamente lo scarso spazio tra la fotocopiatrice e la pila di scatole di cartoleria. Si grattò la testa, indeciso sul da farsi.

Un tonfo sordo attirò la sua attenzione. Un paio di scatoloni vibrarono.

Dom, rendendosi conto che qualcuno vi si trovava sotto, ne tolse un paio, sentendo il cuore che accelerava di botto per lo sforzo inaudito, ed un braccio lentigginoso emerse tra i cartoni.

«Merda!»

Dom accelerò, scostando gli scatoloni più rapidamente. Emersero le gambe ed il petto di Margaret, la divisa grigia inzaccherata di sangue. Una mano sporca si agitò e Dom la prese, mentre finiva il lavoro.

«Resisti Maggie!»

La mano rimase mollemente nella sua mentre anche l’ultimo scatolone veniva tolto, rivelando il volto della ragazza, bluastro, il collo inghirlandato da un secondo sorriso vermiglio. I suoi occhi, da fissi che erano, si spostarono su di lui e la mano che stringeva di colpo lo afferrò, tirandolo.

Dom fu preso così alla sprovvista che sarebbe caduto in avanti, dritto tra le braccia della ragazza, non fosse stato per il suo enorme peso. La forza della defunta Margaret, infatti, non era sufficiente a smuoverlo dal suo posto. Lo strattone la aiutò però ad issarsi per metà in piedi e le sue mascelle scattorno ad un soffio dal braccio del guardiano, che spaventato fece un piccolo salto all’indietro, lasciandola andare. Margaret ricadde all’indietro, tra i cartoni, con una specie di ringhio.

«Cristo, ma che fai!»

La ragazza si alzò lentamente in piedi, sbilenca, e fece un paio di passi verso di lui. Non c’era più spazio per arretrare nello sgabuzzino.

«Ti avverto, Maggie, stai indietro! Non costringermi a spararti!»

Lei gli si lanciò contro, tenuta parzialmente a distanza dal ventre prominente, e tentò di arpionargli il volto con tale forza da strappare il suo tesserino di riconoscimento dalla giacca della divisa e facendo persino saltar via un bottone.

Dom la allontanò con uno spintone, ansimando più che mai. Infilò una mano in tasca e ne estrasse un flaconcino, ma non ebbe il tempo di estrarne le pillole per il cuore. Un nuovo assalto della ragazza lo costrinse a respingerla ancora più brutalmente e le sue pulsazioni superarono pericolosamente le centoquaranta al minuto.

«Ultimo avvertimento! Indietro o sparo!»

Margaret scattò in avanti. Dom estrasse rapido la pistola dalla fondina e sparò un colpo nella gamba della ragazza. Senza nemmeno rallentare, Margaret gli si lanciò contro, facendolo vacillare, gli afferrò un braccio e affondò le dita nella massa adiposa, facendogli male. Fece per morderlo, ma il guardiano riuscì ad interporre la canna dell’arma tra loro e a far fuoco.

Il proiettile passò senza ostacoli tra le mascelle spalancate e spappolò il cervelletto, trapassando i tessuti e piantandosi nel muro retrostante.

La ragazza si afflosciò tra le sue braccia e scivolò fino a terra, scompostamente. Dom prese due pillole per il cuore e le buttò giù. Brutta faccenda, quella. Prese la radio e si mise in comunicazione.

«Randy. Qui è scoppiata una bella merda.»

La detonazione di una pistola.

Bill Smoke voltò la testa verso l’edificio dove aveva ucciso la ragazza, sorpreso. Lo scafo ondeggiante di una nave lo copriva quasi interamente alla vista e da quella distanza non poteva scorgere alcunché, ma era preccupato. Con quel trambusto il suo contatto non si sarebbe di certo fatto vedere. Non per quella notte, perlomeno.

Bestemmiò, continuando a camminare lungo la banchina alla ricerca del tassita che credeva di aver eliminato. Ma cosa stava succedendo in quel posto?

Una sagoma era chinata tra una pila di cime arrotolate ed una boa gettata sulla banchina. Smoke si avvicinò con cautela, la pistola non visibile sotto la falda della giacca ma in pugno. Se non fosse stato necessario, sarebbe stato meglio evitare di fare altri morti. C’era già abbastanza casino.

Non era a dieci metri dalla sagoma che questa alzò di scatto il capo, annusando l’aria. Smoke si fermò, sentendo un brivido gelato lungo la schiena senza comprenderne la ragione. La testa di chi stava annusando si voltò verso di lui e lo fissò per alcuni secondi, immobile; quindi si alzò in piedi con lentezza e cominciò ad avanzare verso di lui, lentamente. Trascinava un piede, come se avesse avuto la gamba rigida. La semioscurità era troppo fitta per poter indovinare le fattezze dell’altra persona.

«Salve!» esclamò con tono amichevole, avvicinandosi anch’egli di qualche passo, «So che non dovrei essere qui, ma temo di essermi perso. Mi saprebbe per caso dire…»

Le parole gli morirono in gola quando la sagoma fu sufficientemente vicina perchè se ne indovinassero i tratti. Riconobbe immediatamente il tassista cui aveva sparato, il viso stravolto, gli occhi bui, la bocca imbrattata di sangue.

«Cristo Santo…»

Smoke arretrò di un paio di passi, estraendo la pistola. La puntò dritta al cuore e sparò due colpi. Flop flop risuonò il silenziatore e il tassista sussultò entrambe le volte. Due forellini neri si disegnarono uno a fianco all’altro, sul pettorale sinistro, ma questo parve non fermarlo. Non ne uscì nemmeno una goccia di sangue.

Smoke serrò la mascella, alzò la canna e gli piantò un proiettile in mezzo agli occhi, scaraventandolo supino. Rimase per quasi un minuto immobile, osservando il corpo, sfidandolo a rialzarsi. Non accadde.

Rinfoderò la pistola, non sapendo bene cosa pensare. Aveva fatto ciò per cui era uscito dal terminal, ma non sapeva spiegare quel che era appena accaduto. Non poteva inoltre trascinare il corpo, come aveva progettato, nello sgabuzzino, perchè di sicuro era oramai pieno di gente, dopo lo sparo che aveva sentito. Gli era parso di udirne anche un secondo, ma non ne era certo.

Si avvicinò al cadavere, vi si chinò sopra e lo scrutò, gli occhi strizzati per distinguere bene i particolari con la scarsissima luce. Come cazzo aveva fatto a sopravvivere? Adesso i tassisti di Basseterre andavano in giro col giubbotto antiproiettile? Aprì con malagrazia la camicia del morto, strappando un paio di bottoni, e constatò che sotto era a petto nudo. I due fori dei proiettili erano lì, perfettamente circolari, bruciacchiati sui bordi, asciutti come se non vi fosse stato sangue che scorreva. Come se avesse sparato ad un morto.

Quello che una volta era stato Jim si trovava nel bagno, immobile, in piedi al centro della stanza. Era voltato dall’altra parte rispetto alla porta della stanza ed Esteban lo poté vedere solo di spalle. Con il punzone in mano, stando ben attento a non farsi cogliere di sorpresa, si schiarì la voce.

Subito Jim si voltò, rivelando un volto scarnificato, senza occhi, naso né labbra, di un vivido rosso, i denti scoperti come in un ringhio fisso. Esteban soffocò un’imprecazione.

«Ehi, amico, tutto… ehm… tutto bene?»

La domanda suonava stupida persino alle sue orecchie.

L’uomo non rispose, tendendo in avanti le mani come un cieco e facendo qualche passo verso la sua voce. Si sentì un rumore di aspirazione, come di qualcuno che annusa, ed i brandelli di pelle attorno a ciò che rimaneva del canale olfattivo di Jim tremolarono, mentre l’aria vi entrava con forza.

«Signore?»

Jim si lanciò in avanti con discreta rapidità, mancando Esteban di due palmi e cozzando contro le piastrelle a muro, inghirlandandole di rosso. Il ragazzo gli sferrò un calcio al retro del ginocchio, facendolo abbassare di mezzo metro mentre tentava di recuperare l’equilibrio, e quando fu all’altezza del suo petto affondò il punzone metallico in un orecchio, con forza. Il corpo dell’uomo fu percorso da un brivido e si rilassò, cessando di muoversi. Nel cadere si tirò dietro il punzone, che ancora stretto nella mano di Esteban fuoriuscì dal cervello con un suono viscido.

«Tebi!» lo chiamò Cindy da fuori. Non aveva ancora avuto il coraggio di entrare nella camera.

«Tutto bene!» le urlò lui, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal corpo immobile. In pochi minuti era passato da tranquillo giardiniere a colpevole di duplice omicidio. Eppure sentiva dentro sé, come un’innegabile verità, che se non fosse stato lui ad uccidere allora sarebbe morto egli stesso, al loro posto.

Uscì dalla camera lentamente, lasciando cadere il punzone a terra, e non affrontò lo sguardo di Cindy. Le passò accanto guardando in basso. Aveva la mano destra lorda di sangue ed usò la sinistra per estrarre il cellulare di tasca.

«Cosa stai facendo?» gli chiese lei.

«Chiamo l’ambulanza. E la polizia.»

Lei scosse la testa, una smorfia sulle labbra color cioccolato.

«Sarai accusato di omicidio, Tebi.»

«Lo so, ma che posso fare? Andarmene e far finta di niente? Quando troveranno questo macello chiameranno comunque la polizia e quanto pensi impiegheranno per risalire a me? Ci saranno le mie impronte ovunque, oramai.»

«Hai dovuto! Per difenderti!»

«E cosa posso dire? Che erano impazziti e non ho potuto evitarlo? Che temevo di essere morso da loro, dato che ci hanno provato, perchè pensavo… ah, è ridicolo!»

«Cosa pensavi?»

«Niente! Hanno cercato di mordermi!»

«Pensavi che se ti avessero morso, saresti diventato come loro» concluse allora lei per lui.

Esteban la guardò. Annuì a metà, poco convinto.

«Sembra assurdo, ma è così.»

«Come nei film dell’orrore. Gli zombie ti mordono e tu diventi come loro.»

«Questa è una cazzata bella e buona! Gli zombie non esistono! Questa è la realtà, non un filmaccio!»

Lei non rispose, ma il suo sguardo valeva più dei suoi pensieri, in quel momento.

Pietro Soman


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