The Zombie Diaries – recensione

di Michele Borgogni


The Zombie Diaries è un film inglese del 2006, scritto e diretto da Kevin Gates e Michael Bartlett… ed è la dimostrazione di come chiunque, con un minimo di inventiva, può riuscire a mettere in piedi un film di zombie. E’ una cosa positiva o no? Scopriamolo… continuando nella lettura sotto la locandina!

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The Zombie Diaries è un film di zombie girato alla maniera di The Blair Witch Project. Solo, in tre parti. Tre diversi gruppetti di sopravvissuti, tutti muniti di telecamera per girare “documentari” o video-diari su ciò che sta succedendo, fanno del proprio meglio per cercare di sopravvivere all’apocalisse zombie. Ce la faranno?

Il film, ovviamente, dimostra fin dai primi minuti la sua anima indie. In altre parole, si vede che è fatto con due lire… l’uso della camera a mano è un mezzuccio scontato per tentare di mascherare quanto possibile i limiti di budget. La sensazione è che i due registi una camera professionale non se la sarebbero potuta permettere… come non si sarebbero potuti permettere dei veri attori. Il cast è messo insieme un po’ alla bell’e meglio, protagonisti più o meno decenti e un insieme di comparse non troppo credibili. Nessuno spicca per una recitazione particolare, nessuno è davvero indecente. Livello medio… o forse sarebbe meglio dire mediocre. Ma finché il film (o meglio, gli episodi) si dipanano in situazioni di relativa calma, tutto sommato, la cosa è accettabile.

Il primo episodio segue quattro giornalisti che cercano di filmare un servizio sull’epidemia che sta scoppiando. Si muovono da Londra verso la campagna, per intervistare un agricoltore che ha dovuto sopprimere tutte le proprie galline… ma la fattoria è deserta. O così pare. L’inizio del film è la parte migliore, l’uso della camera è tutto sommato giustificato e la musica azzeccata contribuisce a tenere alta la tensione. Si sente che qualcosa sta per succedere e si resta in attesa.

Poi arrivano gli zombie… e il film, ahimè, crolla.

La conclusione del primo episodio ed i successivi fanno dormire. Primo, perché l’uso della camera confusionaria era accettabile nel 1995, non nel 2006 e non certo ora. Le immagini sono di pessima qualità (imparare da REC), gli attori ce la mettono tutta per trasmettere tensione… senza riuscirci, e soprattutto… gli zombie sono penosi.

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Notare le costole disegnate sulla camicia

 

Non si pretende la perfezione. Non serve un trucco esagerato. Ma come dicevo prima il film è del 2006, e non può pretendere di spaventare con dei morti viventi che non avrebbero fatto paura neanche ai tempi del primo Romero. Ok gli zombie lenti, ma questi sono totalmente fermi… Un bambino con una pistola ad acqua avrebbe potuto evitarli senza problemi. E invece, si scopre, i morti viventi hanno invaso tutta l’Inghilterra… MA COME???

Il film, scopro, si è guadagnato un piccolo seguito di culto. Composto da amanti dell’orrido (e non dell’orrore!), immagino, visto che i motivi di interesse della pellicola si limitano a questa primissima parte dove – alla fine – non succede niente. Nel resto del film i personaggi sono assurdi o scialbi (specialmente nel terzo capitolo “The Survivors”), i registi non ci mettono niente di loro, il gore è assente… a che serve un film così?

Gli stessi due registi hanno girato un seguito quattro anni dopo, solitamente considerato molto superiore al primo capitolo. L’ho recuperato, ma non ho ancora avuto il coraggio di vederlo… intanto se proprio volete farvi del male The Zombie Diaries non mi risulta disponibile in lingua italiana, ma il gruppo di traduttori di ItalianShare ha reso disponibili anni fa i sottotitoli! Cercateli in giro.

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Mi sento le palpebre pesanti…

Gli zombie: pessimi. Pessimo trucco. Lenti… lentissimi… assolutamente non minacciosi. I protagonisti hanno sempre il tempo di prendere la mira mooolto a lungo, quelle poche volte che sparano (almeno questo giustamente, visto che in Inghilterra le armi da fuoco non si trovano nei supermercati). Bocciati su tutta la linea.

Giudizio finale: no. Cazzo, io guarderei qualsiasi film con gli zombie… ma questo no. Non è neanche brutto abbastanza da diventare bello. E’ solo… brutto.


Michele Borgogni


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