L’isola – capitolo 01

di Pietro Soman


 

Rapido, Giuda sbatté la ventiquattrore sul letto della sua camera e armeggiò febbrilmente con la chiusura, incastrandosi con le dita per l’urgenza. La spalancò, ne estrasse la biancheria ancora munita di adesivo del produttore, il lettore mp3, l’agenda immacolata ed infilò l’indice in un forellino dell’imbottitura, staccandola dalla sua sede. Davanti a lui apparve una cartellina gialla, priva di etichetta, così sottile da non poter contenere più di alcuni fogli o fotografie. Si guardò attorno, cercando un posto insospettabile dove nascondere il suo segreto, e non poté fare a meno di notare il foro largo un palmo, coperto da una griglia, contenente la ventola dell’aerazione. Si trovava poco sopra la sua testa, seminascosta dall’angolo della libreria ricolma di depliant turistici dell’isola.

Trascinò una sedia sotto al foro, vi montò e tirò con cautela un angolo della griglia, che si rivelò cedevole ed elastica. Non si ruppe, ma si piegò quel tanto che bastava al suo scopo. Scese dalla sedia, estrasse i documenti dalla cartellina e li arrotolò strettamente, formando un sottile cilindro che infilò agevolmente nell’apertura che aveva creato. A quel punto premette anche un fazzoletto nella ventola, con un certo sforzo, in modo che questa, girando, rimanesse bloccata e non spostasse i documenti. Ciò fatto riportò la sedia al suo posto, si poggiò di peso contro la libreria e riuscì a spingerla quel tanto che bastava perché celasse del tutto alla vista il foro per l’aerazione.
Bene, pensò soddisfatto, praticamente impossibile da trovare.
Si rilassò, estrasse di tasca un paio di pillole e le buttò giù masticandole appena, senza un sorso d’acqua. Quello stupido cane, all’aeroporto, l’aveva quasi beccato per colpa di quelle caramelline; sarebbe stato un bel guaio se a causa di esse lo avessero fermato ed esaminato il suo bagaglio, un gran bel guaio. Ma non era successo. Il cane l’aveva puntato, abbaiando un’unica volta, e subito i poliziotti l’avevano fissato con circospezione. In quell’esatto momento un paio di ragazzi dall’aria trasandata, con ingombranti zaini sulle spalle e capelli luridi, gli erano passati accanto e l’animale aveva odorato qualcosa che doveva aver decisamente annichilito l’effluvio del suo arsenale di barbiturici, amfetamine e mescalina. Aveva voltato il muso verso di loro ed aveva cominciato ad abbaiare come un forsennato, sviando l’attenzione da lui. Un grandissimo colpo di culo.
Ciò non gli aveva impedito di continuare a sudare come un maiale per l’intero tragitto in taxi fino all’albergo, e non solo per il caldo dannato che faceva quel giorno a Basseterre e per la paura presa in aeroporto, ma anche per la consapevolezza che probabilmente Bill Smoke, in quel momento, stava acquistando un biglietto per raggiungerlo. Ci sarebbero volute poche ore perchè anche lui atterrasse al Robert L. Bradshaw e in un’isola con meno di ventimila abitanti quanto avrebbe potuto impiegare per scovarlo? Fin troppo poco. Ma non si era cacciato in trappola da solo per stupidità o masochismo, no… Se quella merda gli fosse alla fine esplosa inevitabilmente tra le mani, almeno si sarebbe trovato in un luogo circoscritto, scarsamente popolato e distante molte centinaia di chilometri dalla più vicina terraferma. Era il luogo ideale.
In quel momento lui si trovava al St. Kitts Marriott e sperava di avere almeno il tempo di farsi una dormita prima che la canna della pistola di Smoke gli si posasse sulla nuca. Se tutto fosse andato bene, si sarebbe potuto mischiare alla folla che invadeva il casinò al piano terra e passare inosservato per le successive cinquantasei ore. Scadute queste, il contenuto della fiala che il sicario aveva con sé sarebbe divenuto inerte ed il pericolo sarebbe stato scongiurato. Forse Smoke gli avrebbe comunque sparato in testa, colorando di rosso e grigio il suo guanciale o la vasca dell’albergo, ma sarebbe comunque stato il male minore.
Il telefono della camera squillò improvvisamente, facendolo sobbalzare. Fissò la cornetta con terrore, persuaso che il suo inseguitore lo avesse già rintracciato; la afferrò con due sole dita e la sollevò con cautela, come fosse stata rovente, tenendola lontana un palmo dall’orecchio.
«Pronto?»
«Signor Smith, è la reception. Volevo informarla dell’offerta del giorno. Dato che lei è nuovo cliente, se oggi decide di giocare alla roulette le offriamo cinquecento dollari di bonus base. Nel caso necessitasse di cambiare dei dollari americani in dollari dei caraibi orientali, può rivolgersi all’ingresso della sala da gioco. Ha bisogno di qualcosa? Desidera il pasto in camera, qualcosa da bere?»
«No, grazie» rispose con voce tremula Giuda.
«Allora le auguro una buona permanenza al St. Kitts Marriott, signor Smith. Buona giornata.»
«A lei.»
Signor Smith. Prima era stato Brown e prima ancora Adams. Il suo vero nome, oramai impolverato dagli anni di disuso, era Charles Bucket, ma nell’ambiente dello spionaggio industriale era noto come Giuda e si era oramai abituato a pensare a se stesso con quell’appellativo. La ragione per cui gli era stato dato un tale soprannome era stata il suo tradimento di un grosso cliente, di cui aveva venduto informazioni riservate ad un avversario su cui aveva avuto l’ordine di indagare. Doppiogiochista, voltafaccia, i termini adeguati sono molti. Qualche fantasioso aveva detto Giuda e il nome era rimasto.
Si sdraiò ancora vestito sul letto, mentre i barbiturici faceva effetto, chiuse gli occhi e pensò alla sua missione. In tanti anni come spione aveva fatto porcate innominabili, ma quella era la prima volta da tempo immemore che si sentiva a posto, pulito. Il suo scopo era giusto, anzi, quasi eroico. Se anche fosse morto, la sua vita ne avrebbe probabilmente salvate centinaia di migliaia, e questo per lui era sufficiente. Il suo riscatto finale.
Scivolò senza rendersene conto nel mondo dei sogni, con il sorriso sul volto.

Ciò che rimaneva del giorno scorse rapido durante il suo sonno, tingendo il riquadro della finestra vicina al letto dapprima di una luce sempre più pallida e grigiastra, poi di colpo di rosa ed infine di rosso, prima che solo una linea dorata rimanesse all’orizzonte, unico baluardo finale contro l’oscurità della notte. Fuori, il cielo divenne blu, indaco e nero, ma le stelle non riuscirono a far capolino nell’arrogante luce artificiale dell’albergo e del casinò, che annichilirono la luminosità siderale con le loro luminarie pacchiane e volgari.
Giuda si svegliò, non tanto per il senso rinfrancante di una buona dormita quanto per il rumore di centinaia e centinaia di persone che parlavano, ridevano, esultavano o piangevano nel casinò sottostante. Con gli occhi appiccicosi, la bocca impastata, si levò a sedere sul letto, grugnendo della fastidiosa sensazione d’unto che avevano preso i vestiti con cui aveva dormito.
«Fatto un buon sonno, principessa?»
Quasi gli scappò un urlo e si voltò rapido verso un angolo buio, dove una sagoma quasi invisibile lo fissava, immobile.
«Smoke?»
«Non c’era alcun premio in palio per la risposta esatta.»
Giuda guardò l’orologio che teneva al polso. Le dieci di sera.
«Come cazzo fai ad essere già qua?»
La sagoma avanzò di un passo, divenendo leggermente più visibile, e fece un gesto scenografico col braccio, come a rivelare un grande trucco.
«Magia.»
Giuda tentò di prendere tempo.
«Che cosa vuoi?»
«Non prendere in giro la mia intelligenza, Smith, Giuda o come vuoi essere chiamato. Sappiamo entrambi perchè sono qui. E sai anche di avere due sole scelte: dirmi da vivo dove si trova il codice o lasciare che lo trovi da me quando sarai oramai morto.»
«Se ti do il codice, saremo tutti morti in brevissimo tempo.»
«Risparmiami le tue cazzate,» replicò Smoke con tono infastidito, «forza, dammi il codice.»
«A memoria non lo ricordo di certo. Sono dodici cifre.»
«Già. Bene, mi basterà il documento dove è riportato.»
Giuda tentò di esibire un sorriso caustico, riuscendo solo a tirar fuori una smorfia.
«Non ricordo dove sia.»
Un lampo di luce accecante precedette di poco una fitta spaventosa al naso e Giuda si trovò riverso a terra, sulla schiena, con il volto di Smoke sopra di sé. Gli occhi castani, stranamente opachi ed incassati, rilucettero nello spicchio di illuminazione artificiale che penetrava dalla finestra. Guance e mento erano perfettamente rasati e due minuscoli baffetti parevano sfidare tutta quella pelle liscia e leggermente cascante, denotante un’età probabilmente più avanzata di quanto si potesse presumere a prima vista.
«Questo aiuta la tua memoria?»
Giuda si portò una mano al naso e la ritirò subito. Troppo doloroso.
«Non capisci, Smoke, se ti do quel codice scoppia una merda che…»
Questa volta il pugno arrivò allo stomaco, diretto e solido come una palla di cannone, e la frase gli venne smorzata a metà con un rumore soffocato. Alcune goccioline di sangue, che gli colava sulle labbra, si staccarono da lui e volano nell’aria, disegnando un minuscolo triangolo sullo zigomo del suo aggressore.
«Il codice, Giuda, senza tante storie.»
«Io… non so proprio…»
Smoke sospirò, gli afferrò un polso con la mano destra e con il braccio sinistro gli affondò il gomito con forza nel palmo aperto. Si sentì un rumore come di rami secchi, ma ovattato, e Giuda emise un gorgoglio di dolore.
«Il codice.»
«Io… non…»
Questa volta la vittima fu l’indice, che venne ritorto innaturalmente all’indietro fino a spezzarsi.
«Il codice.»
Stavolta Giuda non si sforzò nemmeno di parlare, mugolando solamente mentre tentava di respirare attraverso il velo di sangue che gli copriva la metà inferiore del volto.
Medio e anulare seguirono immediatamente l’indice. A quel punto Smoke si alzò, tranquillamente, sedette sul bordo del letto ed estrasse un sigaro da una tasca della giacca. Oramai era solo un mozzicone, con un’estremità profondamente intaccata dai denti e l’altra nera e bruciacchiata. L’uomo se l’infilò in bocca e cominciò a masticarlo, gustandoselo, senza tuttavia accenderlo.
«Possiamo andare avanti così tutta la notte, Giuda. Posso farti a pezzettini per ore senza ammazzarti. Prima o poi cederai, lo sai anche tu. E se morissi, mi faresti solo perdere un po’ di tempo. A costo di smantellare i muri di questa stanza, troverò il codice. E tu lo sai.»
Giuda mugolò, lottando per mettersi a sedere. Tentò di poggiarsi alla mano destra, ma subito se ne pentì, soffocando un urlo.
«Sei un bastardo…»
«Ehi, collega!» esclamò beffardo Smoke, «Conosci bene il mestiere. Non potevi aspettarti né più né meno ciò che sta accadendo. Quindi fammi il favore, da professionista a professionista, vuoi? Dammi quel codice e facciamola finita.»
«Ascolta, Smoke, non ti rendi conto…»
Senza nemmeno alzarsi da seduto, l’uomo proiettò il piede in avanti, quasi distrattamente, cogliendo Giuda ad un zigomo. Con un lamento questi cadde nuovamente all’indietro.
«Non ho alcuna intenzione di sorbirmi le tue cazzate. Dammi il codice. Adesso. O passerò a maniere davvero persuasive.»
Giuda lo fissò con un misto di odio e paura e serrò gli occhi mentre parlava.
«No.»
Quando li riaprì, Smoke stava sopra di lui, un trapano nella mano, il sigaro ancora in bocca. Giuda sgranò gli occhi.
«Cosa…»
Senza una parola, Smoke avviò il trapano e lo calò rapido su di lui, cogliendolo al bicipite del braccio con la mano offesa. Un dolore osceno pervase i nervi di Giuda, che urlò forsennatamente, mentre la punta roteante scavava con facilità attraverso i suoi tessuti molli, andando a sbucare dall’altra parte.
«Il codice.»
Giuda se ne uscì con una bestemmia da far tremare i cieli e fissò la punta del trapano, che ancora roteava lentamente, rossa e luccicante di sangue.
«Bastardo!»
Smoke sorrise e calò nuovamente il trapano; questa volta il tricipite. Furono necessari solo pochi altri secondi perchè la sua vittima cedesse.
«Basta! Basta!»
«Il codice.»
«Nel… nel… oh, pezzo di merda, che male, porca…»
Smoke lo schiaffeggiò.
«Sì, sì, nel foro della ventola!»
Il sicario si alzò in piedi e si guardò attorno.
«Dove?»
«Dietro la libreria…»
Smoke sorrise e diede una spallata al mobile, facendolo crollare rovinosamente a terra. I depliant turistici si sparsero dappertutto nella stanza, mentre lui prendeva una sedia, vi montava e scardinava la debole griglia che separava la ventola dalla stanza. Si buttò alle spalle il fazzoletto che bloccava le minuscole pale di plastica ed estrasse il sottile rotolo di fogli con un’esclamazione vittoriosa.
«Bene, bene. Ecco qua il frutto delle mie fatiche.»
In tutto erano solamente cinque fogli. Tre erano fotografie raffiguranti dei cadaveri, il quarto una fitta sequenza di simboli e cifre stampati fronte e retro. Smoke li buttò a terra e sorrise, esaminando il quinto foglio. Non era altro che una pagina, bianca da entrambi i lati, con stampata in piccolo nell’angolo in alto una sequenza di dodici cifre.
«Tombola.»
Dalle capienti tasche della sua giacca spuntò una fiala, niente più che un cilindretto di vetro, in apparenza. In realtà la lega di cui era costituito il contenitore era molto resistente e serviva un’attrezzatura non semplice da reperire per forzarla. Il calore sprigionato da quest’ultima, inoltre, ne avrebbe probabilmente danneggiato il contenuto. Al posto del tappo vi era una ghiera a sezioni, composta di dodici più piccole, con un unico punto nero disegnato sul corpo della fiala a segnare il punto d’incastro della combinazione.
Dato che durante tutta la vicenda la luce nella stanza non era stata accesa, Smoke si avvicinò alla finestra per vedere meglio le minuscole cifre incise nel metallo. Cominciò a ruotare le ghiere, cavando dei fievoli scatti dal meccanismo interno, mentre Giuda si alzava a fatica in piedi. Il sicario era così preso dal suo successo da non essersi reso conto di ciò e, benchè malconcio, stordito dal dolore e con un conato di vomito nervoso incastrato a metà via, lui riuscì effettivamente a rimanere diritto e a trascinarsi verso il suo aggressore.
Smoke stava oramai roteando la dodicesima ghiera quando un senso di pizzicore gli pervase la nuca. Si voltò rapido, scostandosi di un passo da un lato, evitando per un pelo – ma non del tutto – il corpo di Giuda che si lanciava verso di lui. Il risultato fu che questi riuscì a dare solo una spallata al sicario, strappandogli la fiala di mano e scaraventola fuori dalla finestra, prima che la sua stessa inerzia lo facesse cozzare con le ginocchia contro la cornice di alluminio e proiettasse anch’egli di sotto.
«No!» urlò Smoke, protendendosi in avanti nel vano tentativo di afferrare la fiala.
Questa compì una parabola ascendente per qualche metro, per poi rallentare nello slancio e cominciare a precipitare verso il basso. Roteò su se stessa due, quattro, otto volte e l’ultima ghiera, oramai aperta, scivolò verso l’esterno e ne sparse il liquido nell’aria, in una coda di cometa che andò a precipitare nella piscina sottostante.
Smoke batté il pugno sulla cornice della finestra, registrando con un angolo del cervello il dolore, mentre la delusione e la paura del datore di lavoro sovrastavano qualunque altra sensazione. Guardò verso il basso il corpo di Giuda, che aveva sfondato il tendone del bar ed era precipitato tra i tavolini affollati, suscitando una serie di urla di allarme.
«Cazzo!»
Cosa poteva fare? La formula! Raccolse freneticamente il foglio fittamente compilato di numeri e simboli incomprensibili e, per sicurezza, anche le tre fotografie, infilò tutto in tasca e si precipitò fuori dalla stanza dell’albergo.

 

Pietro Soman


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