Soli si vive e soli si muore – seconda parte

di Posaja Ea


Il segreto di un rifugio sicuro, dopotutto, è in primo luogo che non venga in mente a nessuno di andarsi a rifugiare lì oltre che a voi. Presi così dei grossi rami e ci coprii le fiancate del furgone stando attento a lasciarlo libero per una ripartenza d’emergenza, lo avevo posizionato perfettamente in piano grazie ai cunei di stazionamento, dopotutto al suo interno avevo un vero e proprio mini camper con tutte le comodità ad esso connesse, non ultimo un bel pannello fotovoltaico che manteneva cariche delle batterie supplementari in grado di riscaldare dell’acqua per la doccia o ricaricare i miei piccoli gadget a batteria. Non avevo ancora sparato un colpo ed ero carico di cartucce come una polveriera, decisi così di dividere il mio arsenale per poter disporre di armi anche nel caso fossi stato oggetto di furti. Nascosi il mio Fal ed il Micro Uzi in un vano segreto che avevo creato sotto al tetto della capanna e dove già conservavo alcune razioni di cibo liofilizzato, misi li accanto anche alcune scatole di cartucce e accesi la stufetta per riscaldare l’ambiente in vista dell’orami prossimo tramonto. Avevo già un po’ di legna a disposizione, lasciata lì sempre pronta e appesa ad una corda penzolante sotto alla capanna, mi sarebbe potuta bastare per due o tre giorni e ne approfittai per asciugare e rendere più tiepida l’aria e cucinarmi una razione liofilizzata di pasta e fagioli. Di scorte ne avevo a disposizione, ma non sapevo quanto tempo sarebbe stato necessario perché l’allarme rientrasse per cui sin da subito pianificai una serie di attività che potessero permettermi una permanenza indefinita nel tempo. Presi la tovaglia cerata dal camper e la appesi tra i rami dell’albero che mi ospitava dandogli una pendenza che portasse la condensa della notte a scorrere fino al secchio che ci misi sotto, l’acqua così raccolta è subito potabile e ogni notte l’aria ne fornisce a sufficienza per affrontare i bisogni del giorno seguente, anche in estate.

Il giorno dopo cominciai a raccogliere legna, piante commestibili e sistemare trappole per la piccola selvaggina, la mia posizione elevata mi permetteva di controllare in lontananza la situazione in città e le colonne di fumo nero si erano allargate ed aumentavano di numero accompagnate dai borbottii delle detonazioni come il suono di tuoni lontani che lasciano presagire il temporale.

Dal furgone, oramai invisibile, portai nel capanno il materasso ed un filo elettrico a cui collegai una piccola radio FM con cui cercavo di ricevere informazioni sull’evoluzione dell’infezione e della risposta dell’apparato governativo all’emergenza. In breve poliziotti e guardie in genere si ricordarono tutti di avere una famiglia ed abbandonarono caserme e postazioni, solo l’esercito sembrava essere in qualche modo strutturato e resistere, ma con enormi difficoltà. Ora che mi sentivo al sicuro cominciavo a prendere coscienza del fatto che la mia permanenza non sarebbe stata così breve, o per lo meno che nei mesi seguenti mi sarei dovuto spostare solo in caso di necessità e fuga e non per rientrare nella tranquillità della mia casa e alla vita di tutti i giorni.

Dormivo per riposare, come ordinando al mio corpo di staccare la spina per ricaricare le batterie. La mia postazione era abbastanza sicura, intorno alla zona del campo base avevo fissato fili in nylon trasparente e barattoli vuoti che tintinnando avrebbero fatto da allarme acustico in caso di avvicinamento di indesiderabili. Per salire fino alla capanna c’era bisogno di una certa agilità ed i film sugli zombi ne avevo visti abbastanza da poter ritenere che la fluidità nei movimenti non fosse il loro forte.

Dopo pochi giorni passati a cacciare, cucinare e procurarmi acqua decisi che era il momento per andare a verificare di persona cosa stesse succedendo. Non potevo prendere il mio furgone per non sprecare gasolio che sarebbe potuto essere prezioso in caso di lunghi spostamenti da fare nella previsione di dover raggiungere zone sicure di cui al momento ignoravo l’esistenza. Allo stesso tempo avevo la necessità di procurarmi una serie di cose che avrebbero potuto diventare necessarie nei mesi o, alla peggio, negli  anni a seguire e che tra un po’ di tempo sarebbe diventato difficile se non impossibile recuperarne le tracce.

Aprii il furgone e scelsi con cura l’armamento di cui avrei avuto bisogno, era altissima la probabilità di dover affrontare il mio primo scontro e di dover far fuoco su un uomo o uno zombi per cui scelsi una delle armi con maggiore affidabilità e alto volume di fuoco, il mio  AK47, meglio noto come Kalashnikov, una carabina semiautomatica derivata dal più noto fucile d’assalto al mondo, il secondo oggetto più venduto a livello globale dopo la Coca Cola. Come arma di emergenza presi la mia Sig e il resto del peso trasportabile fu in caricatori, oltre a quello d’equipaggiamento ne presi 4 per il fucile e 4 per la pistola per un volume di fuoco complessivo di 150 colpi di AK e 75 per la 9 millimetri tedesca, il che avrebbe dovuto bastarmi per la sortita di una giornata considerato che come arma primaria era mia intenzione usare una buona lama per non far rumore attirando attenzione e risparmiare proiettili, come se non ne avessi a sufficienza…

L’obiettivo era duplice, trovare alcune cose per poter mantenere in efficienza il furgone anche dopo uno stazionamento lungo, per cui mi servivano un paio di batterie nuove e quattro gomme nuove anch’esse da nascondere in un posto sicuro, asciutto e facilmente raggiungibile (portare quel peso fino al rifugio sarebbe stata una fatica inutile e superflua almeno per il momento) avrei dovuto inoltre  cercare armi silenziose da poter usare senza dover fare tanta economia di fuoco, in buona sostanza si trattava di archi, balestre e frecce che mi avrebbero permesso di cacciare senza far scoprire la mia presenza e difendermi senza attirare l’attenzione degli zombi più distanti.

Scesi velocemente a valle, decisi di muovermi a piedi perché con la bicicletta avrei avuto più problemi a trasportare gli oggetti che andavo cercando. Il primo obiettivo era il centro commerciale, senza dubbio uno dei posti più pericolosi da frequentare e anche tra i più trafficati, ma il piano era quello di non entrare dall’ingresso bensì muovermi dalle zone scarico e carico merci sul retro dove meno persone avrebbero pensato di andare.

Più mi facevo vicino e più la tensione si alzava e i rumori di attività frenetiche ed inquietanti si sentivano nell’aria sempre più prossimi, urla, minacce di vivi ad altri vivi e grugniti di esseri che vivi non erano più, ma che non si decidevano a morire da soli. Non sapevo ancora come comportarmi davanti ad un infetto, le uniche informazioni che avevo era che non reagivano agli stimoli (ne il dolore ne la vista di una minaccia) ed erano violenti nei confronti dei vivi che cercavano di attaccare per nutrirsi. Quindi non sarebbero stati intimiditi dal mio equipaggiamento a differenza dei sopravvissuti, e probabilmente non sarebbero caduti ai primi colpi, li avrei dovuti colpire precisamente negli organi vitali per neutralizzarli, la testa , insomma, proprio come nella migliore tradizione cinematografica…

Uscii da un cespuglio sul limitare del grande parcheggio che come sempre era deserto nei punti lontani dagli ingressi, ma più ci si avvicinava con lo sguardo più lo spettacolo era differente da quello a cui ero abituato, carcasse di macchine spolpate dalle fiamme e di cui nulla era rimasto, figure umane che si muovevano correndo velocemente e difendendo un fagotto ricurve su se stesse, altri che prendevano a bastonate degli esseri vagamente antropomorfi che evidentemente erano zombi e ed urla e colpi ed un odore acre e disgustoso che sapeva di fuoco e di morte…

Le vetrate erano già quasi tutte in frantumi e le porte divelte, di persone ce ne erano tante, troppe in giro, tutti pronti ad attaccare per difendersi o per depredare, la legge del più forte era ormai vigente e più forte vuole troppo spesso dire il più prepotente, una qualità a cui la marcia società morente erano anni che ci allenava a sviluppare ed oggi più che mai tutti sono professori nella materia…

Mi muovevo di soppiatto, ero conscio che non sarei stato in grado di fronteggiare le minacce col coltello, non avevo un addestramento militare e non mi ero mai trovato in una situazione simile, ero invece un ottimo tiratore e avevo un ottimo equipaggiamento, le probabilità erano tutte dalla mia parte, dovevo solo giocarmi bene le carte cercando di non aver paura.

Imbracciai l’AK e corsi accucciato tra le carcasse delle macchine cercando di passare il piazzale e raggiungere il retro dell’edificio, vidi due zombi uscire da dietro la macchina dove mi stavo riparando e feci fuoco ancor prima di realizzare cosa stesse succedendo, anni di pratica nel tiro dinamico danno degli automatismi che in questi casi diventano utili, ma l’esperienza mi lasciò un dubbio: se fossero stati due bambini a sbucare in quel modo me ne sarei accorto? Sapevo che alla domanda prima o poi avrei dato una risposta e che fosse deludente od esaltante sarebbe stato in ogni caso un problema successivo a quelli che stavo per affrontare e con sangue freddo continuai ad avvicinarmi come se nulla fosse successo. Due o tre colpi in mezzo a quel marasma passavano inosservati, si sentivano anzi in continuazione armi da fuoco urlare detonazioni da ogni dove, era di quelle che avevo più timore, più di quanto ne avessi di trovare uno zombi davanti a me, un cecchino può freddarti da mezzo chilometro e cadi morto senza nemmeno aver avuto il tempo di sentire il colpo esplodere nell’aria, ed io questo lo sapevo bene perché ero perfettamente in grado di farlo, magari non con il pezzo di legno e ferro che avevo tra le mani in quel momento, ma lo potevo e sapevo fare per cui lo avrebbe potuto benissimo fare anche qualcun altro…

Un ultima corsa ed appoggiai le spalle al muro di lato dell’edificio, fu come baciare la sabbia per un naufrago, ma era presto per cantar vittoria, scavalcai la recinzione di un magazzino che essendo ancora chiuso mi ispirava maggior protezione. Arrivai al cancello d’ingresso che di lato alla grande serranda aveva una porticina per l’accesso pedonale che fu facile forzare per entrare.  Ero nel magazzino, non si percepivano movimenti strani, le uniche luci filtravano da alte finestre a bocca di lupo e i punti in ombra erano di gran lunga maggiori di quelli a visibilità accettabile, non era un buon posto dove muoversi in sicurezza, avevo con me una torcia potente, ma usarla avrebbe voluto dire prima d’ogni cosa mostrare a tutti dov’ero e decisi per un uso parsimonioso.

Vagare tra le alte stigliature del magazzino era inquietante e molto più difficile di ciò che potessi immaginare, i beni lì presenti non erano esposti come sugli scaffali del negozio, ma in gran parte racchiusi in scatoloni dai quali non era sempre facile dedurre il contenuto, se non volevo aprirne uno ad uno  avevo bisogno di una sorta di guida del magazzino…

Arrivai fino alla porta di accesso al negozio e guardai da una finestra l’interno del punto vendita, il disordine era impressionante, scaffali ribaltati cadaveri e persone che si azzuffavano per una cassa d’acqua minerale, era abbastanza difficile prendere una decisione, percepivo almeno una trentina di persone che erano qui evidentemente per saccheggiare, come stavo d’altronde facendo io, e presentarmi armato di tutto punto da un lato poteva darmi un vantaggio psicologico, ma dall’altro poteva rendermi un bersaglio per cercare di impossessarsi delle mie armi e trenta persone sono tante, troppe, sia da fronteggiare che da avere sulla coscienza.

Il magazzino mi sembrava molto più sicuro, bloccai la porta con una scopa e cominciai a cercare quello di cui avevo bisogno, fortunatamente le batterie per le automobili erano tutte vicine su un pallet già spacchettato e fu facile individuare quelle adatte al mio furgone, le presi ed erano troppo pesanti per pensare di portarle via, essere in grado di correre e di maneggiare il fucile allo stesso tempo, dovevo trasportarle per il tragitto più breve possibile e nasconderle, sarei tornato in seguito a recuperarle. Quello che mi serviva a questo punto era una macchina da rubare per spostarmi in fretta e che potessi poi abbandonare. Nel parcheggio recintato avevo visto una vecchia Fiat Panda 4×4 che era proprio il mezzo ideale, veloce da scassinare senza tutta l’elettronica delle auto più moderne e perfetta da caricare, era ottima per i miei scopi, agguantai un piede di porco che doveva essere usato dal magazziniere per aprire le casse e lo infilai nella cintola, ritornai verso la porta sul retro con le batterie pesantissime che mi penzolavano appese alle mani. Aprire l’auto e collegare i fili correttamente fu facilissimo; caricate le batterie ingranai la prima e sfondando il cancello mi diressi verso un ingrosso di un gommista che sapevo lì vicino forte del fatto che non essendoci cibo non avrei trovato lo stesso casino. Prima di uscire dal parcheggio però sentii echeggiare un paio di colpi d’arma da fuoco sparati in mia direzione che però mi mancarono e non di poco, probabilmente qualche guardia giurata che si faceva forte della pistola in dotazione sentendosi il padrone di questo nuovo mondo, non avevo tempo da dedicargli e forse prima di sera avrebbe incontrato qualcuno più paziente di me…

Arrivai nel piazzale deserto della zona industriale in cui il gommista aveva il suo capannone, come previsto qui non trovai nessuno, almeno nessun vivo e dovetti ripulire la zona da una mezza dozzina di infetti prima di trovare le quattro gomme di cui avevo bisogno già montate su cerchioni compatibili e praticamente nuove, un lavoro quasi finito che l’apocalisse zombi aveva lasciato incompiuto. Levai i Sedili di dietro dalla Panda e infilai a fatica le quattro gomme e un crick a braccio dentro all’abitacolo, avevo tutto ciò che mi serviva per poter usare il furgone anche fra uno o due anni se mi fossi dovuto spostare, già mi sentivo più tranquillo.

Controllai il caricatore del mio AK, era quasi a secco, lo sostituii con uno pieno e misi quello vecchio in una sacca appesa alla cintura, il tempo passava sempre in fretta quando stavo tra gli altri, dovevo trovare il resto delle cose e filare prima possibile verso il mio rifugio.

Feci un giro intorno alle automobili che stazionavano nell’officina e con un tubo ed una tanica che erano vicino al banco degli attrezzi recuperai abbastanza benzina da fare il pieno alla Panda.

Arco e frecce li avrei trovati nel magazzino di articoli sportivi se non ci avessero già pensato tutti, è quello di una grande catena multinazionale e probabilmente in magazzino ce ne sarebbero stati quantitativi sufficienti a resistere qualche giorno, dopotutto il problema maggiore al momento era chiaramente concentrato nei negozi in cui si accumulano derrate alimentari e nella città, lo stesso motivo per il quale cercare di raggiungere una armeria nel centro sarebbe difficile e probabilmente inutile a questo punto, meglio restare nelle zone industriali poco fuori dai centri urbani e cercare di recuperare cose utili, mai più, però, nei centri commerciali tutt’altra storia rispetto a quella che ci aveva insegnato Romero nel film Zombie…

Rientrai verso la montagna guidando la piccola vettura a cui già mi ero affezionato, forseper puro caso avevo messo il sedere sulla macchina ideale per affrontare una apocalisse come questa, l’opportunità ed una serie fortunosa di circostanze mi avevano messo in condizione di continuare ad accumulare vantaggi sui miei rivali, l’unico mio punto debole era al momento rappresentato dalla solitudine che mi imponeva una attenzione doppia ad ogni particolare.

Riuscii così a ottenere ben più di quello per cui ero partito alla ricerca, batterie e gomme erano già in prossimità del furgone e dovetti solo sistemare il tutto perché non patisse l’umidità, il che mi fu facile potendo usare dei bandoni di plastica presi da alcune serre non molto distanti. Purtroppo non ero riuscito a trovare una balestra, era una arma che avevo sempre snobbato a favore delle armi da fuoco, ma adesso mi sarebbe stata infinitamente utile anche per il semplice fatto che l’avrei potuta usare con profitto grazie all’allenamento continuo fatto con i fucili, ma almeno avevo un arco, non il miglior arco sul mercato, anzi probabilmente era poco di più di un giocattolo, ma con quello e tante frecce avevo un nuovo passatempo con cui allenarmi e presto poter cacciare e difendermi.

I giorni quando ci si isola cominciano presto a scorrere molto simili gli uni agli altri, dal mattino si accende il fuoco per riscaldarsi e fare un caffè (finché se ne ha la polvere a disposizione), si recupera l’acqua raccolta durante la notte, si fa un giro intorno al campo controllando che tutto sia in ordine, si verificano le trappole nella speranza che un coniglio selvatico o una nutria siano rimasti intrappolati, altrimenti si prova a cacciare prima che il sole si alzi troppo e poi si sistema la selvaggina, si fa il check delle scorte e delle armi. Oramai andare in città è diventato quasi un diversivo per rifuggire la noia. I miei hobby sono coltivare l’orto e costruirmi dei silenziatori usando le lattine di bibita per provarli tirando in testa agli zombi che attraversano la strada in lontananza.

Di vivi ce ne sono rimasti davvero pochi, sono settimane che scendo in città e non ne incontro nessuno. Gli zombi sono i padroni oramai, sono centinaia e io mi aggiro come un topo in casa loro alla ricerca di questo o di quello, o forse solo in cerca di emozioni o di compagnia, forse oggi sono l’unico uomo vivo al mondo e sto scrivendo il mio testamento che nessuno mai leggerà….

Posaja Ea


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