Zeta, l’anticristo – capitolo 03

di Massimo Miranda


NAPOLI – CASERTA

CASTLE arrivò a Napoli rapido, seguendo la pista rossa delle puttane scomparse. Era quello il motore del mondo: segui i soldi, segui il sesso, la coca e la droga, segui i bambini rapiti, i porno, gli snuff-movie.  E poi le armi, gli appalti, la mafia cinese, le schiave e il traffico d’organi.

Segui la MORTE e troverai la tua.

Tutto ormai si concentrava lì, nella Terra dei Fuochi, come per il Messico e la Colombia, come nel Bronx, come nelle favelas brasiliane.

Da Napoli CASTLE si spostò in un resort sul mare in provincia di Caserta e là le cose cominciarono a complicarsi.

A Mondragone, a botte di tre fece fuori Irina, i rumeni, e ‘O crack, il capozona; poi fu la volta di Fanigliulo, di Genny, dell’Ailander e di Franco ‘o Sgorbio. Frungulone, ‘O Luongo, ‘ Stuffat’ e Piscione completarono il quadro.

CASTLE annotava con difficoltà i nomi dei camorristi. Fu sicuramente più facile per lui vedere zingari nel rame, e Moltenu con la frusta che strisciava le donne,

PAM, un colpo solo; rifiuti tossici, il fuoco sotto i ponti, ovunque l’epidemia, fusti radioattivi, diossine. Finalmente sentì parlare del NANO. “Chill’ è ‘o figlio ‘e Maradona!”, dicevano.

 CASTLE imparò la canzone che lo descriveva, il viso gelido. “‘O sarracino”. Il NANO era n’omm ‘ ‘e panza, così si diceva a Napoli. E Irina lavorava per lui.

Certo, era uno da pinza e scalpello. Aveva dribblato tutti: politici, magistrati e poliziotti. E tutti mangiavano con lui. Aveva ristoranti dappertutto, sulla costiera. Per il capo della mobile, c’era sempre un posto prenotato al tavolo del suo locale migliore, “Da Mergellina a mare”; alla fine era lui che mangiava loro, pedoni di scacchiera e tutti a libro paga. Per chi non pagava, ricovero forzato e cibo al giaguaro, che il NANO teneva più o meno legato nella sua splendida villa cafona di Gaeta. Il NANO aveva l’abitudine di tagliare le braccia ai traditori: era quello il pasto prediletto dell’animale.

“Comincerò da lui”, pensò il PUNITORE. Ma non fu così facile.

“Il cieco mi darà una mano”. Il cieco si chiamava MURDOCK, ma per tutti era il diavolo, DEVIL.

L’uzi di CASTLE, il Punitore, cantava forte, in quei giorni, da Marcianise a Giugliano. Perfino più forte dei neomelodici nei matrimoni di camorra. Perfino più forte del rumore dei locali infestati di notte dai “guappi di cartone” che dicevano cose tipo: “Uaah, c’è bell’ ccà, jo vè?”, “Bucchì”, “Zoccole e puttane”. Dieci parole, sempre le stesse.

Frank CASTLE risalì la filiera.

Ora si trovava a Curti, a quattro chilometri dalla Reggia di Caserta, una merda di posto, alle sei del mattino: il camion della “monnezza” passò e lui ne buttò dentro sette. Sette cadaveri e per lui, “dentro”, significava il Mondo. Poi sversò la feccia morta a San Nicola La Strada, in una fetida discarica, piena di rifiuti tossici.

Era ancora buio, fuori, quando il Punitore si lasciò sfuggire un:

“Che cazzo succede?”.

“Sono zombi, Frank!”.

MURDOCK alle sue spalle aveva sussurrato di terre, di fuochi e di cose lontane, provenienti dal cielo.

I corpi si avvicinarono come schiuma di fogna e velocemente si fece estate: CASTLE, tiro singolo, ogni colpo spaccò un culo, colpendo crani.

“Le persone felici le riconosci subito, sono quelle che non sfracassano mai il cazzo.”

(Murdock)

Massimo Miranda


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