Non e’ un paese per zombie

di Alessandro Undici


shot0010Castel Frigerio – Italia

Abitanti prima dell’apocalisse: 235

Abitanti post apocalisse: 16

Non c’è più futuro in questo posto abbandonato da Dio, anche se a dire il vero, questo posto era già un mortorio prima che tutto ebbe inizio.

Ricordo che la sera prima i TG nazionali diffusero la notizia che strani episodi di violenza stavano avendo luogo in diverse zone del territorio nazionale. Nessuno tra di noi si preoccupò, poiché come spesso accade quello che succede nel resto del paese solitamente non ci riguarda né ha ripercussioni per la nostra isolata comunità.

Quella volta non fu così.

Era una gelida mattina di Gennaio, poco prima dell’alba una fitta nebbia scese e avvolse l’intera vallata, essa si sposò col bianco della neve caduta nella notte, formando così un grande muro bianco. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quel candore celasse al suo interno qualcosa di oscuro.

I primi a fiutare il pericolo furono i cani che quella mattina sembravano impazziti, abbaiavano in ogni direzione e si dimenavano senza controllo. Apparve subito tutto molto strano ma nessuno ci fece caso.

Passarono solo pochi minuti e loro erano già tra noi…

Ben presto il paesaggio bianco candido del nostro piccolo villaggio si tinse di un rosso intenso.

All’inizio era panico, trasformatosi ben presto in disperazione. Successe tutto molto in fretta, senza nessun preavviso e nel giro di qualche giorno era già tutto finito.

Più di mille albe sono passate da quel maledetto giorno che ha sconvolto per sempre le nostre esistenze.

La paura ha presto lasciato spazio alla rassegnazione, oggi le nostre esistenze sono scandite dal lento incedere dei giorni che grigi e vuoti volano via tutti uguali.

Il parco comunale, unico luogo di aggregazione del villaggio, da sempre meta di famiglie festanti è ora saturo di croci in legno. E’ diventato un campo santo, prima simbolo di gioia, di vita, ora emblema di un presente funesto e l’altalena arrugginita, mossa dal vento, cigola note di disperazione.

Tra i tetti spioventi delle vecchie abitazioni svetta il campanile della chiesa, le campane hanno smesso di suonare e i corvi appostati sulla croce in cima attendono pazienti qualche corpo marcio da beccare.

Il cielo è colmo di gabbiani che si nutrono di rifiuti che giacciono abbandonati in ogni dove e non sono i soli ad aver approfittato della situazione, migliaia di topi infestano le strade.

Nella foresta che circonda il paese la musica è diversa, comandano loro … i lupi.

Il loro numero è in costante aumento, incontrastati dominano il territorio, di carne ne trovano in abbondanza, hanno cambiato le loro abitudini e si sono adattati alla perfezione, le loro prede preferite adesso sono i non morti, si nutrono di carne putrida e la cosa devo dire che non ci dispiace affatto.

Quel giorno l’equilibrio della nostra piccola comunità è stato spezzato per sempre, abbiamo dovuto combattere una guerra surreale, in cui i nemici erano spesso sangue del nostro stesso sangue e alla fine chi ce l’ha fatta ha dovuto seppellire i propri figli e le proprie mogli.

Ho dovuto abbattere e seppellire mio padre, lui che in guerra aveva partecipato attivamente alla resistenza, combattuto tra queste case e su queste montagne, in nome della libertà.

“Papà se non mi sono arreso è anche grazie a te, cerco giorno per giorno di trarre profitto dai tuoi insegnamenti e di ripercorrere le tue orme, perdonami per quello che ho fatto ma non potevo fare altrimenti, so che capirai.”

Nonostante tutto, nonostante il niente che ci circonda, l’istinto di sopravvivenza ha prevalso e ci siamo adattati, siamo rimasti in sedici, ultimi difensori di questo posto sperduto.

Ci siamo sistemati all’interno del castello arroccato sulla collina, sebbene siano passati centinaia di anni dalla sua costruzione è ancora l’edificio più solido e sicuro dell’intero paese. Sono sicuro che queste mura nel corso dei secoli hanno subito svariati attacchi e visto tanti tipi di invasori, ma mai di questo tipo.

Da decenni il castello ospita il museo nazionale dell’alto medioevo e questa è stata una manna dal cielo visto che attualmente usiamo tutte le armi e le armature che prima erano esposte.

Fortunatamente qui ci sentiamo al sicuro, non abbiamo più i comfort ai quali prima eravamo agiatamente abituati, niente più luce, né acqua potabile. In compenso però abbiamo imparato a cacciare e a coltivare la terra, stilato delle regole e ci siamo divisi i ruoli.

Abbiamo anche dei cani che sono di un’importanza fondamentale, hanno infatti sviluppato un sesto senso e riescono ad avvertire il pericolo prima di tutti gli altri, sono le nostre sentinelle.

Quando il pericolo sta arrivando fortunatamente abbiamo, grazie a loro, qualche minuto di preavviso. Ci barrichiamo così all’interno delle mura e da qui ci difendiamo, abbattendo chiunque cerca di attaccarci scagliandogli contro le frecce dalle torri di guardia, avendo sempre cura di mirare alla testa ed evitando così lo scontro fisico.

Tutto sommato mi reputo ancora un uomo fortunato, accanto a me c’è la mia dolce metà, ne abbiamo passate tante e tante difficoltà arriveranno, ma è grazie al nostro legame che siamo ancora vivi. E’ stata lei che mi ha dato la forza di continuare e di arrivare ad oggi, a questo magnifico giorno…

…Tu figlio mio che stai per venire al mondo sei il nostro barlume di speranza, sei una fiamma che non si è mai spenta… ma che bensì continuava ad ardere sotto la cenere.

Sei il simbolo insperato di una vera rinascita ancora possibile.. A te che tra poco vedrai la luce, dedicherò tutta la mia vita. Benvenuto Michele.

 

 

Alessandro Undici


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