Il Cacciatore di Zombie – quarta parte

di Alessandro UNDICI


E VENNE IL GIORNO.

Ventiseiesimo giorno dall’inizio dell’epidemia. Ne ho fatti fuori tredici. Me li ricordo tutti, nessuno escluso, sogno i loro volti tutte le notti. Dal canto mio sento di aver sempre fatto la scelta giusta, mettendo fine alle loro inutili esistenze, ho fatto un favore sia all’umanità che alle loro anime. “Erano tutte delle minacce ed andavano debellate” ripeto spesso a me stesso, ma poi penso che anche loro, prima di essere dannati, erano esseri umani. Prima che tutto questo avesse inizio avevano una vita vera, magari una famiglia e un lavoro. Persone normali, capaci di amare e provare sentimenti prima… involucri vuoti adesso. Come ci siamo ridotti? come si è potuto arrivare a tanto? Detto in tutta franchezza, dubito fortemente che queste mie domande possano mai avere una risposta.

Inizio a perdere le speranze, forse il destino del nostro pianeta è segnato. Forse la bibbia aveva ragione. Se questa non è l’apocalisse, cos’è?

Nelle ultime due settimane sono stato sempre in viaggio, più di mille chilometri di asfalto sono passati sotto le ruote della mia bambina. La strada è diventata la mia casa. Paradossale! Ho sempre sognato di potermi svegliare ogni giorno in un posto diverso, di poter essere libero, fino in fondo. Finalmente questo momento tanto atteso è arrivato, ma non era certo così che l’avevo immaginato. Più di venti giorni di viaggio in solitaria, senza una meta precisa, avendo solo cura di restare a debita distanza dai centri abitati. Si, abitati, ma ormai solo da orde di esseri in avanzato stato di decomposizione, che girovagano senza una meta alla ricerca di qualche disgraziato da sbranare. Il ventiseiesimo giorno iniziò malissimo, mi ero messo in viaggio da qualche ora quando la mia bambina ha deciso di abbandonarmi, per sempre. Sessantacinquemila chilometri assieme, troppo pochi per dirci addio. Se fossimo in una situazione normale basterebbe un meccanico esperto, qualche pezzo di ricambio e in qualche giorno tornerebbe come nuova. Purtroppo però mi trovo in questa situazione di merda e non mi resta che lasciarla qui, sul ciglio della strada, abbandonata al suo destino fatto di polvere e ruggine. Dannazione!

Ho proseguito a piedi sotto ad un sole cocente, non esagererei se vi dicessi che c’erano almeno quaranta gradi e ovviamente tutt’intorno non v’era traccia di esseri umani. Con la fortuna che mi ritrovo poi, avevate dubbi?

Dopo svariate ore di cammino e qualche litro di sudore perso, scorsi una stazione di servizio in lontananza. All’inizio pensai addirittura che fosse un miraggio, man mano che mi avvicinai però, mi accorsi che era tutto vero. M4 alla mano mi avvicinai, di soppiatto. (Siamo seri, non potevo certo permettermi il lusso di suonare il campanello ed entrare dalla porta principale). La prudenza in queste circostanze non è mai troppa e una delle cose che ho imparato in questo primo mese da superstite è che devo giocare d’astuzia. Non c’è cosa più sbagliata quindi dell’agire senza riflettere perché io a differenza loro posso pensare e valutare tutti i rischi, in modo da ridurre al minimo le possibilità di trovarmi nella merda fino al collo. Anche se in queste situazioni non si può prevedere tutto, l’imprevisto ad esempio è sempre dietro l’angolo. Mi appostai così dietro ad una roulotte, studiai velocemente un piano, quindi afferrai una pietra e la scagliai nella direzione opposta alla mia, contro una grande cisterna a circa 60 metri dalla mia posizione. Attratto dal rumore, dopo qualche secondo uscii un uomo barcollando. Indossava ancora la divisa da lavoro, era il benzinaio o meglio ciò che ne restava. Mirai e bang, lo centrai al primo colpo! Il cranio si aprì in due come un cocomero. Aggiunsi così un’altra tacca sulla mia cinta di cuoio. Accertatomi che non ce ne fossero altri, finalmente entrai. Ero nel retro del Jungle station, un posto sperduto da qualche parte nel nord ovest. Ricordo che all’interno del locale c’era un tanfo pazzesco, dovetti avvolgermi un fazzoletto sulla bocca per non svenire dalla puzza. Il frigorifero che conteneva gli alimenti “freschi” era diventato un perfetto ecosistema per mosche e scarafaggi, il tutto avvolto da una spessa muffa grigia. Udii un rumore provenire da un’altra stanza, presumibilmente si trattava dell’ufficio e cazzo se sobbalzai! Più mi avvicinavo e più la puzza aumentava. Era a dir poco nauseante, nonostante avessi messo un fazzoletto sulla bocca e sul naso, quel tanfo indescrivibile riuscì comunque a trapassare le fibre di cotone ed arrivare dritto nelle mie narici. Spalancai la porta usando la canna del fucile, sembrava tutto ok a prima vista e non notai nulla di sospetto, diedi una veloce occhiata in giro e proprio mentre stavo per uscire dalla stanza… qualcosa mi afferrò con forza ad un piede così mi sbilanciai e caddi in avanti. Ricordo di aver sbattuto il mento per terra ma fortunatamente non svenni (altrimenti non sarei qui a scrivervi). D’istinto mentre ero a terra, sferrai un calcio all’indietro per liberarmi da quel qualcosa o qualcuno che mi stava letteralmente strattonando un piede. A quel punto mi voltai per capire cosa cazzo stava succedendo… c’era un fottutissimo mezzo bastardo putrefatto che cercava di mordermi il tacco dello stivale. Vi chiederete perché l’hai chiamato mezzo bastardo? Ve lo spiego subito, il mezzo è dovuto al fatto che fosse realmente a metà! In parole povere non aveva più nulla dal busto in sotto, se non qualche pezzo di budella appeso qua e là. Raccolsi così le energie residue e lo colpii ripetutamente sul viso con tutta la rabbia che avevo in corpo. I calci erano indirizzati verso la fronte e alla nuca, lo colpii fino a non sentire più le gambe. Ci misi tutta la foga del mondo, fino a che non gli spappolai completamente quella testa di cazzo che si ritrovava. Avevo dunque appena messo fine alle scorribande di quel mezzo essere strisciante. Sentivo il cuore battere all’impazzata e penso in tutta onestà di non aver mai sfiorato l’infarto in vita mia come in quel momento.

Restai una decina di minuti per terra, steso, cercando di riprendere fiato, avevo consumato troppi liquidi, dovevo reidratarmi e in fretta, mi sentivo svenire. Così con le ultime forze scassinai l’unico congelatore presente, nella speranza contenesse delle bibite e così fu, afferrai la prima bottiglia che mi capitò tra le mani, era un’aranciata. Che ve lo dico a fare? Quasi due litri scolati in meno di un minuto. Dopo aver bevuto fino alla nausea sentii il bisogno di una doccia o qualcosa di simile, scorsi un pozzo, si trovava alle spalle dell’edificio, ne approfittai così per darmi una rinfrescata. Quel momento godurioso sfortunatamente durò poco, fui subito interrotto dal rumore di un clacson, seguito da una brusca frenata. Indossai dei boxer e afferrai la pistola, scoprii ben presto che si trattava di un camper. La speranza si presentò ai miei occhi sotto forma di donna, una dea. Stivali neri, short di jeans e una canotta verde, fisico da mozzare il fiato. Ragazzi insomma se non l’avete ancora capito era una figa come poche. In quel preciso istante realizzai quindi che il mondo non era del tutto finito e che neanche io lo ero, anzi! Ero vivo, più che mai e capace di provare emozioni e istinti quasi dimenticati. Non mi vergogno di dirvi che con lo sguardo e il pensiero l’avevo già messa incinta, finalmente sapevo cosa volevo, quella donna doveva essere mia!

“Il destino ci aveva fatto incontrare, nessun dannato zombie avrebbe più potuto dividerci” pensai. Non mi lasciai sfuggire l’occasione e dopo un’intera giornata passata a chiacchierare e conoscerci meglio decidemmo di metterci in viaggio insieme, più grazie alla mia insistenza che per sua iniziativa. La convinsi che in gruppo avremmo avuto più chance, anche se sapevamo entrambi di potercela cavare anche da soli. Così caricammo il camper di provviste e carburante e partimmo. I giorni che seguirono furono un’escalation di emozioni, finimmo a letto insieme qualche sera dopo. Eravamo fino a quel momento due spiriti liberi, ribelli che senza cercarsi si erano scontrati, finendo per unirsi. Da non crederci ragazzi, avevo finalmente trovato la stabilità, cosa che non mi era mai successa prima e paradossalmente era arrivata proprio nel periodo più buio della storia dell’uomo.

Tutto questo avvenne circa un mese fa, ora le cose sono ben diverse. Siamo stati attaccati nella notte da un gruppo di fottuti, putridi, bastardi. Ci hanno sorpresi e sopraffatti nel sonno. Sono riusciti ad entrare senza che noi ci accorgessimo di nulla, lei è stata la prima ad essere attaccata, non ho potuto far niente per salvarla. E’ morta, dissanguata, tra le mie braccia. Erano solo in cinque, cinque putridi pezzi di merda! Dio, se solo ci fossimo accorti prima della loro presenza, di sicuro avremmo potuto salvarci, dannazione! Li ho fatti fuori tutti, senza pietà, con le mie mani, uno ad uno. Ma non è servito a niente, adesso è troppo tardi, anche per me… Si, sono stato morso ad una spalla. Non so quante ore mi restino da vivere, non ne ho idea, so solo che sono spacciato.

Ho deciso così, come ultimo desiderio di andare a fare visita a mio padre. Sapevo che si era rintanato nella nostra casa di campagna, distante solo qualche decina di miglia dalla mia posizione. Il mio vecchio non era il miglior padre sulla faccia della terra, non vi dirò dunque le solite frasi di circostanza… è sempre stato un ubriacone inconcludente e c’è poco altro da dire.

Il richiamo di casa però è forte e preferisco morire lì, piuttosto che su questa strada, in mezzo al niente e solo come un cane. Non so quanto ancora potrò resistere prima di diventare come loro, inizia a girarmi la testa e la vista comincia ad annebbiarsi, sto stringendo i denti, manca poco, devo farcela. Riuscirò a guardarlo negli occhi per l’ultima volta? Spingo il piede sull’acceleratore, vale la pena provarci… sto arrivando papà!

E’ buio è tutto buio. C’è mio padre ed è per terra, in un lago di sangue. Cosa diavolo è successo? Papà? Puoi sentirmi? Devo aiutarlo! Ma perché il mio corpo non risponde ai miei comandi, cosa sta succedendo?

Ho capito tutto… adesso è tutto chiaro! Non sono più Mark, adesso sono uno di loro, dentro sono sempre io, fuori no. Non ho più il controllo, sono diventato una specie di vegetale e il mio cervello è imprigionato dentro al mio corpo. Quindi è così che ci si sente è questo ciò che si prova a passare dall’altra parte. Dio che fine di merda mi è toccata! Non voglio essere uno di loro, non doveva andare così! Vi chiedo solo di metter fine alle mie sofferenze, aiutatemi vi supplico, se mi sentite venite a cercarmi e piantatemi un colpo dritto alla testa, non abbiate paura né pietà!

EZECHIELE 5:10

Perciò in mezzo a te i padri divoreranno i figli e i figli divoreranno i padri”.

FINE.

Alessandro UNDICI


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