Il Cacciatore di Zombie – seconda parte

di Alessandro UNDICI


L’inizio della fine
Ero immobile, sull’uscio della porta di casa, lo sguardo cadde sulle mie mani tremanti e sporche di sangue. Non tremavo per paura, non ne provavo e non ero neanche terrorizzato, anzi. Sentivo il cuore battere forte, l’adrenalina in circolo nelle mie vene mi faceva sentire vivo, ora più che mai. Finalmente riuscivo a provare sensazioni ormai scomparse da tempo. Ma torniamo a noi, la vicina che stavo cercando di salvare, era sparita nel nulla. Nel punto in cui solo pochi secondi prima il suo corpo giaceva quasi esanime era rimasta solo una grossa chiazza color rosso porpora. Il suo aggressore, nonché suo marito, invece era ancora lì per terra, immobile. Mi avvicinai dunque a lui, gli diedi un calcetto, per capire se fosse ancora vivo, non si muoveva. Controllai allora il suo polso e constatai che non c’era battito, non avrebbe dunque più rotto il cazzo a nessuno.

Lo osservai con aria di disprezzo. Frank era completamente ricoperto di sangue sul volto, dettaglio abbastanza strano visto che lo avevo colpito alla nuca e non in faccia. Mille pensieri, mille interrogativi mi frullavano nella testa; io ero confuso e Frank molto probabilmente, era morto. Avevo appena ucciso un uomo, era ovviamente la prima volta, visto che non è una cosa che capita tutti i giorni. “Ecco dunque come ci si sente dopo aver ucciso un uomo” pensai. Se devo essere sincero però, nessun senso di colpa mi pervase e non avevo neanche il tempo per fermarmi a pensarci. Avevo fatto ciò che in quel momento era giusto fare. Sapevo che non c’era neanche un minuto da perdere, dovevo trovare Kate e in fretta, perché date le condizioni in cui l’avevo lasciata non aveva molte speranze di farcela, aveva bisogno di cure immediate. Non poteva dunque andare lontano e pensai che forse presa dal panico aveva cercato rifugio nella sua abitazione. Mi diressi così verso casa sua, controllai dapprima l’esterno, il giardino e la veranda ma niente, così entrai a cercarla in casa, ma anche lì nessuna traccia. Stavo perdendo le speranze, ogni minuto che passava poteva esserle fatale, non sapevo più cosa pensare né dove cercare, ma proprio nel momento in cui mi diressi verso la porta d’ingresso dell’abitazione, udii un rumore che sembrava provenire dal retro. Ripresi così ad urlare il suo nome ripetutamente ma senza i risultati sperati. Di fretta percorsi i pochi metri che mi separavano dal giardino alle spalle dell’abitazione e fu in quel momento che la vidi, era in piedi, di spalle e si agitava, sembrava avere le convulsioni. “Finalmente ti ho trovata” esclamai con tono compiaciuto, mi avvicinai, le appoggiai una mano sulla schiena e fu proprio in quel preciso istante, che si girò bruscamente verso di me e tentò di mordermi. Si avete capito bene, mordermi. Tolsi immediatamente la mano dalla sua spalla e indietreggiai, la guardai dritta negli occhi, bastò un attimo e dal suo sguardo capii che quella non era la dolce e affabile vicina che conoscevo. Quel corpo non aveva più nulla a che fare con lei, semplicemente quella Kate non era più Kate. Era a pochissimi passi da me e si avvicinava con fare minaccioso, tentai di comunicare, ma non rispondeva alle mie domande, non riuscivo a farla rinsavire. Emetteva soltanto degli strani versi incomprensibili, rantoli più che parole. Ormai ce l’avevo difronte, così vicina che avvertivo il suo respiro sulla mia pelle. Continuavo ad arretrare e lei ad avanzare. Ero praticamente bloccato, non avevo il coraggio di colpirla ma non ero neanche così spaventato da scappar via. L’unico gesto che riuscii a compiere fu quello di spingerla con forza lontano da me. Inciampò così su un tubo per l’irrigazione, cadde all’indietro. In quel momento avevo due alternative: Colpirla o scappare. Preferii la seconda, non volevo commettere due omicidi nella stessa giornata, sarebbe stato troppo, persino per uno come me. Mentre mi allontanai riuscii anche a chiudere il cancelletto del suo cortile, l’avevo praticamente chiusa nel suo giardino. Corsi verso casa e ricordo che rischiai anche di essere investito da una pattuglia della polizia che nonostante i miei segnali di richiesta d’aiuto, sfrecciò via a tutta velocità e con le sirene spiegate, senza neanche rallentare. Una volta arrivato a casa mi ci barricai. Dopo i primi attimi di smarrimento mi sedetti per riprendere fiato e per fare il punto della situazione:  “Se due indizi fanno una prova… Beh ad occhio e croce sono nella merda fino al collo” esclamai. Era chiaro che c’era qualcosa che non quadrava in tutta questa situazione. Afferrai dunque il telefono portatile e provai ancora una volta a comporre il numero del centralino per le emergenze. Mi rispose la solita fottutissima voce registrata: “I nostri operatori sono al momento tutti occupati, vi preghiamo di attendere in linea o richiamare”. Dopo cinque tentativi, tutti andati a vuoto, scagliai violentemente il telefono contro la parete del soggiorno. Non c’era più tempo da perdere, sentivo di dover fare qualcosa. Accesi la tv, volevo capire, volevo informarmi, facendo zapping mi accorsi che molti canali erano oscurati ad altri appariva invece la scritta “no signal”. Per i canali che ancora trasmettevano non esisteva più l’abituale programmazione, in onda infatti non c’erano più film, niente più programmi di cucina, niente sport e addirittura niente più pubblicità (l’ultimo dettaglio fu il più preoccupante). Solo edizioni straordinarie, solo notiziari e il copione era più o meno sempre lo stesso: Si ripetevano scene di violenza inaudita, soldati per strada che sparavano sulla folla, sciacallaggio fuori dai centri commerciali, polizia in assetto anti sommossa, morti, auto date alle fiame, panico, disperazione. In una parola: Caos. Il quadro della situazione non mi era ben chiaro, sapevo però che si trattava di un virus, che colpisce il cervello e fa uscire letteralmente fuori di senno le persone ed era chiaro che si stava diffondendo con una velocità impressionante. Fu proprio in quel momento, mentre scorrevano tutte quelle immagini, che presi la decisione di abbandonare la mia casa, non la ritenevo più un posto sicuro, non era lì che volevo restare. Spensi la tv e iniziai a rovistare per casa, non sono mai stato né un tipo ordinato né preciso, persi così del tempo prezioso mentre cercavo tutto ciò che poteva servirmi. Riempii in fretta un trolley con qualche boxer, calze e qualche ricambio. Caricai tutto sul pick up insieme ad un po’ di acqua e cibo. Data la situazione non potevo evitare di rispolverare il mio cazzutissimo M4 e secondo voi, avrei mai potuto scordare di indossare la mia fedelissima Colt 1911? “Fatevi sotto adesso brutte teste di cazzo” esclamai compiaciuto, mentre la indossavo assieme alla fondina di pelle. Caricai anche la moto sul pick up, siamo seri, non potevo certo lasciarla a casa in pasto agli sciacalli! Dopo aver caricato armi e bagagli e riempito tutto il cassone decisi che era ora di svignarmela, avevo perso già abbastanza tempo.

Terminai di caricare l’auto, stavo finalmente per partire, fu in quel momento che vidi una sagoma, era a non più di una ventina metri da me, al centro della strada e proseguiva lentamente nella mia direzione. Si trattava presumibilmente di un uomo, bianco, sulla cinquantina. Lui non mi aveva visto ma io si e capii subito che c’era anche in lui qualcosa che non andava. Speravo (più per lui che per me) che non si accorgesse della mia presenza. Ovviamente non fu così e non appena incrociò il mio sguardo, mi puntò e avanzò nella mia direzione, purtroppo non gli ero indifferente. Ricordo che non aveva un’andatura pulita e non era neanche agile, procedeva a passo svelto e in modo scoordinato e mentre lo faceva emetteva versi incomprensibili. Gli intimai di fermarsi, ma niente! “Caro mio, questo non è il tuo giorno fortunato” esclamai. Era a circa otto o nove metri da me quando decisi che era arrivato il momento di estrarre la mia colt e senza pensarci più di tanto premetti il grilletto, due colpi precisi, uno dopo l’altro entrambi a segno, all’altezza delle ginocchia, così giusto per fargli passare la voglia di aggredire la gente. Si accasciò, ma stranamente non sembrava provare dolore, era semplicemente incazzato perché non poteva più raggiungermi, almeno non poteva più farlo con le sue gambe, dato che non riusciva più ad alzarsi. Mi avvicinai per osservarlo meglio, strisciava aiutandosi con le braccia e i gomiti nella mia direzione, continuava a guardarmi con aria di disprezzo e ad emettere quegli odiosi gemiti. Non gli stavo per niente simpatico ma non era il primo né l’ultimo. Ve lo giuro, ce la stavo mettendo davvero tutta per evitare di commettere il secondo omicidio della giornata. Gli sputai in faccia e lo lasciai lì, per terra.

Ero in viaggio, accesi la radio e mi collegai sulla frequenza della stazione locale, trasmetteva ancora. Lo speaker era visibilmente agitato e ribadiva in maniera quasi ossessiva sempre le stesse raccomandazioni: “State alla larga dagli infetti, sono pericolosi e violenti”, “Dalle notizie che ci giungono pare che il virus si propaghi tramite morso”, “Loro cercheranno di aggredirvi e di mordervi, non si fermeranno davanti a niente”, “Restate al riparo, barricatevi in casa e non uscite se non strettamente necessario”. Non uscite? Restate in casa? “Col cazzo, io la fine del topo in trappola non la voglio fare, non mi si addice affatto. Preferirei morire a testa alta, combattendo” replicai.

Infilai il cd, pur di non sentire più quei comunicati paranoici e il primo pezzo non poteva che essere: “Somebody told me” dei “The killers” perfetta per darmi la carica!

Ricordo che il mio umore era alto nonostante tutto ciò che avevo visto e vissuto nelle ultime ore, mi sentivo vivo e avevo voglia di dimostrare quanto fossi cazzuto. Dovevo scendere in campo, ero stato rilegato in panchina per troppo tempo, sapevo che questo era il mio momento, sentivo di dovermi riprendere la mia rivincita sul mondo.

Non avevo un piano, la prerogativa era quella di stare alla larga dalla bocca di quei dannatissimi figli di puttana e di sopravvivere a questo inferno.

Percorsi qualche chilometro sulla provinciale che collega il villaggio residenziale in cui vivo al centro della città. Ricordo di aver incrociato un convoglio di mezzi militari, al centro c’erano i veicoli adibiti al trasporto dei militari, avanti e dietro invece i blindati. Mi domandai se quel gruppo di soldati, seppur armati fino ai denti e ben equipaggiati, avrebbe da solo, potuto arginare questa drammatica situazione, non più sotto controllo. Solo il tempo avrebbe chiarito le mie perplessità e dato risposte alle mie domande. Ero in viaggio dunque, senza sapere dove stessi andando, non avevo una destinazione ben precisa e trovai curioso questo particolare. Il viaggio sembrava la perfetta fotografia della mia vita, senza una meta. Il serbatoio della benzina era pieno, le birre ghiacciate erano adagiate lato passeggero e per il momento non mi serviva nient’altro.
Ero in viaggio, ero vivo e per ora quella era l’unica cosa che contava.

Alessandro Undici.


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